Non ci posso credere ma è così. L’Italia ha bisogno dei lavoratori stranieri e negarlo sarebbe semplicemente ridicolo. Basta entrare in un ristorante, osservare un cantiere, guardare chi raccoglie nei campi o, soprattutto, chiedere alle famiglie chi assiste i loro anziani. Ma quando si parla di immigrazione e lavoro in Italia esiste anche un’altra verità, assai meno frequentata. Siamo ultimi nell’Unione europea per tasso di occupazione. Abbiamo milioni di persone in età lavorativa fuori dal mercato e sosteniamo una componente assistenziale che vale circa 180 miliardi di euro. Prima di invocare continuamente nuova manodopera dall’estero, forse sarebbe il caso di capire perché utilizziamo così male quella che abbiamo già in casa.
Facciamo un esperimento mentale, senza ideologia e possibilmente senza paraocchi e senza schieramenti. Immaginiamo che domani mattina i lavoratori stranieri scompaiano improvvisamente dal mercato del lavoro italiano. Ce ne accorgeremmo prima dell’ora di pranzo.
Ristorazione, turismo, agricoltura, edilizia, logistica e consegne entrerebbero immediatamente in difficoltà, mentre nell’assistenza familiare il problema assumerebbe dimensioni ancora più evidenti. Secondo l’INPS, nel 2025 soltanto il 31,1% dei lavoratori domestici regolarmente registrati era italiano. Quasi sette su dieci erano quindi stranieri e, per il secondo anno consecutivo, le badanti hanno superato le colf.
Questa è la realtà e non serve girarci intorno. L’Italia ha bisogno del lavoro degli immigrati e oggi alcuni settori avrebbero enormi difficoltà a funzionare senza di loro.
La responsabilità di questa situazione? Non è difficile da trovare, percorrete la storia dei governi degli ultimi anni e capirete. Un microcosmo di cooperative, di aziende, di posti di lavoro sapientemente distribuiti e enti che lucrano sulla immigrazione. E poi prospettive, tattiche e strategie politiche. Perdeteci un po’ di tempo e il quadro vi sarà chiaro.
Stabilito questo, possiamo finalmente occuparci dell’altra metà della storia, quella che curiosamente riceve molta meno attenzione.
Immigrazione e lavoro. Perché l’Italia ha bisogno deglistranieri
La presenza dei lavoratori stranieri non è più un elemento marginale del mercato del lavoro italiano. In alcuni comparti è diventata strutturale. Pensare di eliminarla dall’oggi al domani produrrebbe conseguenze economiche pesantissime. Il punto, quindi, non è stabilire se i lavoratori immigrati servano. Servono già, purtroppo.
La questione interessante è capire perché un Paese che ha così disperatamente bisogno di manodopera straniera utilizzi una quota tanto inferiore della propria popolazione rispetto agli altri Stati europei. Ed è qui che i numeri cominciano a diventare parecchio scomodi. Cui prodest, a chi giova questa situazione?
Italia ultima in Europa per tasso di occupazione
Nel secondo trimestre del 2026 l’Italia ha raggiunto circa 24,36 milioni di occupati. Un risultato che rappresenta un livello storicamente molto elevato e che viene giustamente presentato come un fatto positivo. Peccato che i record italiani vadano confrontati anche con ciò che accade fuori dai nostri confini.
Nel 2025 il tasso di occupazione della popolazione tra 20 e 64 anni era del 67,6% in Italia contro il 76,1% della media dell’Unione europea. Quasi nove punti di differenza e, soprattutto, l’ultimo posto nell’UE.
Siamo quindi di fronte a un piccolo capolavoro nazionale. Abbiamo contemporaneamente carenza di lavoratori e il più basso tasso di occupazione dell’Unione europea.
Non significa, naturalmente, che ogni persona non occupata possa essere spedita domattina in un cantiere o dietro il bancone di un ristorante. Tra chi non lavora ci sono studenti, persone fragili, familiari impegnati nell’assistenza, disoccupati e individui che per mille ragioni differenti non sono immediatamente disponibili.
Ma quasi nove punti di distanza dalla media europea non possono essere liquidati con una scrollata di spalle. Se gli altri riescono a impiegare una quota molto maggiore della propria popolazione e noi no, forse prima di discutere soltanto di quanti lavoratori importare sarebbe utile domandarci che cosa non funzioni nel nostro mercato del lavoro. Forse una Pubblica Amministrazione ridondante, inutile e costosa. Probabilmente.
Occupazione femminile. Il grande ritardo italiano
La situazione appare ancora più evidente quando si guarda all’occupazione femminile. Nel 2025 lavorava il 58% delle italiane tra 20 e 64 anni, contro il 71,3% della media europea. Mentre la distanza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile raggiungeva 19,1 punti percentuali, il divario più elevato dell’Unione. Anche qui siamo ultimi.
E prima che qualcuno interpreti questi numeri come l’ennesima predica contro chi rimane a casa, il problema è esattamente l’opposto. Se una donna non può lavorare perché non trova un asilo nido, perché deve assistere un genitore anziano o perché il suo stipendio finirebbe quasi interamente nei costi necessari per poter lavorare, il fallimento non è suo, è del sistema.
Ma il risultato economico non cambia. Abbiamo dentro casa un’enorme riserva potenziale di lavoro che non riusciamo a utilizzare mentre continuiamo a discutere della necessità di cercarne altra fuori.
NEET e giovani. L’Italia migliora, ma il problema resta
Anche sui NEET conviene usare i numeri aggiornati, perché quelli corretti sono già sufficientemente eloquenti e non hanno bisogno di essere truccati. Nel 2015 i giovani italiani tra 15 e 29 anni che non lavoravano e non seguivano percorsi di istruzione o formazione erano il 25,7%. Nel 2025 la percentuale è scesa al 13,3%, contro una media europea dell’11%.
Il miglioramento è importante e sarebbe disonesto ignorarlo. Rimane il fatto che una quota rilevante dei nostri giovani resta fuori sia dal lavoro sia dalla formazione mentre numerose imprese lamentano l’impossibilità di trovare personale.
Nel frattempo continuiamo anche a esportare italiani: nel solo 2024 sono espatriati circa 156 mila nostri concittadini.
Naturalmente sarebbe demagogico sostenere che siano fenomeni perfettamente sovrapponibili, perché un giovane laureato che parte per lavorare in Germania non occuperebbe necessariamente il posto per il quale un’azienda agricola italiana cerca un lavoratore straniero. Ma resta un paradosso sul quale varrebbe la pena riflettere: mandiamo all’estero una parte dei nostri giovani e cerchiamo all’estero una parte dei lavoratori che ci servono. Con una annotazione, all’estero vanno italiani diplomati e laureati e importiamo persone che non parlano italiano e non hanno alcuna qualifica professionale. Disperati che gravano sul nostro Paese senza fornire aiuto importante, finendo però nel girone dantesco del business dell’immigrazione.
Se questo è un modello efficiente, quantomeno ha un modo piuttosto originale di manifestarsi.
Pochi laureati e imprese che non trovano lavoratori
Quando si parla dei lavori che gli italiani non vogliono più fare compare spesso una spiegazione apparentemente consolatoria: saremmo diventati un popolo talmente istruito da non poter più pretendere che i nostri ragazzi facciano i camerieri, lavorino nei cantieri o raccolgano frutta e verdura.
Sarebbe una spiegazione interessante, se i numeri avessero la cortesia di confermarla. Nel 2024 soltanto il 31,6% degli italiani tra 25 e 34 anni possedeva un titolo di istruzione terziaria, contro il 44,1% della media dell’Unione europea. Nel 2025 il dato italiano è migliorato, ma continua a essere nettamente inferiore alla media europea.
Dunque non abbiamo soltanto pochi occupati rispetto agli altri Paesi europei: abbiamo anche relativamente pochi laureati. Difficile sostenere che milioni di italiani siano rimasti fuori da determinati lavori perché improvvisamente tutti sovra qualificati.
Salari bassi e lavoro nero, l’altra faccia del problema
A questo punto sarebbe altrettanto comodo rovesciare tutta la responsabilità su chi non lavora, magari con la vecchia caricatura dell’italiano sdraiato sul divano in attesa del prossimo bonus. La realtà è più seria, la realtà è diversa.
In Italia molti lavori sono pagati poco, alcuni sono precari, altri richiedono turni pesanti e altri ancora offrono condizioni che li rendono comprensibilmente poco attrattivi. Se il vantaggio economico derivante dall’accettare un lavoro è minimo rispetto ai costi necessari per svolgerlo, il problema esiste e non può essere risolto con una predica morale.
A questo si aggiunge il lavoro nero. Gli ultimi dati Istat disponibili stimano per il 2023 circa 3,13 milioni di unità di lavoro irregolari.
Ed ecco un altro pezzo del puzzle italiano: una parte di chi risulta fuori dall’occupazione ufficiale potrebbe non essere affatto estranea al lavoro, ma lavorare semplicemente fuori dalle statistiche, dalle tutele e, soprattutto, dal fisco e dalla contribuzione. Anche questo conto, prima o poi, qualcuno dovrà pur presentarlo.
Assistenza in Italia. Il nodo dei 180 miliardi
C’è poi un elefante nella stanza dei cristalli e continuare a fingere di non vederlo non lo farà diventare più piccolo e attento.
Secondo il XIII Rapporto sul sistema previdenziale italiano di Itinerari Previdenziali, i trasferimenti dello Stato all’INPS destinati alla componente assistenziale hanno raggiunto circa 180 miliardi di euro. Una enormità!
Dentro questa cifra ci sono prestazioni indispensabili e persone che hanno pieno diritto di essere sostenute. Nessuno Stato degno di questo nome dovrebbe abbandonare chi non può lavorare, chi è povero, chi è invalido, chi perde l’occupazione o chi attraversa una situazione di autentica difficoltà.
Ma proprio perché stiamo parlando di una cifra gigantesca diventa legittimo chiedersi se il sistema riesca sempre a distinguere correttamente chi non può lavorare da chi potrebbe lavorare, chi ha bisogno di essere assistito da chi dovrebbe essere accompagnato nuovamente verso l’occupazione.
Porre questa domanda non significa essere contrari allo Stato sociale. Significa voler evitare che lo Stato sociale finisca per divorare le risorse necessarie a mantenerlo.
ISEE, circa 30 milioni di italiani nel sistema delle agevolazioni
Secondo i dati richiamati da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nel 2025 circa 30 milioni di italiani hanno presentato una dichiarazione ISEE per accedere o verificare il diritto a prestazioni e agevolazioni.
Anche qui bisogna essere precisi: non significa affatto che 30 milioni di italiani ricevano un assegno dallo Stato per starsene tranquillamente a casa. L’ISEE serve per l’assegno unico, gli asili nido, le università, i bonus sociali e numerose altre prestazioni.
Resta però impressionante che circa metà della popolazione italiana entri, in un modo o nell’altro, nel gigantesco universo delle agevolazioni collegate alla situazione economica familiare.
Ed è qui che arriva la domanda politicamente più scomoda: esistono situazioni nelle quali la somma tra sussidi, agevolazioni, costi necessari per andare a lavorare, salari bassi ed eventualmente qualche reddito irregolare rende poco conveniente accettare un’occupazione regolare?
Se esistono, abbiamo costruito quella che gli economisti chiamano una trappola dell’inattività.
E allora il problema non è dare troppo a chi ha bisogno, ma dare male, perché un welfare intelligente deve proteggere la persona nel momento della difficoltà e, quando può lavorare, aiutarla a tornare autonoma.
NASpI e disoccupazione: protezione o rischio di inattività?
Lo stesso ragionamento vale per la NASpI, sulla quale è facile fare propaganda in entrambe le direzioni. La prestazione non è semplicemente “un anno pagato ogni due anni di lavoro”: la sua durata è collegata alle settimane contributive maturate secondo le regole previste dalla normativa.
Ma la questione vera rimane. Un’assicurazione contro la disoccupazione è necessaria e civile; un sistema nel quale la prestazione non sia accompagnata da controlli, formazione efficace, incontro tra domanda e offerta e reale disponibilità ad accettare un lavoro congruo rischia invece di trasformare uno strumento temporaneo di protezione in un parcheggio. La differenza tra welfare e assistenzialismo sta anche qui.
Quanti sono davvero gli stranieri in Italia?
Al 1° gennaio 2026 l’Istat registra circa 5,56 milioni di cittadini stranieri residenti, pari al 9,4% della popolazione. Quando una persona acquisisce la cittadinanza italiana smette giuridicamente e statisticamente di essere straniera.
Nel solo 2025 circa 196 mila persone hanno acquisito la cittadinanza italiana, dopo oltre 200 mila acquisizioni in ciascuno dei due anni precedenti. Negli ultimi anni, quindi, un numero considerevole di persone di origine straniera è entrato a pieno titolo nella cittadinanza italiana.
Per questa ragione non sarebbe corretto prendere i 5,56 milioni di cittadini stranieri, aggiungere automaticamente tutti i naturalizzati e gli irregolari e proclamare che in Italia esistano 8,4 milioni di “stranieri”.
Ma è altrettanto vero che, se vogliamo misurare l’impatto demografico complessivo dell’immigrazione degli ultimi decenni, il solo numero dei cittadini stranieri residenti non racconta l’intera storia.
La domanda corretta diventa allora un’altra: quante persone che oggi vivono in Italia sono straniere o hanno un’origine migratoria recente?
È una grandezza differente, che merita di essere studiata senza confonderla con quella della cittadinanza e senza avere paura del numero che ne verrà fuori.
L’Italia ha bisogno degli immigrati, ma deve far lavorare più italiani
Alla fine rimangono due verità che possono tranquillamente stare nella stessa frase.
La prima è che l’Italia ha bisogno dei lavoratori stranieri. La seconda è che un Paese ultimo nell’Unione europea per occupazione non può utilizzare questa necessità come alibi per evitare di chiedersi perché una quota così grande della propria popolazione non lavori.
Abbiamo il più basso tasso di occupazione dell’Unione, un’occupazione femminile drammaticamente insufficiente, troppi giovani ancora fuori dal lavoro e dalla formazione, una percentuale di laureati inferiore alla media europea, oltre tre milioni di unità di lavoro irregolari e una componente assistenziale che vale circa 180 miliardi.
Contemporaneamente gli imprenditori ci dicono che non trovano personale e la risposta ricorrente diventa: servono altri immigrati. Possibile, ma siamo sicuri che sia tutta la risposta?
L’Italia sta invecchiando rapidamente e nei prossimi decenni perderà una parte importante della popolazione in età lavorativa. Pensare di affrontare questo processo senza un contributo dell’immigrazione sarebbe poco realistico, ma pensare di risolverlo semplicemente aumentando l’immigrazione sarebbe altrettanto miope.
Bisogna far lavorare molte più donne, recuperare giovani alla formazione e all’occupazione, pagare meglio il lavoro dove viene pagato troppo poco, ridurre drasticamente il sommerso, rendere la formazione coerente con le necessità delle imprese e costruire un welfare capace di aiutare chi ha bisogno senza rendere conveniente l’inattività a chi può lavorare.
Dopodiché serviranno anche lavoratori stranieri, probabilmente molti.
Ma c’è una domanda che la politica dovrebbe avere il coraggio di mettere accanto a quella, ripetuta continuamente, su quanti immigrati servano per sostenere l’economia e le pensioni italiane: come può il Paese con il tasso di occupazione più basso dell’Unione europea lamentare contemporaneamente una cronica mancanza di lavoratori?
La risposta costringerebbe ad ammettere che abbiamo costruito un sistema nel quale convivono salari troppo bassi, lavoro nero, formazione insufficiente, politiche attive deboli, assistenza enorme, milioni di persone fuori dall’occupazione e imprese costrette a cercare altrove la manodopera che non trovano.
Gli immigrati non hanno creato questo cortocircuito. Lo abbiamo creato noi, i nostri politici, il nostro Parlamento in veste di legislatore. E continuare a importare lavoratori senza porvi rimedio significherebbe soltanto rimandare il conto, pesantissimo
Giulio Valerio Santini
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