Mi ricordo che una volta desideravi una cosa, poi quando potevi pagavi e la comperavi. Diventava tua, la possedevi. Ne disponevi in totale libertà.
Compravi un disco e quel disco era tuo. Compravi un programma per il computer e potevi usarlo per anni. Acquistavi un’automobile e gli accessori installati rimanevano disponibili per tutta la vita del veicolo.
Poi qualcosa è cambiato.
Quasi senza accorgercene siamo entrati nell’epoca dell’abbonamento permanente. Una piccola cifra al mese, apparentemente innocua, spesso inferiore al costo di una pizza.
9,99 euro.
Una cifra psicologicamente perfetta. Non sembra dieci euro, sembra poco. Talmente poco che spesso non vale nemmeno la fatica di pensarci.
Ma è proprio qui che inizia la storia. Forse una brutta storia, certamente per alcuni.
Il mondo è passato dal possesso all’abbonamento
Il cambiamento è stato graduale ma abbastanza rapido
Prima sono arrivati i servizi di streaming. Musica, film, serie televisive. Un catalogo enorme sempre disponibile, senza più acquistare CD o DVD. Mi sembrava una cosa piacevole, facile. Sembrava che lo facessero per noi.
Poi sono arrivati i programmi informatici. Software che una volta compravamo definitivamente sono diventati servizi mensili o annuali. Quello che pagavamo una volta ora ci costano meno una volta ma poi paghiamo per l’eternità.
Poiché nessuno, forse pochi, si sono lamentai ecco che il mercato travolge tutti noi. Rapidamente il modello si è esteso praticamente ovunque come un virus ad alta morbilità. Spazio cloud, applicazioni del telefono, videogiochi, consegne rapide, piattaforme digitali, servizi aggiuntivi.
Persino il mondo dell’automobile ha iniziato a sperimentare questa strada, immaginando funzioni disponibili tramite pagamento periodico.
Non compri più soltanto un prodotto. Acquisti il diritto temporaneo di utilizzarlo.
La psicologia dei piccoli importi
Credo che il vero segreto del successo degli abbonamenti sia nella percezione.
Se qualcuno ci proponesse di pagare 600 euro subito per alcuni servizi digitali, probabilmente ci fermeremmo a riflettere.
Davanti a 9,99 euro al mese invece la reazione cambia. “È poco”, “Non cambia nulla”. “È meno di un caffè al giorno”. Queste le considerazioni, assai diffuse.
Ed è vero. All’inizio. Il problema nasce quando quei piccoli importi iniziano a moltiplicarsi.
Un servizio di film. Uno di musica. Il cloud per le fotografie. Un’applicazione. Un giornale digitale. Un programma. Una piattaforma per lo sport.
Dieci euro diventano trenta. Trenta diventano cinquanta. Cinquanta euro al mese diventano seicento euro all’anno. E così via sino a somme ragguardevoli pr chiunque immaginate per chi non se lo può permettere.
E spesso senza una vera decisione consapevole. Ormai ci si rovina in allegria
Una volta ho preso un prestito (scusate l’italiano). Non ho dormito tre notti in fila.
Ora…Qualcuno ci penserà. Magari un gratta e vinci. Mah.
Il pagamento invisibile cambia il rapporto con il denaro
Una volta aprire il portafoglio era un gesto fisico. Vedevamo uscire le banconote.
Oggi molti pagamenti avvengono senza alcuna azione: carta registrata, addebito automatico, rinnovo silenzioso. Comodo? Certamente.
Ma anche molto diverso dal punto di vista psicologico. Il nostro cervello registra molto meno un costo che non vede. Per questo capita di scoprire abbonamenti dimenticati, servizi non utilizzati da mesi o applicazioni provate gratuitamente e mai cancellate.
Non perché siamo distratti. Perché il sistema è costruito per essere semplice all’ingresso e molto meno evidente nel tempo.
I pirati della Tortuga non avrebbero saputo fare di meglio
Gli abbonamenti sono davvero un male?
No. Sarebbe in ingiusto sostenerlo e un errore demonizzarli. In molti casi hanno migliorato la nostra vita.
Con pochi euro possiamo accedere a servizi che in passato sarebbero costati molto di più. Pensiamo alla musica. Acquistare decine di album ogni anno avrebbe avuto un costo enormemente superiore. Pensiamo alle TV e ai programmi a cui danno accesso. Pensiamo alle auto in sharing, una opportunità che consente a molti di accedere a una cosa che altrimenti non potrebbero permettersi.
Il punto quindi non è eliminare gli abbonamenti. Il punto è governarli. La differenza è sottile (non tanto ma si usa dire così) ma fondamentale. Questo sì.
Se scelgo consapevolmente un servizio perché lo uso davvero, sto acquistando valore. Se continuo a pagarlo solo perché mi sono dimenticato che esiste, sto semplicemente perdendo denaro. Anzi lo sto buttando. Molti buttano denaro.
La revisione annuale dei 9,99 euro
Esiste una piccola abitudine che può fare una grande differenza. Una volta all’anno sarebbe utile aprire l’elenco degli abbonamenti attivi e farsi tre domande: 1) Lo utilizzo davvero? 2) Mi serve ancora? 3) Se dovessi sottoscriverlo oggi per la prima volta, lo farei?
L’ultima domanda è spesso quella decisiva.
Perché molti costi rimangono nella nostra vita non perché li scegliamo, ma semplicemente perché erano già lì.
Il risparmio nasce dalla consapevolezza
Risparmiare non significa necessariamente rinunciare, non significa vivere contando ogni centesimo o eliminare tutto ciò che ci piace.
Spesso significa soltanto riportare attenzione dove l’automatismo ha preso il controllo. I piccoli importi sono piccoli solo quando restano pochi.
Dieci euro possono essere una scelta intelligente. Dieci euro dimenticati, ripetuti tante volte e per molti anni, possono diventare una cifra importante. Perché nella gestione del denaro non contano soltanto le grandi decisioni.
A volte sono proprio quelle apparentemente invisibili a fare la differenza.
Sappiate che molte famiglie hanno dovuto ricorrere ad aiuti specialistici per uscire da situazioni di sovraindebitamento generato dai 9,99€.
Meditate gente, meditate.
Giulio Valerio Santini
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