Strabismo culturale e diritti non negoziabili
Ammetto che mi è difficile comprendere. Mi sfugge la logica, posto che esista. In Italia molti sembrano affetti da una forma di strabismo culturale. Guardano sempre e solo da una parte. E quando qualcuno glielo fa notare, si stupiscono davvero. Ormai i loro occhi storti sono diventati normalità.
Fermiamoci un attimo a ragionare sulle relazioni sessuali e sul tema del consenso. Oggi il dibattito pubblico pretende chiarezza assoluta tra adulti: parole, gesti, intenzioni, tutto viene analizzato con precisione quasi ossessiva. Qualcuno vorrebbe la firma su un modulo. Si costruiscono movimenti, slogan, campagne, cartelli e urla in Parlamento. È un progresso civile, senza dubbio. Incompleto però e sempre peloso.
Diritti non negoziabili. Ma allora il contrasto diventa ancora più evidente quando il tema riguarda minori coinvolte in relazioni con uomini adulti. In quel momento il tono cambia. Diventa prudente, sfumato, esitante. Ed è qui che nasce una frattura che non può essere ignorata.
Un principio è un principio
Perché un principio, se è davvero un principio, non può valere solo quando è comodo applicarlo.
Bambine di nove o dieci anni date in sposa a uomini adulti. E quei matrimoni si consumano. Tradotto. Bambine costrette ad avere rapporti sessuali che nessuno può seriamente definire consenzienti.
E allora viene spontanea una domanda. Dove sono finite le grandi combattenti dei diritti, dove sono gli slogan urlati, le piazze, le indignazioni permanenti? Dove sono quelle che gridavano “l’utero è mio e lo gestisco io”? Elly dove sei, nascosta sul carro variopinto? E l’avvocato del popolo, il professore venuto dal nulla ci è tornato? E la coppia dei diritti, falce e martello senza la falce?
Sul piano giuridico nessuna ambiguità
Sul piano giuridico, però, non esiste alcuna ambiguità. L’ordinamento italiano è netto. I rapporti sessuali con minori costituiscono reato. La costrizione o induzione al matrimonio è penalmente sanzionata. E anche le rarissime ipotesi di matrimonio che coinvolgano un minore sono subordinate al controllo rigoroso del tribunale.
Non esiste alcuno spazio per deroghe culturali o religiose quando vengono violati i diritti fondamentali della persona.
La Convenzione di Istanbul lo afferma chiaramente. Tradizione, religione o presunto onore non possono mai giustificare pratiche lesive dei diritti delle donne e delle minori. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito più volte un principio semplice e decisivo. Il richiamo a usi culturali non elimina la responsabilità penale quando sono in gioco libertà e integrità della persona.
Convenienze politiche
Eppure nel dibattito pubblico emerge spesso una cautela incomprensibile. Una prudenza che sembra avere più a che fare con convenienze politiche ed elettorali che con la tutela delle vittime. Paura di perdere voti islamici? Ma la dignità no?
Perché il punto centrale è uno solo. Una relazione tra una bambina e un uomo adulto non è mai una relazione tra pari. Mai.
L’età, la dipendenza psicologica, la pressione familiare, il contesto sociale creano uno squilibrio enorme. Parlare di “scelta” o di “consenso” in queste situazioni significa svuotare quelle parole del loro significato.
Il diritto lo riconosce. La realtà lo conferma.
Contestualizzare anziché condannare
Eppure questo fenomeno raramente viene affrontato con la stessa forza utilizzata per altri temi. Perché? Perché tocca territori culturalmente sensibili e qualcuno preferisce contestualizzare invece di condannare e il carro del consenso politico spesso tace.
Ed è qui che il discorso diventa inevitabilmente politico. Non nel senso partitico del termine, ma nel senso più profondo della responsabilità pubblica.
Capire un contesto non significa sospendere il giudizio sui diritti fondamentali. Non significa mettere tra parentesi la tutela delle persone più vulnerabili. Quando una minore viene inserita in una relazione con un adulto, non siamo davanti a una semplice “differenza culturale”. Siamo davanti a una violazione, grave, gravissima.
Se una società pretende standard rigidissimi nei rapporti tra adulti ma abbassa improvvisamente lo sguardo quando si tratta di minori in contesti culturalmente sensibili, allora non sta applicando principi universali. Sta applicando criteri selettivi e opportunistici.
E quando i diritti diventano selettivi, perdono la loro forza.
La laicità dello Stato italiano
La laicità dello Stato italiano serve esattamente a impedire questa deriva. Nessuna tradizione, nessuna religione, nessuna consuetudine può comprimere i diritti inviolabili della persona.
Soprattutto quando quella persona è una bambina.
Resta poi il lato umano, quello che nessuna teoria può cancellare. Una bambina che lascia la propria famiglia per entrare in una relazione con un uomo molto più anziano non sta esercitando una libertà piena. Sta entrando in una dinamica segnata da dipendenza, pressione e squilibrio e violenza.
Chiamare una bambina sposa
Chiamarla “sposa” non cambia la sostanza. Il diritto usa un’altra parola. Tutela.
E allora il silenzio diventa il vero nodo. Perché il silenzio, su questi temi, non è mai neutrale. Non è prudenza. Non è rispetto. È una scelta.
E ogni scelta produce conseguenze.
Se la tutela delle donne e delle minori è davvero un principio, deve valere sempre. Anche quando disturba., anche quando divide, anche quando obbliga a prendere posizione.
Perché è proprio in quei momenti che si misura la coerenza di una società.
Il vino nei bicchieri ha un solo colore, quello della verità. Non è vero che ciascuno di noi lo vede in modo diverso.
Giulio Valerio Santini

