La teocrazia che opprime le donne passa in secondo piano. L’urgenza vera diventa condannare USA e Israele e accusare il governo italiano.
Sinistra italiana. Iran e attacco USA Israele
Ci sono indignazioni che nascono dalla coscienza. E poi ci sono indignazioni che nascono dall’agenda.
In questi giorni la sinistra italiana accenna all’Iran, sì. Ma lo fa spesso come premessa di un altro discorso: non il regime degli ayatollah, bensì la condanna dell’azione militare congiunta USA-Israele e, per riflesso, l’ennesimo processo alle intenzioni contro il governo italiano.
È qui l’equivoco – o la furbizia.
Perché l’Iran non è diventato improvvisamente un problema nel 2026. L’Iran è un problema dal 1979.
Quarantasette anni di Repubblica islamica. Quarantasette anni in cui la religione non è una cornice culturale, ma la struttura stessa del potere, e la repressione non è un incidente, ma un metodo.
Poi, il 28 febbraio 2026, l’attacco “preventivo” (discutiamone) USA-Israele contro obiettivi in Iran (leadership, apparati di sicurezza, siti legati al programma nucleare e missilistico) ha alzato il livello della crisi e ha acceso la miccia di una escalation regionale che, mentre scrivo, continua impietosa e indifferente alla nostra paura.
Fin qui, cronaca. Il punto politico è un altro. Perché per molti l’oggetto principale non è la teocrazia che opprime e uccide, ma l’Occidente che colpisce?
Quarantasette anni di regime, ma l’indignazione arriva solo quando si può accusare “l’Occidente”
Chiariamo bene, non lasciamo spazio ai leoni da tastiera. Criticare un’azione militare è legittimo. Invocare diplomazia e limiti è legittimo e sperabile. Il diritto internazionale però non è un optional, non lo è ora e non lo è mai stato. Lo diciamo per quelli con la memoria corta, meglio con la memoria selettiva.
Ma è impossibile non notare lo schema. L’Iran entra nel dibattito come pedina, non come oggetto morale.
Quarantasette anni di controllo sociale e religioso sulla vita quotidiana, repressione del dissenso politico, persecuzione di minoranze, violenza istituzionalizzata con torture e stupri, mutilazioni e uccisioni. E quindi soprattutto, maledetti quarantasette anni di annientamento della libertà femminile.
La donna, nel sistema teocratico, non è un individuo sovrano, è un soggetto vigilato, normato, punibile. Lo hanno detto chiaro, anzi l’ho ha detto lui che non c’è più. La donna è una capra, una versione minore di Satana. Insomma pure una brutta copia del diavolo, nemmeno questo è riuscita a fare, a copiare bene.
Per quasi mezzo secolo, però, una parte della sinistra occidentale ha avuto una reattività strana. Se il colpevole è “l’Occidente”, l’indignazione è immediata, totale, permanente e violenta non solo nelle parole. Se il colpevole è un regime teocratico anti-occidentale, l’indignazione diventa spesso più tiepida, più episodica, più “contestualizzata”. Si trovano mille distinguo, le piazze non si riempiono. I soliti frequentatori hanno improvvisamente altro da fare.
E quando esplode la guerra, l’asse si sposta di nuovo. La teocrazia iraniana sparisce dallo sfondo morale, resta solo il tribunale contro USA, Israele e i governi alleati. E, colmo della beffa, anche lo spagnolo che il popolo stava mandando a casa per porcherie varie, improvvisamente ha un sussulto di orgoglio. Non vogliamo la guerra! Pazzesco, che orgoglio proletario!
Il caso CGIL. Solidarietà al popolo iraniano, ma bersaglio politico subito altrove
Qui poi entra in scena un pezzo grosso del sistema politico-culturale italiano. Il sindacato, il braccio operativo del PD, l’organizzatore della “rivolta sociale”. Landini insomma, un probabile prossimo deputato o senatore del PD, come alcuni suoi celebri (se lo dicono da soli) predecessori.
La CGIL, con Maurizio Landini, ha diffuso una posizione chiara. Solidarietà al popolo iraniano (eh…Finalmente), ma condanna dell’attacco USA-Israele come azione unilaterale e grave violazione del diritto internazionale, con richiesta di cessate il fuoco e ritorno al negoziato. Leggete la traduzione: tutto il Governo di deve dimettere e ristabilire l’ordine democratico dopo una deriva autoritaria senza fine che ha privato la buona stampa e la buona televisione della libertà di parola. Diteci voi…
Però, però…È una linea che, comunicata così, può sembrare equilibrata. Ma, attenzione cari lettori elettori e votanti al Referendum, il problema è l’effetto complessivo nel dibattito italiano. L’Iran viene evocato in apertura, e poi diventa rapidamente scenografia, fondale, per il messaggio politico principale. Colpa dell’Occidente, colpa dei falchi, colpa dei governi di destra. Il diavolo ritorna, la capra.
E allora la domanda che taglia come un rasoio non è nemmeno “perché condanni l’attacco” (ci sta), ma…Dov’era questa capacità di mobilitazione quando l’Iran opprimeva senza guerra in corso, senza breaking news, senza l’occasione perfetta per accusare l’avversario interno?
Perché se la tua bandiera è la dignità umana, dovresti averla sventolata anche quando non portava dividendi politici. Dovresti avere il braccio ormai stanchissimo per avere sventolato la tua bandiera rossa per quasi cinquant’anni.
Femminismo militante. Dove sono state le piazze quando non c’era da odiare “l’Occidente”?
Altro nervo scoperto, altro argomento da analizzare con onestà intellettuale. Il femminismo militante “da talk show”, prontissimo a spiegare a chiunque cos’è il patriarcato. Ad insultare il maschio Alfa, naturalmente di destra, bellamente dimenticandosi come trattavano le donne i loro “compagni” di alcuni anni fa. Sono ancora tanto arrabbiate che la prima donna Presidente del Consiglio sia arrivata dalla destra, sono ancora accecate dalla rabbia e a placarla non è bastata la nomina del Segretario donna e omosessuale. Troppo tardi, per non dire che la signora non è certo espressione delle lotte operarie.
Benissimo. Ma allora, domanda secca dove sono state le mobilitazioni permanenti contro un sistema teocratico che ha costruito norme e pratiche per disciplinare il corpo femminile?
Non parliamo di nuance filosofiche, parliamo di uno Stato che per decenni ha trattato la libertà femminile come minaccia all’ordine religioso, all’ordine morale di uno Stato.
Oggi improvvisamente il tema torna. Ed è positivo che torni. Ma torna spesso come inciso morale, mentre la vera energia emotiva del discorso è spesa per un obiettivo diverso. Condannare l’attacco e colpire il governo italiano, come se la questione centrale fosse sempre e soltanto “noi”, “la nostra politica interna”, “il nostro posizionamento”.
È il narcisismo geopolitico. Il mondo brucia, ma l’importante è non perdere il microfono e la poltrona. O il banco a rotelle. Transeat.
Il cortocircuito del Medio Oriente. Diritto internazionale a intermittenza e memoria corta sul terrorismo
Questo meccanismo si è visto anche dopo il 7 ottobre 2023. Davanti al terrorismo, la condanna in certi ambienti è stata a tratti ambigua, o rapidamente sostituita da giustificazioni e “contestualizzazioni”.
Con l’Iran accade qualcosa di simile. Il feroce e sanguinario regime teocratico resta spesso sullo sfondo, mentre l’attenzione si fissa sul soggetto perfetto da colpevolizzare. USA e Israele. Questi ebrei poi…Ma siamo tutti qui a condannare gli antisemiti, che non esistono tra noi, lo sanno tutti.
Intanto la guerra si allarga, con attacchi e ritorsioni nella regione e una dinamica che cambia di ora in ora.
E qui arriva il punto politico più duro da dire, ma necessario se il tuo moralismo si accende solo quando puoi accusare l’Occidente, allora non è moralismo. È propaganda.
Il vizio della superiorità morale
Poi c’è il tono. Sempre quello. La sinistra italiana, una parte almeno, parla come se avesse un monopolio morale e culturale. Noi siamo la coscienza, voi siete la barbarie. Io so’ io e voi …Dal marchese del Grillo.
Peccato che questa superiorità venga spesso proclamata dagli stessi ambienti che, quando si tratta di pluralismo vero, faticano a tollerare chi dissente nelle università, nelle scuole superiori, nelle redazioni e…Anche a teatro, tra gli artisti che hanno capito che forse è il momento, che va di moda e che tira un sacco. Anche alla radio di Confindustria dove oggi un comico (ma l’aggettivo è la battuta) insegnava geopolitica agli italiani.
E peccato che, sul piano culturale, l’idea che “a destra non ci sia pensiero” sia una favoletta buona per i salotti pigri, per gente che si occupa solo di calcio: Del Noce, Evola, Gentile, Pound, Mishima, Jünger, Spengler, Scruton (e decine di altri) dimostrano che una visione del mondo può essere strutturata, filosofica, persino scomoda, senza per questo essere cancellata con un’alzata di sopracciglio tipica di certe professioniste della politica onnipresenti in quelle televisioni che appena possono dileggiano e condannano.
La cultura non ha tessera, non ha poltrona. Ha profondità. E coraggio, molto. Quello di non adeguarsi alle bugie
La chiusura
Quindi parliamo dell’attacco USA-Israele. Discutiamone. Critichiamolo, condanniamolo se serve. Anche con forza. Ma smettiamola di fare finta che l’Iran sia un dettaglio di contorno.
Perché l’Iran è quarantasette anni di regime. E se oggi ti “scopri” indignato soprattutto contro chi colpisce, ma ti sei abituato per decenni a chi opprime, allora il problema non è la guerra. Il problema è la tua indignazione, che purtroppo non è universale. È utilitaristica, selettiva, di bandiera.
E alla fine, la domanda resta lì, impietosa:
Se la libertà delle donne e la dignità umana sono davvero principi, perché diventano urgenti solo quando tornano utili contro l’avversario politico?
Oggi il molto indignato, ma sempre vostro
Giulio Valerio Santini
https://it.wikipedia.org/wiki/Proteste_in_Iran_del_2025-2026

