Esistono tragedie capaci di mobilitare immediatamente la politica, riempire le piazze, produrre interrogazioni parlamentari, mozioni, appelli, richieste di sanzioni e campagne destinate a durare mesi. Ne esistono altre che, pur contando centinaia o migliaia di morti, sembrano non riuscire a conquistare uno spazio paragonabile nell’indignazione pubblica. È quello che accade da anni in Nigeria, dove terrorismo jihadista, conflitti etnici e territoriali, banditismo e debolezza dello Stato hanno prodotto una scia impressionante di massacri, rapimenti e distruzioni.
Molte delle vittime sono cristiane e numerose comunità cristiane sono state colpite anche in ragione della propria appartenenza religiosa. È una realtà che meriterebbe almeno una parte dell’attenzione politica che in Italia viene riservata ad altre tragedie. Eppure, osservando soprattutto l’attività pubblica di quella sinistra che ha fatto della difesa dei diritti umani e della causa palestinese uno dei propri terreni principali di mobilitazione, la sproporzione appare difficile da ignorare.
La domanda, quindi, non è perché Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni parlino tanto di Gaza. Se ritengono che vi siano gravissime violazioni dei diritti dei palestinesi, hanno tutto il diritto e persino il dovere politico di denunciarle. La domanda è un’altra: perché davanti alle stragi che da anni colpiscono anche i cristiani della Nigeria non si vede una mobilitazione neppure lontanamente paragonabile?
Baga, quando la distruzione si vedeva dai satelliti
Nel gennaio 2015 Boko Haram attaccò Baga e Doron Baga, nella Nigeria nordorientale, dando vita a uno degli episodi più terribili della lunga insurrezione jihadista. Le immagini satellitari diffuse da Amnesty International mostrarono un’area devastata, con oltre 3.700 strutture danneggiate o completamente distrutte. Quelle immagini arrivarono anche sui media italiani e furono pubblicate dalla Rai.
Con il passare degli anni il ricordo di quella strage si è arricchito di particolari non sempre verificabili e, proprio per questo, è importante distinguere i fatti documentati dalle testimonianze che non è possibile confermare indipendentemente. I satelliti, ad esempio, non fotografarono gigantesche macchie di sangue, come talvolta è stato successivamente raccontato, ma mostrarono qualcosa di altrettanto impressionante: la dimensione fisica della distruzione lasciata dagli uomini di Boko Haram.
Le testimonianze raccolte sul terreno furono comunque agghiaccianti. Un sopravvissuto raccontò di avere camminato per chilometri tra i cadaveri e Amnesty raccolse anche la testimonianza dell’uccisione di una donna mentre stava partorendo. Il numero esatto dei morti non è mai stato stabilito e le stime diffuse all’epoca variarono enormemente, arrivando fino a circa duemila vittime.
Non occorre aggiungere particolari non verificati per comprendere che cosa accadde. La realtà documentata è già sufficientemente terribile.
Boko Haram, le donne rapite e i bambini assassinati
Baga non rappresentò un’eccezione. Amnesty International e numerose altre organizzazioni hanno documentato negli anni rapimenti di massa, violenze sessuali, matrimoni forzati, conversioni imposte e riduzione in schiavitù di donne e ragazze da parte di Boko Haram.
Il mondo conobbe una parte di questa realtà nell’aprile 2014, quando 276 studentesse furono rapite a Chibok. La campagna internazionale #BringBackOurGirls riuscì per qualche tempo a portare la Nigeria al centro dell’attenzione mondiale. Poi l’attenzione diminuì, mentre Boko Haram continuava a operare.
Nel gennaio 2016 arrivò un’altra strage, questa volta a Dalori, vicino a Maiduguri. Almeno 86 persone furono uccise e RaiNews riportò le testimonianze secondo le quali alcuni bambini sarebbero stati bruciati vivi nelle abitazioni incendiate dagli aggressori.
Sono trascorsi più di dieci anni, ma la violenza non è scomparsa.
Yelwata, dieci anni dopo
Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2025 uomini armati attaccarono Yelwata, nello Stato di Benue. Reuters documentò corpi carbonizzati, famiglie distrutte e migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Le prime stime parlarono di circa cento vittime; successivamente, quando alcuni presunti responsabili furono incriminati dalle autorità nigeriane, il bilancio indicato arrivò a circa 150 morti.
Papa Leone XIV intervenne pubblicamente parlando di una «terribile strage» e rivolse esplicitamente la propria preghiera alle comunità rurali cristiane del Benue, continuamente vittime della violenza.
Nel gennaio 2026 il tema arrivò anche alla Camera italiana. Rispondendo a un’interrogazione della deputata di Fratelli d’Italia Beatriz Colombo sulle iniziative a difesa delle comunità cristiane della Nigeria, il Governo riferì anche del rapimento di oltre 160 fedeli durante funzioni religiose in due chiese dello Stato di Kaduna e parlò esplicitamente del «dramma vissuto da milioni di cristiani perseguitati».
Non stiamo dunque parlando di una tragedia appartenente al passato, ma di una crisi che continua ancora oggi.
Non è una guerra di tutti i musulmani contro tutti i cristiani
Qualunque analisi seria della Nigeria deve però evitare una semplificazione. Non è in corso una guerra nella quale tutti i musulmani combattono contro tutti i cristiani. Boko Haram e ISWAP hanno assassinato anche moltissimi musulmani e considerano nemici persino coloro che professano l’Islam ma rifiutano la loro interpretazione jihadista.
Nel Middle Belt, inoltre, si sovrappongono conflitti tra agricoltori e pastori, rivalità etniche, scarsità di terra e acqua, criminalità, vendette locali e appartenenza religiosa. Presentare tutto questo esclusivamente come una guerra di religione sarebbe scorretto.
Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare la complessità della Nigeria per cancellare un fatto documentato: le comunità cristiane hanno subito massacri, rapimenti e persecuzioni e in numerosi episodi la loro identità religiosa costituisce una componente della violenza.
Riconoscere contemporaneamente le vittime cristiane e quelle musulmane non indebolisce questa denuncia. Al contrario, impedisce di trasformarla in propaganda.
La politica italiana e la strana geografia dell’indignazione
Arriviamo così alla questione più scomoda. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno dedicato negli ultimi anni una parte rilevante della propria attività politica alla tragedia palestinese. PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno promosso insieme la grande manifestazione nazionale per Gaza del 7 giugno 2025 e i loro leader sono intervenuti ripetutamente chiedendo iniziative del Governo italiano, sanzioni, il riconoscimento dello Stato palestinese e una diversa politica europea nei confronti di Israele.
Nel maggio 2026 Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni hanno inoltre sottoscritto insieme una proposta di legge riguardante i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. A queste iniziative si aggiungono mozioni, interrogazioni, interventi parlamentari, manifestazioni, comunicati e dichiarazioni pubbliche.
Tutto perfettamente legittimo. Il problema nasce quando si cerca qualcosa di paragonabile sulla Nigeria.
Nelle fonti pubblicamente consultabili, negli atti parlamentari, nelle dichiarazioni indicizzate e nei siti politici che abbiamo esaminato non emerge, per questi quattro leader, una mobilitazione specificamente dedicata alle stragi delle comunità cristiane nigeriane che sia anche soltanto lontanamente confrontabile con quella costruita intorno a Gaza.
Questo non significa poter affermare che nessuno di loro abbia mai pronunciato una parola sulla Nigeria. Dimostrare un’assenza assoluta sarebbe metodologicamente scorretto e basterebbe un vecchio comunicato dimenticato per trasformare una denuncia fondata in una facile polemica.
La questione è molto più seria: non stiamo cercando un comunicato dimenticato, ma una mobilitazione politica paragonabile. Dove sono le manifestazioni, le campagne continuative, le iniziative legislative comuni, le pressioni sul Governo, gli appelli internazionali e le richieste di intervento dedicate alle comunità cristiane nigeriane?
È questa sproporzione che meriterebbe una spiegazione.
Bonelli e quella domanda: «Dov’è finita l’umanità?»
Il caso di Angelo Bonelli è particolarmente significativo proprio per le parole che egli stesso ha utilizzato parlando di Gaza. Alla Camera ha dichiarato che «non ci vogliamo assuefare alla logica della morte» e ha posto una domanda destinata, forse involontariamente, ad andare molto oltre la questione palestinese: «Dov’è finita l’umanità?»
È una domanda importante e sarebbe difficile non condividerla. Ma proprio perché parla di umanità, e non di appartenenza politica, geografica o religiosa, pretende di essere applicata universalmente.
Se non dobbiamo assuefarci alla morte di un bambino palestinese, non dovremmo assuefarci nemmeno alla morte di un bambino nigeriano. Se il massacro di civili merita indignazione quando avviene a Gaza, dovrebbe suscitarne altrettanta quando avviene nel Benue. Se il diritto internazionale e la protezione delle popolazioni civili costituiscono principi universali quando si giudica Israele, non possono perdere improvvisamente importanza quando a massacrare sono organizzazioni jihadiste o gruppi armati africani.
Alla vigilia della manifestazione nazionale per Gaza del giugno 2025 Bonelli utilizzò anche un’altra espressione efficace: bisognava «restare umani».
Siamo d’accordo. Proprio per questo sarebbe interessante capire perché quell’umanità politicamente così rumorosa davanti a Gaza sembri diventare molto più discreta quando le vittime sono cristiani africani.
Schlein e la pace che dovrebbe valere ovunque
Elly Schlein ha sintetizzato una parte della propria posizione politica con la formula «Se vuoi la pace, prepara la pace». Anche in questo caso si tratta di un principio che, preso sul serio, dovrebbe avere una portata universale.
La segretaria del Partito Democratico è intervenuta ripetutamente sulla tragedia palestinese chiedendo iniziative europee, sanzioni, il riconoscimento dello Stato palestinese e una diversa posizione del Governo italiano. Non c’è nulla da contestare nel fatto che consideri Gaza una priorità.
Ma proprio questa continuità rende legittimo chiedere perché non sia riconoscibile una mobilitazione paragonabile davanti a una crisi nigeriana che dura da oltre un decennio.
La pace che dobbiamo preparare vale soltanto dove esiste una forte attenzione mediatica oppure dovrebbe valere anche nei villaggi africani dei quali spesso non sappiamo nemmeno pronunciare il nome?
Conte e quel milione destinato a Gaza
Il Movimento 5 Stelle ha trasformato la propria solidarietà verso Gaza anche in un’iniziativa economica concreta. Nell’agosto 2025 Giuseppe Conte sottopose agli iscritti la possibilità di destinare fino a un milione di euro proveniente dalle restituzioni degli eletti M5S agli aiuti umanitari per la popolazione palestinese.
È una scelta che dimostra come, quando esiste la volontà politica, sia possibile andare oltre le dichiarazioni.
Proprio per questo il confronto diventa inevitabile. Non si tratta di sostenere che quel denaro non dovesse andare a Gaza, ma di domandare dove siano iniziative anche soltanto comparabili nei confronti delle popolazioni nigeriane massacrate dal terrorismo.
Se esistono, saremo lieti di raccontarle. Nella ricerca effettuata per questo articolo non le abbiamo trovate.
Fratoianni e l’attenzione permanente per Gaza
Nicola Fratoianni è intervenuto ripetutamente sulla Palestina, chiedendo informative parlamentari, criticando le posizioni del Governo e partecipando alle iniziative comuni di AVS, PD e Movimento 5 Stelle.
Anche per lui vale esattamente lo stesso ragionamento. Non gli chiediamo perché parli tanto di Gaza, ma perché non riusciamo a trovare sulla Nigeria una voce pubblica di intensità paragonabile.
La distinzione è fondamentale, perché qui non si sta tentando di mettere una tragedia contro l’altra. Si sta discutendo della coerenza di chi considera i diritti umani universali.
Il centrodestra, almeno, qualcosa ha detto
Il confronto diventa ancora più interessante perché non è vero che l’intera politica italiana abbia ignorato la questione.
Giorgia Meloni ha condannato pubblicamente le violenze contro le comunità cristiane nigeriane e Antonio Tajani è intervenuto sul tema. Il 20 gennaio 2026, inoltre, la Commissione Affari esteri della Camera ha discusso l’interrogazione della deputata di Fratelli d’Italia Beatriz Colombo specificamente dedicata alle «iniziative a difesa delle comunità cristiane in Nigeria».
Questo non significa affatto che il centrodestra abbia fatto abbastanza. Si potrebbe legittimamente sostenere che anche Governo e maggioranza avrebbero dovuto fare molto di più.
Dimostra però che la Nigeria non è troppo lontana, troppo complicata o troppo marginale per entrare nell’agenda politica italiana.
Qualcuno ha deciso di parlarne.
Ed è proprio questo che rende più evidente la sproporzione riscontrabile altrove.
Quando la doppia morale è sempre quella degli altri
Bonelli, Schlein, Conte e Fratoianni hanno più volte accusato il Governo e il centrodestra di utilizzare due pesi e due misure quando si parla di diritto internazionale e diritti umani. È una critica perfettamente legittima, ma presenta una conseguenza inevitabile: chi denuncia la doppia morale degli altri deve accettare che lo stesso metro venga applicato alle proprie scelte politiche.
La vecchia immagine evangelica della pagliuzza nell’occhio dell’altro e della trave nel proprio conserva, da questo punto di vista, una sorprendente attualità.
Non possiamo sapere perché Gaza produca in una parte della sinistra italiana una mobilitazione enorme mentre le persecuzioni dei cristiani nigeriani sembrano provocare un’attenzione enormemente inferiore. Sarebbe scorretto sostenere, senza prove, che ciò avvenga perché le vittime sono cristiane oppure perché tra i carnefici vi sono estremisti islamisti.
Non abbiamo bisogno di attribuire intenzioni. Possiamo limitarci a confrontare i comportamenti pubblici e porre una domanda: esiste anche una doppia morale dell’indignazione?
Quando il responsabile di una tragedia appartiene a un determinato contesto geopolitico, la mobilitazione diventa immediata; quando cambiano le vittime, i carnefici e lo scenario internazionale, quella stessa indignazione sembra talvolta perdere intensità. Se questa impressione è sbagliata, sono gli atti politici a poterla smentire.
Non chiediamo una piazza in meno per Gaza
Questo è probabilmente il punto decisivo. Nessuno dovrebbe chiedere meno solidarietà per i palestinesi, meno attenzione per i bambini di Gaza o meno severità nell’accertare eventuali violazioni del diritto internazionale.
Dovremmo chiedere esattamente il contrario: che la stessa sensibilità venga estesa agli altri.
Vorremmo vedere una piazza anche per Yelwata, un’iniziativa parlamentare per le ragazze rapite da Boko Haram, una campagna per i cristiani sequestrati mentre partecipano alle funzioni religiose e la stessa indignazione quando un villaggio africano viene incendiato con i suoi abitanti.
Perché l’universalità dei diritti umani possiede una caratteristica molto semplice e, politicamente, piuttosto scomoda: o è universale oppure cessa di esserlo.
Il pacifismo strabico
Per questo la domanda finale va rivolta direttamente a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
Avete manifestato per Gaza, presentato atti parlamentari, chiesto sanzioni, invocato il diritto internazionale e accusato il Governo italiano di voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza dei palestinesi. È vostro diritto farlo e, se considerate quelle violazioni intollerabili, è coerente che continuiate a farlo.
Ma proprio per questo vorremmo sapere dove siano state, in questi anni, le vostre piazze per Yelwata, le campagne per le comunità cristiane massacrate, le iniziative comuni sulla Nigeria, gli appelli ripetuti e le richieste di intervento internazionale paragonabili a quelle avanzate per Gaza.
Forse esistono e ci sono sfuggite. Saremmo sinceramente lieti di raccontarle.
Fino ad allora rimarrà davanti agli occhi una sproporzione difficilmente ignorabile tra l’indignazione riservata alla tragedia palestinese e quella dedicata alle vittime nigeriane.
Il problema, alla fine, non consiste nello stabilire se un morto sia di destra o di sinistra, cristiano o musulmano, palestinese o africano. Consiste nello stabilire se siamo davvero disposti ad attribuire a ogni vittima lo stesso valore che proclamiamo quando quella vittima appartiene alla causa che sentiamo più vicina.
Se la risposta è sì, allora bisogna cominciare a guardare anche verso la Nigeria.
Se invece un pacifismo riesce a vedere perfettamente la sofferenza quando guarda in una direzione e diventa molto meno sensibile quando sposta lo sguardo dall’altra parte, possiamo continuare a chiamarlo pacifismo.
Ma forse dovremmo aggiungere un aggettivo.
Strabico!
Giulio Valerio Santini
Leggi anche:
Nota di trasparenza
I link rimandano per vostra comodità a pagine relative a società affiliate. Qualora un lettore decidesse di effettuare un acquisto tramite tale collegamento, il giornale potrebbe ricevere una piccola commissione come affiliato, senza alcun costo aggiuntivo per l’utente. Grazie
AMAZON: https://amzn.to/4tU6brg
EBAY: https://ebay.us/pV4iYd
Trasparenza editoriale
National Daily Press utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale come supporto ad alcune attività redazionali. Tutti i contenuti sono sottoposti a revisione, integrazione, verifica delle fonti e controllo editoriale prima della pubblicazione. La responsabilità dei contenuti pubblicati appartiene esclusivamente alla redazione.

