Eccoci nuovamente in questo viaggio sulla Scena del crimine.
Spero che i precedenti articoli vi siano piaciuti…
Vi faccio subito una domanda. A vostro parere una macchia di sangue può raccontare una storia?
Scopriamolo insieme.
La criminalistica moderna risponde di sì. Ma con una precisazione fondamentale: il sangue non parla da solo. Deve essere interpretato attraverso metodo scientifico, conoscenze fisiche, medicina legale, analisi della scena del crimine ed esperienza investigativa.
È questo il cuore della Bloodstain Pattern Analysis, spesso abbreviata in BPA, la disciplina che studia forma, distribuzione e dinamica delle tracce ematiche presenti su una scena del crimine. Se seguite le trasmissioni televisive sul caso Garlasco l’avete certo incrociata.
Negli ultimi anni questa materia è diventata celebre grazie a film, serie televisive e grandi casi mediatici. Il risultato, però, è stato spesso distorto. Nell’immaginario collettivo si è diffusa l’idea che basti osservare una stanza sporca di sangue per ricostruire automaticamente un omicidio. La realtà è molto più complessa, moltissimo.
La BPA non è magia investigativa. È una disciplina forense che tenta di comprendere quali eventi fisici abbiano prodotto determinate tracce. E proprio perché lavora sulla ricostruzione di eventi violenti, richiede enorme prudenza scientifica.
Secondo l’International Association of Bloodstain Pattern Analysts (IABPA), la BPA consiste nell’interpretazione delle tracce ematiche allo scopo di determinare le azioni fisiche che le hanno generate. Non serve quindi a “leggere la mente” di un aggressore, ma a verificare compatibilità dinamiche e fisiche.
Il sangue segue le leggi della fisica
Una delle prime cose che gli esperti imparano è che il sangue non si muove casualmente. Quando viene proiettato, colpisce una superficie o cade nel vuoto, obbedisce alle leggi della fisica: gravità, velocità, pressione, angolo d’impatto, tensione superficiale e resistenza dell’aria.
Detto ciò capirete certo come una semplice macchia può fornire indicazioni importanti. Una goccia caduta verticalmente tende ad assumere una forma quasi circolare. Una goccia arrivata con movimento obliquo si allunga e sviluppa una sorta di “coda”, che può suggerire la direzione dello spostamento.
È proprio da queste caratteristiche che gli analisti cercano di ricostruire: movimenti, traiettorie, posizionamento di vittima e aggressore, eventuali spostamenti successivi, compatibilità con determinate dinamiche.
Ma qui emerge già un punto fondamentale. La BPA lavora su interpretazioni scientifiche, non su certezze assolute.
Le tracce ematiche non sono tutte uguali
Nella pratica investigativa gli esperti distinguono diversi tipi di pattern ematici. Alcuni derivano semplicemente dalla forza di gravità, come le colature o le gocce passive. Altri sono generati dal contatto, ad esempio mani insanguinate, scarpe o trascinamenti. Altri ancora sono il risultato di eventi violenti: schizzi, spruzzi e proiezioni dovute a colpi, urti o movimenti rapidi di oggetti sporchi di sangue.
Uno dei fenomeni più noti è il cosiddetto “cast-off pattern”. Si verifica quando un oggetto insanguinato (per esempio un bastone o un coltello) è mosso rapidamente, proiettando sangue nell’ambiente circostante. Queste tracce possono aiutare gli investigatori a comprendere la direzione dei movimenti e la dinamica generale dell’azione.
Ma attenzione: qui il rischio di semplificazione è enorme. Il numero delle tracce non coincide automaticamente con il numero dei colpi. Le variabili sono moltissime: quantità di sangue, velocità del movimento, tipo di arma, posizione della vittima, superfici presenti e movimenti successivi.
La BPA non è un’equazione matematica perfetta.
Angoli, traiettorie e ricostruzioni tridimensionali
Uno degli aspetti più tecnici della disciplina riguarda il calcolo dell’angolo di impatto. Attraverso misurazioni geometriche, fotografie metriche e software specifici, gli analisti possono stimare da quale direzione provenisse il sangue e dove si trovasse la sorgente della ferita.
Oggi vengono utilizzati strumenti sofisticati: scanner laser tridimensionali, fotogrammetria forense, software CAD investigativi e sistemi di modellazione digitale della scena del crimine. Tra i programmi utilizzati in alcuni contesti specialistici figurano HemoSpat, FARO Zone e BackTrack.
La scena del crimine moderna, insomma, viene sempre più trasformata in un ambiente ricostruibile digitalmente.
Eppure, anche con tutta questa tecnologia, resta un elemento umano decisivo. L’interpretazione.
Il problema più delicato. La soggettività
Ed è proprio qui che la Bloodstain Pattern Analysis è entrata negli ultimi anni in una zona di forte dibattito scientifico.
Perché due esperti possono talvolta osservare la stessa scena e arrivare a conclusioni differenti.
Nel 2009 il National Research Council statunitense pubblicò il rapporto Strengthening Forensic Science in the United States, che criticava diverse discipline forensi per insufficiente standardizzazione scientifica.
Anche la BPA finì inevitabilmente sotto osservazione.
Nel 2016 il PCAST — organismo scientifico consultivo della Presidenza degli Stati Uniti — sollevò ulteriori dubbi sulla validazione empirica di alcune discipline interpretative. Questo non significa che la BPA sia priva di valore. Significa però che deve essere utilizzata con prudenza, protocolli rigorosi, verifiche e con continua validazione scientifica.
La vera scienza non teme il controllo critico. Lo considera necessario.
Quando la scena del crimine “mente”
Una delle convinzioni più pericolose è pensare che la scena del crimine rimanga immobile e perfetta.
In realtà il sangue può colare, asciugare, essere spostato, diluirsi, sovrapporsi, essere alterato dal tempo, essere modificato dai soccorsi o dai movimenti successivi.
Anche fattori ambientali apparentemente banali possono influire: temperatura, umidità, ventilazione, calpestamenti, pulizie, trascinamenti, tentativi di simulazione.
Per questo gli esperti più rigorosi evitano ricostruzioni assolute. Parlano piuttosto di compatibilità, incompatibilità e probabilità.
È un approccio molto meno spettacolare. Ma molto più scientifico.
I grandi casi italiani e il ruolo del sangue
Veniamo alle cose che ci sono più vicine. Molti casi celebri della cronaca italiana hanno mostrato quanto le tracce ematiche possano influenzare il dibattito investigativo e processuale.
Nel Delitto di Cogne, le analisi delle tracce di sangue e la ricostruzione della scena furono al centro di lunghi confronti tecnici.
Nel Delitto di Garlasco, la dinamica all’interno dell’abitazione e la compatibilità di alcuni elementi della scena alimentarono anni di discussioni investigative e mediatiche.
Anche nel Delitto di Meredith Kercher, le tracce ematiche e la lettura della scena ebbero un ruolo importante nella ricostruzione processuale.
Questi casi hanno mostrato una lezione fondamentale: la Bloodstain Pattern Analysis non vive isolata. Deve dialogare con medicina legale, DNA, impronte, autopsia, rilievi e contesto investigativo generale.
Il rischio della spettacolarizzazione
Le serie televisive, in questi anni, hanno trasformato gli analisti delle tracce ematiche in figure quasi onniscienti. Entrano in una stanza, osservano poche macchie e ricostruiscono perfettamente un omicidio. La realtà scientifica è molto diversa. Lo ripeterò spesso.
La BPA lavora con limiti, ipotesi, compatibilità, probabilità, margini di errore.
Ed è proprio questa prudenza a renderla credibile.
Perché nella scienza forense il problema non è soltanto non vedere abbastanza. A volte il rischio più grande è credere di vedere troppo.
Alla fine possiamo dire che le tracce di sangue possono raccontare moltissimo: movimenti, violenza, posizioni, compatibilità fisiche e dinamiche della scena. Ma non sono un oracolo.
La BPA è uno strumento potente e affascinante, costruito su fisica, biologia e criminalistica. Tuttavia rimane una disciplina interpretativa che richiede rigore, formazione e continua verifica scientifica.
Il sangue può aiutare a comprendere cosa sia accaduto.
Ma la vera differenza, ancora una volta, la fa il metodo con cui qualcuno prova a leggerlo.
Alla prossima macchia, cari lettori
Giulio Valerio Santini
Fonti e riferimenti
- International Association of Bloodstain Pattern Analysts – IABPA (iabpa.org)
- National Research Council, Strengthening Forensic Science in the United States: A Path Forward, 2009 (nap.edu)
- PCAST Report on Forensic Science, 2016 (obamawhitehouse.archives.gov)
- OSAC/NIST – Bloodstain Pattern Analysis Standards and Terminology (nist.gov)
- Bevel T., Gardner R., Bloodstain Pattern Analysis
- James S.H., Kish P., Sutton T., Principles of Bloodstain Pattern Analysis
Nota di trasparenza
I link rimandano per vostra comodità a pagine relative a società affiliate. Qualora un lettore decidesse di effettuare un acquisto tramite tale collegamento, il giornale potrebbe ricevere una piccola commissione come affiliato, senza alcun costo aggiuntivo per l’utente. Grazie
AMAZON: https://amzn.to/4tU6brg
EBAY: https://ebay.us/pV4iYd

