Gianbattista Vico ( Napoli 1668- Napoli 1744 ) è stato indiscutibilmente uno dei filosofi più importanti ed influenti nella storia del pensiero occidentale nonostante, come spesso accade, fu a stento riconosciuto dai suoi contemporanei, d’altronde nemo propheta in patria.
Non ebbe dunque un’influenza nell’immediato della sua esistenza, motivo per il quale condusse una vita modesta.
Attraverso il principio del verum ipsum factum (il vero e il fatto coincidono), la storia diventa una scienza rigorosa. L’uomo è in qualche modo padrone della storia costruendola, andando oltre al cogito Cartesiano. Ma non viene negato il principio assoluto metafisico:
“Il primo vero è in Dio, perché Dio è il primo facitore (primus Factor); codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi a Dio, in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose.” ( Da De antiquissima Italorum sapientia )
Secondo la teoria dei corsi e ricorsi storici, il filosofo napoletano distinse tre età.
“L’età degli dei nel quale gli uomini gentili credettero di vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana: l’età degli eroi, nel quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei; e finalmente l’età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane” ( da La scienza Nuova).
Il telos vichiano non è però un lineare progresso verso civiltà sempre più avanzate bensì un susseguirsi di tramonti ed albe preludio di nuove rinascite. E proprio per una mancanza di escatologia derivante dal progresso ecco che la Provvidenza entra nella storia come istanza superiore che interviene trovando rimedio e regolando i corsi e ricorsi storici.
La storia ha dunque un inizio ma non ha fine né compimento, anche se sempre diretta dalla Provvidenza all’interno di una teologia civile ragionata; riconosce la natura divina ma la identifica con la storia.
Concetto centrale di questo ragionamento è l’eterogenesi dei fini. Perseguendo i propri fini particolari (ambizioni, egoismi), gli uomini ottengono risultati diversi e superiori, finalizzati all’ordine sociale e al progresso. In questo Vico si allontana decisamente dalla casualità della storia come per Hobbes o Macchiavelli o dal destino ineluttabile come nel caso di Spinoza.
La Provvidenza agisce dunque attraverso gli uomini, non si sostituisce, lasciando la libertà di deviare dal percorso, ma orientando le loro azioni verso la civilizzazione.
Questa la grande differenza con S. Agostino il quale, pur condividendo con Vico l’azione provvidenziale, ne vede il fine nella salvezza dell’anima. La storia è infatti per Agostino il campo di battaglia tra la Città di Dio e la Città Terrena, con un inizio, la creazione, un fase centrale, l’incarnazione di Cristo e il fine ultimo, il Giudizio Universale. Procede dunque linearmente con una precisa escatologia.
In sintesi il pensiero di Vico è rivoluzionario perché pone l’uomo e la sua storia come perno della conoscenza, anticipando di più di un secolo tematiche che verranno poi sviluppate dal romanticismo, dall’idealismo e dalle scienze moderne.
Federico Gatti

