In Italia la tutela della privacy non è mai stata così centrale nel dibattito pubblico come oggi: il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato la sua relazione annuale 2024, registrando 835 provvedimenti collegiali e oltre 24 milioni di euro in sanzioni. Nel contempo, sono state accolti circa 4.090 reclami e registrate 93.877 segnalazioni riguardanti marketing, sanità, giustizia, lavoro e dati on-line delle pubbliche amministrazioni.
Tuttavia, la questione non è solo quantitativa: emergono nuovi fronti di tensione. Da un lato, le tecnologie — social network, intelligenza artificiale, algoritmi di profilazione — mettono alla prova vecchie regole e nuovi rischi. Il Garante segnala che tra i casi rilevanti figurano la profilazione commerciale aggressiva, che tutti conosciamo a causa della tempesta di telefonate che ci arrivano ogni giorno da call center e chissà cos’altro, la raccolta massiva di dati per l’addestramento di sistemi di IA, e l’espansione del fenomeno del “revenge porn” (per cui le segnalazioni sono quasi triplicate rispetto al 2023).
Dall’altro lato, si aprono scenari che coinvolgono direttamente i media e i social: il rapporto tra privacy e informazione diventa più complesso. I giornali e le emittenti si trovano a manovrare tra la legittima esigenza di informare e quella di ridurre il rischio di violazione della dignità personale e del dato. In questo contesto, la funzione del Garante è cruciale, ma è anche oggetto di riflessione.
Proprio il Garante è finito al centro di accuse che ne mettono in discussione la “terzietà” e l’indipendenza: conflitti d’interessi, contatti con partiti politici, tempistiche dubbie nelle decisioni, e una decisione su una multa da 44 milioni a Meta Platforms “finita in nulla” come simbolo di inefficacia. Il Presidente stesso ha respinto le accuse sono sostenendo che “non c’è stata mai una decisione assunta per una ragione diversa dall’applicazione rigorosa della legge in piena indipendenza”.
Per i giornali e per chi opera sui social, lo scenario è dunque doppio. Da un lato occorre vigilare: la velocità e l’ampiezza della diffusione — anche sui social — dei dati personali rende più facile la violazione della privacy. Ogni post, ogni audio, ogni conversazione pubblicata può diventare elemento di interesse mediatico, ma anche di danno della reputazione o di diritti personali. Dall’altro lato, la tutela della privacy non può divenire bavaglio all’informazione: quando l’indagine giornalistica illumina pratiche illecite o inquietanti, deve avere strumenti per agire senza essere schiacciata da timori procedurali.
In definitiva, la nostra società chiede un nuovo equilibrio: il Garante deve essere percepito come credibile, indipendente e trasparente nell’azione; i giornali e i social devono operare con rigore, evitando che la privacy si trasformi in un tabù o, al contrario, che l’informazione diventi un perimetro vuoto di diritti. Se l’informazione soffoca, la democrazia s’indebolisce. Se la privacy è calpestata, la fiducia sociale diminuisce. Il diritto di sapere e il diritto al rispetto della sfera personale devono convivere, anche nell’era frenetica dei social e dei dati.


