Una strada poco illuminata, una stazione quasi deserta, il rumore di alcuni passi dietro di noi e quella reazione quasi istintiva che ci porta ad accelerare il passo o a stringere il telefono tra le mani. In quel momento non stiamo pensando alla filosofia, eppure una delle grandi domande della filosofia politica è già lì: che cosa siamo disposti a concedere allo Stato perché ci protegga? Più controlli, più telecamere, più regole, pene più severe, maggiori poteri alle autorità? E fino a quale punto possiamo rinunciare a una parte della nostra libertà in cambio della sicurezza? Quasi quattro secoli fa Thomas Hobbes costruì buona parte del suo pensiero proprio attorno alla paura, alla sicurezza e alla necessità di un potere capace di impedire agli uomini di distruggersi reciprocamente.
Quando la paura diventa politica
Hobbes conosceva bene la paura. Visse nell’Inghilterra attraversata da profonde tensioni politiche e religiose, dalla guerra civile e dallo scontro tra monarchia e Parlamento, e questa esperienza lasciò un segno profondo nel suo modo di pensare l’uomo e la società.
La sua domanda non era semplicemente quale fosse la migliore forma di governo. Prima ancora si chiedeva perché gli uomini avessero bisogno di un potere politico.
La risposta parte da un’immagine piuttosto dura dell’essere umano. Se non esistesse un’autorità comune capace di stabilire e far rispettare le regole, ciascuno sarebbe costretto a preoccuparsi innanzitutto della propria sopravvivenza, perché non potrebbe essere certo delle intenzioni degli altri. La paura genererebbe diffidenza, la diffidenza spingerebbe a difendersi e la necessità di difendersi potrebbe facilmente trasformarsi nell’aggressione preventiva.
Non significa semplicemente dire che ogni uomo è cattivo. Il problema di Hobbes è più sottile: anche persone che desiderano soltanto vivere tranquille possono diventare nemiche quando nessuna autorità è in grado di garantire loro sicurezza. Ed è qui che nasce lo Stato.
Perché accettiamo che qualcuno ci comandi?
La domanda può sembrare strana, perché siamo talmente abituati all’esistenza dello Stato da considerarla naturale. Ma proviamo a guardare alcune delle cose che accettiamo quotidianamente: lo Stato stabilisce quanto velocemente possiamo guidare, pretende che paghiamo le tasse, decide quali comportamenti costituiscono un reato, può imporre una pena a chi viola la legge e affida alle forze dell’ordine il potere di intervenire quando qualcuno minaccia la sicurezza degli altri. Perché accettiamo tutto questo?
Hobbes risponde, in sostanza, che preferiamo una libertà limitata dalle regole alla libertà assoluta dentro una situazione nella quale nessuno può sentirsi veramente al sicuro. Nel Leviatano, pubblicato nel 1651, immagina così un patto attraverso il quale gli individui rinunciano a una parte della propria libertà e riconoscono un’autorità comune abbastanza forte da garantire la pace.
È una delle idee che hanno segnato profondamente la filosofia politica moderna. E continua a riguardarci.
Sicurezza o libertà?
Basta un fatto di cronaca particolarmente grave perché la domanda ritorni.
Dopo un attentato chiediamo maggiori controlli. Davanti alla criminalità invochiamo più presenza delle forze dell’ordine. Se aumentano furti e aggressioni chiediamo telecamere, controlli e pene più efficaci. Quando compare una nuova minaccia siamo spesso disponibili ad accettare limitazioni che, in una situazione tranquilla, avremmo probabilmente considerato eccessive.
Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in tutto questo. La sicurezza è un bene reale e uno Stato che rinunciasse a proteggere i cittadini verrebbe meno a uno dei suoi compiti fondamentali.
Ma Hobbes ci mette davanti a una domanda scomoda: quando abbiamo paura, quanto siamo disposti a cedere? Perché proprio la paura può portarci a considerare accettabile quasi qualunque misura purché qualcuno ci prometta protezione. E qui la questione diventa etica.
Quando lo Stato diventa troppo forte
La soluzione proposta da Hobbes assegna al sovrano un potere molto ampio, perché per lui un’autorità debole rischia di far ripiombare la società nel conflitto.
La storia successiva, però, ci ha insegnato anche il problema opposto: uno Stato abbastanza forte da difendere la libertà può diventare abbastanza forte da limitarla. È la grande tensione che attraversa ancora oggi le democrazie.
Abbiamo bisogno delle forze dell’ordine, delle leggi, dei tribunali e di istituzioni capaci di far rispettare le regole; nello stesso tempo abbiamo bisogno di limiti al potere, garanzie, diritti, controlli e istituzioni che impediscano allo Stato di trasformare la necessità della sicurezza in una giustificazione per qualsiasi intervento.
Non dobbiamo quindi scegliere tra sicurezza e libertà come se una escludesse necessariamente l’altra. Una buona società politica deve cercare di custodirle entrambe. Ed è molto più difficile.
Anche la paura ha bisogno di un limite
C’è poi un altro rischio.La paura non riguarda soltanto ciò che accade realmente. Può essere alimentata, amplificata e perfino utilizzata politicamente.
Una società spaventata è spesso più disponibile a dividere il mondo tra persone da proteggere e persone dalle quali proteggersi, tra chi appartiene e chi viene percepito come minaccia. Quando questo accade, la richiesta legittima di sicurezza può trasformarsi lentamente nella ricerca di qualcuno sul quale concentrare le nostre paure.
Per questo una politica responsabile dovrebbe prendere sul serio l’insicurezza senza alimentarla.
Negare i problemi reali sarebbe sbagliato. Un furto rimane un furto, un’aggressione rimane un’aggressione e chi viola la legge deve risponderne secondo le regole di uno Stato di diritto. Ma sarebbe altrettanto pericoloso trasformare ogni paura in una lettura generale delle persone e della società.
La sicurezza ha bisogno della fermezza della legge, ma anche della misura della ragione.
Lo sguardo cristiano sulla persona
È proprio qui che il pensiero cristiano introduce qualcosa che la visione di Hobbes non riesce pienamente a contenere.
L’uomo non può essere considerato soltanto come un possibile pericolo per l’altro. È certamente capace di egoismo, violenza e sopraffazione, e il cristianesimo non ha mai avuto un’immagine ingenua della natura umana; ma la persona è anche capace di relazione, responsabilità, perdono, solidarietà e bene.
Per questo l’autorità politica è necessaria, ma non è assoluta.
La tradizione sociale della Chiesa riconosce allo Stato il compito di tutelare l’ordine, la sicurezza e il bene comune, ma nello stesso tempo pone al centro la dignità della persona, perché il potere non crea quella dignità e proprio per questo non può disporne liberamente. La legge serve l’uomo, non il contrario.
E anche quando una persona commette un reato, lo Stato ha il diritto e il dovere di intervenire, ma non acquista per questo il diritto di negarne la dignità.
Quanto Hobbes c’è ancora nelle nostre città?
Torniamo allora alla strada dalla quale siamo partiti.
Vorremmo poterla percorrere senza paura. È una richiesta assolutamente legittima. Vorremmo sapere che, se qualcuno ci aggredisse, esistono forze dell’ordine capaci di intervenire, leggi applicate e uno Stato presente. Anche questo è parte del bene comune.
Ma vorremmo contemporaneamente vivere in una società nella quale una telecamera non debba necessariamente seguirci ovunque, nella quale un sospetto non equivalga a una colpa e nella quale la paura non diventi il criterio con cui giudicare chiunque incontriamo. È questa la tensione che Hobbes continua a consegnarci dopo quasi quattro secoli.
Abbiamo bisogno della sicurezza per essere liberi, perché una persona costretta a vivere nella paura non è realmente libera. Ma abbiamo bisogno anche della libertà per impedire che la ricerca della sicurezza costruisca una società nella quale, alla fine, abbiamo paura dello stesso potere che dovrebbe proteggerci.
Forse la domanda non è allora quanta sicurezza vogliamo. Tutti ne vogliamo. La domanda più difficile è un’altra: quanta libertà siamo disposti a consegnare in cambio della promessa di non avere più paura?
Diac. Luigi Giugno
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