Tra silenzi religiosi e indifferenza politica, la tragedia delle infibulazioni continua anche in Italia. Una violenza contro le donne di cui non si parla mai.
Un orrore globale che sopravvive nel silenzio
Forse sta succedendo anche ora, non lontano da qui. Non lontano da me, da noi. Nel silenzio rotto solo dai pianti della vittima, probabilmente una bimba che tale non sarà più. Ci sarà un “macellaio” e una donna, questa soccomberà alla barbarie e tale non sarà più…
Ora qualche numero, per comprendere meglio dell’orrore di cui vi parlo.
Sono più di 230 milioni (milioni!) le bambine e le donne che ad oggi hanno già subito la brutalità di una mutilazione genitale femminile (MGF). Ogni anno, secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell’UNICEF, oltredue milioni di nuove vittime subiscono lo scempio nei 31 Paesi dove questo macello è ancora diffuso e condiviso.
E, badate bene e stupitevi solo se siete sinceri, l’Italia non è ormai esclusa. Le stime del Dipartimento per le Pari Opportunità e del Ministero dell’Interno, ci segnalano che nel nostro bel Paese vivono circa 87.600 donne già sottoposte a infibulazione e che, mentre voi leggete questo articolo, oltre 6.000 ragazze e bambine sono oggi considerate a rischio concreto, soprattutto se vivono nelle comunità originarie di Somalia, Eritrea, Nigeria, Egitto e Sudan. Alcune di loro sono mozzate, recise in altre nazioni e riportate in Italia. Molte subiscono questa barbarie clandestinamente, in case private o studi improvvisati di medici stranieri. Ma nessuno sa, nessuno parla. Perché?
Cos’è l’infibulazione. Una mutilazione permanente
Cerchiamo di capire anche in cosa consiste questa operazione senza ritorno, questa amputazione di genere degna del dottor Mengele. L’infibulazione è l’ipotesi più estrema di mutilazione genitale femminile, classificata come Tipo III dall’OMS. È, provate a immaginare se riuscite, l’asportazione dei genitali esterni e la chiusura praticamente totale dell’apertura vaginale. Sopravvive esclusivamente un piccolo foro per l’urina e il flusso mestruale. Altrimenti la vittima morirebbe in breve tempo.
Questo esercizio orrendo è di fatto un mezzo di controllo della sessualità femminile e di sottomissione culturale e sociale. La logica che la sostiene è arcaica, tribale e crudele. L’obiettivo è impedire alle donne di provare piacere. Il maschio, collocatelo voi, pensa che “pura” resta solo quella che non desidera”.
Le conseguenze inevitabili. Dolore e cancellazione dell’identità
Questa mutilazione fa scempio del corpo e della mente. Genera dolore cronico, infezioni di vario tipo, difficoltà urinarie, infertilità, e complicanze gravissime durante il parto. Ma credo, ditemi voi, che la parte peggiore se possibile sia l’annientamento della sessualità femminile con la creazione a proprio piacere di una sorta di mutanti. Le donne sottoposte a infibulazione non possono più provare piacere. Questo forse è il vero sottile obiettivo.
La mente di queste donne, così come il corpo, ne esce distrutta. La loro vita sarà per sempre caratterizzata da ansia, depressione, perdita di autostima e isolamento sociale. Si, paradossalmente anche questo. Molte donne mutilate sintetizzano la loro emozione in una frase brutale, “siamo state tagliate via”. Non solo nel corpo, ma anche nella dignità. Perché tutto questo?
Il silenzio degli imam
Nessuna delle principali autorità islamiche in Italia ha avviato una campagna sistematica di condanna e dissuasione della pratica. Spero possiate smentirmi, alcuni si affanneranno a farlo. Eppure, sarebbe proprio da lì che dovrebbe partire il cambiamento culturale. L’infibulazione non è prescritta dal Corano, ma resta tollerata o minimizzata in nome di un malinteso rispetto per le “tradizioni delle comunità”. Perché rischiare di perdere fedeli?
Il risultato è un silenzio devastante e complice, che legittima l’omertà e protegge i carnefici.
Non si registrano denunce spontanee da parte di imam o associazioni religiose su casi conosciuti.
Un muro di discrezione che diventa, nei fatti, connivenza morale.
La politica che non vede
Ma ora veniamo a noi, al nostro mondo occidentale, quello che dovrebbe essere un baluardo di libertà per tutti. In questo Paese dove si scende in piazza con gran facilità e si discute ogni giorno di diritti civili e ci si riempie la bocca della parola democrazia, nessun grande partito – né progressista né conservatore – ha fatto dell’infibulazione un tema di battaglia civile. Dove sono le studentesse urlanti che vediamo spesso in televisione e sui social? Niente manifestazioni, nessun hashtag, nessuna indignazione collettiva. Il sindacato? Assente anche quello più politico. Le urla di piazza, sempre pronte a scagliarsi per qualsiasi emergenza di facciata, tacciono di fronte a una macelleria che si consuma nel corpo delle donne. Perché?
Perché tutto ciò? Forse perché è più comodo non guardare. Forse perché denunciare davvero questa barbarie significherebbe mettere in discussione tabù culturali e ideologici legati all’immigrazione, all’integrazione, al relativismo religioso. E convenienze politiche.
Un’ideologia che copre il dolore
C’è un silenzio che incide le carni più male delle lame. È quello dell’indifferenza, che nella migliore delle ipotesi nasce dalla paura di essere accusati di razzismo, e che si traduce in una forma di complicità ideologica. In nome di un rispetto “multiculturale” senza limiti, si tollera l’intollerabile. Ma i diritti non sono negoziabili, e la libertà delle donne non è materia di compromesso culturale. Forse, per qualcuno si…
Forse, un giorno che vorrei proprio non vedere, diventeremo improvvisamente consapevoli che questo silenzio è stato parte di un progetto più grande, un processo ideologico che ha insegnato a non vedere l’orrore se arriva da chi non vogliamo criticare. E forse, allora, avremo il coraggio di chiamarlo col suo nome: barbarie. Nessuna religione, nessuna cultura e nessuna politica può giustificare una mutilazione.
La verità è dentro di voi, la conoscete non mettetela a tacere. Diffidate poi da chi censura, non concede spazio a chi non la pensa allo stesso modo. Non è un buon compagno sulla strada della libertà.
Giulio Valerio Santini

