Antonello da Messina, il colpo di Ferragosto. Quanto è sicuro il nostro patrimonio artistico?
Un furto perpetrato nel giro di due o tre minuti. Quattro opere di Antonello da Messina, il più importante pittore siciliano del Quattrocento, trafugate dal Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. Dalle prime sommarie informazioni, il furto è avvenuto la sera di Ferragosto mentre in piazza Duomo centinaia di devoti e curiosi rendevano omaggio alla processione della Vara. Poco prima delle 22, tre o quattro persone, con il volto coperto da caschi, sono riuscite a entrare nel complesso museale, forzando una porta, e a trafugare le opere dell’artista siciliano. Sembra che l’impianto antintrusione e il sistema di videosorveglianza fossero perfettamente funzionanti.
L’Italia è un museo diffuso
Premesso che sarebbe inutile e scorretto tirare le somme quando ancora vi sono delle indagini in corso, è indubbio il fatto che il nostro Paese si trovi ad avere un immenso patrimonio storico e artistico, con un valore economico e culturale incalcolabile, ma che proprio in considerazione della quantità, della varietà e della capillarità di oggetti e opere d’arte, la loro protezione rappresenti al contempo una priorità ma anche un grosso problema.
L’Italia è infatti spesso definita un museo diffuso: dal grande museo cittadino alla piccola chiesa di campagna, il territorio nazionale custodisce una quantità straordinaria di opere d’arte, monumenti e testimonianze storiche. Si stima che circa il 50% del patrimonio storico‑artistico mondiale sia concentrato nel nostro Paese, che conta quasi 5.000 istituti museali tra musei, gallerie, parchi archeologici, ecomusei e complessi monumentali.
Questa ricchezza impone una responsabilità altrettanto grande: la tutela del patrimonio culturale non è solo un dovere morale, ma un obbligo sancito a livello normativo. L’articolo 9 della Costituzione, infatti, stabilisce che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Un dilemma non da poco: esporre ma allo stesso tempo proteggere
Proteggere il patrimonio artistico è essenziale non solo per il suo valore economico, ma soprattutto per quello culturale e identitario. Tuttavia, la tutela è complessa: le opere devono essere fruibili, esposte, accessibili. La sicurezza non può trasformare il museo in una fortezza, ma deve convivere con la funzione educativa e sociale dell’istituzione.
Un buon sistema di sicurezza deve quindi garantire contemporaneamente la protezione dei beni, l’incolumità dei visitatori, la piena fruizione delle opere e la salvaguardia delle strutture che le ospitano.
Il nostro patrimonio storico e artistico è di per sé complesso
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i musei sono ambienti estremamente dinamici. In Italia, circa la metà ospita mostre temporanee, il 70% organizza attività educative e didattiche, il 35% svolge ricerca, e molti offrono servizi collaterali come ristorazione e bookshop. Questa molteplicità di funzioni aumenta la complessità della protezione.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: molti musei italiani sono ospitati in strutture antiche, talvolta vincolate, che presentano difficoltà strutturali e impiantistiche.
Un aspetto spesso ignorato riguarda le opere non esposte. La maggior parte dei beni museali è conservata nei depositi. Alla Galleria degli Uffizi, ad esempio, solo il 56% delle opere è visibile al pubblico. Si aggiunga poi il fatto non secondario che migliaia di tele sono collocate in depositi esterni presso istituzioni pubbliche e che una parte delle opere conservate non è nemmeno catalogata, aumentando i rischi di smarrimento, furto o deterioramento.
La complessità delle minacce
Spostandoci dalla parte della criminalità, e prendendo in rassegna i casi più noti di furti perpetrati presso istituzioni museali, ci si accorge di come le modalità di attacco siano molto diverse tra loro, sfruttando le falle dei sistemi di sicurezza che, volta per volta, hanno caratterizzato i siti presi come bersaglio dalle organizzazioni malavitose. Tre esempi mostrano come vulnerabilità diverse possano portare a furti clamorosi:
Isabella Stewart Gardner Museum (1990): due uomini vestiti da poliziotti entrano nel museo, riuscendo a immobilizzare il personale di sicurezza e a trafugare 13 opere, tra cui alcuni schizzi di Manet e Degas, tre dipinti di Rembrandt e il Concerto a tre di Vermeer, oltre ad alcuni oggetti minori. Valore complessivo dei beni sottratti: 500 milioni di dollari.
National Gallery Norway (1994): quattro uomini entrano da una finestra e rubano la versione a pastello del 1893 de L’Urlo di Edvard Munch. L’intera sequenza del furto viene ripresa da una telecamera e trasmessa su un monitor, ma l’operatore di turno non nota nulla. I ladri impiegano circa 50 secondi per portare a termine il furto e allontanandosi lasciano un biglietto con la frase “Grazie per la scarsa sicurezza”.
Louvre (2025): i ladri, attraverso un carrello elevatore posizionato in una zona che in quel momento era in ristrutturazione, hanno raggiunto un balcone e, con utensili elettrici, hanno forzato la finestra e sono entrati all’interno. Una volta dentro, si sono diretti alla Galerie d’Apollon (la sala che ospita i gioielli della Corona francese) e hanno frantumato le teche in vetro, rubando otto pezzi preziosissimi: collane, diademi e gioielli storici. L’intera operazione è durata 7-8 minuti.Valore dei beni rubati: 88 milioni di Euro.
Un nuovo approccio alla sicurezza
Lo scenario è molto preoccupante e merita ogni tipo di attenzione. Basti pensare che il traffico illecito di reperti archeologici e opere d’arte attualmente occupa il terzo posto nel business della criminalità organizzata a livello mondiale, dopo i traffici illegali di droga e di armi, con un giro d’affari globale stimato tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari all’anno.
Di fronte a questo scenario, è necessario un cambio di passo, sia a livello politico che prettamente tecnico e organizzativo. Innanzitutto, occorre prendere coscienza che, se si vuole davvero sfruttare l’enorme patrimonio a disposizione per creare nuove opportunità di business, arricchimento collettivo e opportunità lavorative, la tutela del patrimonio artistico deve diventare una condizione sine qua non, da portare avanti con strumenti legislativi moderni, al passo con i tempi e in grado di valorizzare le migliori risorse umane e tecnologiche messe in campo.
Serve poi un approccio olistico e multidisciplinare, capace di integrare aspetti tecnologici, organizzativi, architettonici e umani. Tutto ciò in un’ottica sistemica, ossia con una prospettiva che consenta di passare da una condizione di rischio ad una situazione di sicurezza attraverso l’utilizzo congiunto e sinergico di più strumenti, calibrati sulla base delle reali esigenze della realtà museale e fondati su una attenta valutazione dei rischi reali.
Andrea Forlivesi
https://www.unibo.it/sitoweb/andrea.forlivesi2/publications
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