La CIA
Il direttore McCone era un uomo sulla sessantina, alto, magro, dalla forma slanciata e dalla lunga esperienza nel settore delle industrie della difesa. Quando entrò nella Roosevelt room, indossava un elegante completo a doppio petto blu marina, gessato e abbinato a una cravatta dai disegni cashmere che spiccavano sulla camicia bianca, in tinta col fazzoletto perfettamente ripiegato.
Aveva un’andatura decisa, persino nobile a tratti. Portava un paio di occhiali con la montatura minimalista, dalle lenti rotonde che gli conferivano un’aria quasi saggia. Appena lo vide, Dean Rusk non poté nascondere un sorriso di simpatia. “John”, lo salutò alzandosi in piedi e stringendogli la mano. “Dean”, si limitò a rispondergli lui con un sorriso, poi si girò verso gli altri presenti nella sala, “Signor Presidente, Robert, Generale LeMay”.
Oltre al Presidente e al Segretario della Difesa era presente anche LeMay, che ricambiò il suo saluto con un grugno poco simpatico. Il Direttore della CIA lo ignorò. Proprio in quel momento, sentì una voce alle sue spalle “buonasera a tutti”, a parlare era stato Bobby, al secolo Robert Kennedy, Segretario alla Giustizia e fratello del Presidente. Si girò verso di lui, “Signor Kenn…ehm…Signor Segretar…”, “può bastare Bobby, direttore McCone”, gli rispose l’uomo stringendogli la mano. Il fratello prese la parola “signori, grazie a tutti di essere qui” disse loro, facendo cenno di sedersi.
A McCone toccò il posto accanto al generale Curtis “Bombs away!” LeMay che, tronfio, fu il primo a prendere la parola. “Signor Presidente, le navi avevano attraversato il limite della…”, Kennedy lo interruppe con uno sguardo a dir poco ostile. “Francamente, generale”, disse, “la cosa non mi interessa. Il Segretario MacNamara le aveva dato l’ordine scritto di non procedere. Lei ha ordinato un bombardamento e…”, si interruppe un secondo.
Ci pensò un momento, poi si girò verso McCone e gli chiese “John…qual era la seconda fase del piano di attacco?”. Lui si prese un secondo per riflettere. Sapeva benissimo che, in uno scenario di tensione alta come quella, ogni singolo, piccolo errore poteva essere fatale. Guardò LeMay, sorridente e fiero, poi Dean Rusk, il suo amico, Segretario di Stato con un’espressione preoccupata e interrogativa dipinta in faccia. Infine disse “il piano, signor Presidente, prevedeva che, a seguito di un attacco alle navi sovietiche, venisse attuata un’operazione anfibia interforze per invadere e occupare Cuba, distruggendo le installazioni di lancio di missili nucleari”. Kennedy impallidì e per la prima volta da quando McCone lo conosceva, si fece sfuggire un’imprecazione. “cazzo!” esclamò dando una sonora manata sul tavolo, “dobbiamo richiamare gli uomini. Adesso!”.
LeMay stava per dire qualcosa, quando fu, inaspettatamente, Bobby a interromperlo. “Vaffanculo Curtis!” gli urlò l’uomo. McCone non ci poteva credere. Non aveva mai sentito il Segretario alla giustizia urlare una cosa simile e lo stesso generale stava per cadere dalla sedia “ti farò tagliare le palle quando questa storia sarà finita! Sei fottuto, mi hai capito?!” continuò “FOTTUTO!!”.
Detto ciò, si fermò a riprendere fiato. Le gote, tinte di rosso per lo sforzo, che riprendevano colore mentre lui si ossigenava. Ancora scioccato, il Segretario MacNamara si alzò e prese in mano il telefono in un angolo della stanza.
… continua

