Ci sono episodi che finiscono per raccontare meglio di qualsiasi dichiarazione quali siano le priorità della politica. In questi giorni un gruppo di europarlamentari ha promosso una lettera alle federazioni calcistiche europee chiedendo di sostenere un’indagine interna alla FIFA per fare chiarezza sulla vicenda della revoca della squalifica del calciatore statunitense Folarin Balogun e sull’eventuale ruolo del presidente Gianni Infantino. È una richiesta legittima: quando sono in discussione la trasparenza e il rispetto delle regole, chiedere verifiche è doveroso. Nelle stesse ore, dall’Egitto sono arrivate proteste durissime dopo la sconfitta contro l’Argentina, maturata al termine di una clamorosa rimonta. Tifosi, media e federazione hanno contestato arbitraggio e FIFA, convinti che alcune decisioni abbiano condizionato il risultato. Nel calcio, dunque, la mobilitazione è immediata e il dibattito si accende in poche ore. Il contrasto emerge quando si allarga lo sguardo oltre il campo. L’Unione europea, che riesce a trovare una posizione comune su una vicenda sportiva, continua invece a mostrare tutte le sue difficoltà quando dovrebbe difendere con altrettanta compattezza il proprio ruolo politico. Negli ultimi anni Donald Trump ha più volte rivolto attacchi all’Europa, minacciando dazi, mettendo in discussione il valore dell’alleanza atlantica e descrivendo l’Unione come un avversario commerciale. Di fronte a queste prese di posizione, Bruxelles è apparsa spesso prudente, frammentata, incapace di esprimere una risposta davvero unitaria. Ancora più evidente è il paradosso se si guarda al caso di Giulio Regeni. A distanza di anni, la ricerca della verità continua a scontrarsi con gli interessi geopolitici e con una diplomazia che non è riuscita a trasformare le dichiarazioni di principio in iniziative realmente efficaci. E proprio in Egitto, mentre le proteste per una partita occupano il dibattito pubblico, la questione dei diritti umani continua a rappresentare uno dei nodi più delicati e meno affrontati, nonostante le ripetute denunce delle organizzazioni internazionali. Non si tratta di mettere in contrapposizione il calcio e la politica, né di sostenere che lo sport non meriti attenzione. Le regole devono valere sempre, dentro e fuori dal campo. Tuttavia è difficile non notare la sproporzione tra la rapidità con cui si costruiscono iniziative comuni su un caso sportivo e la lentezza con cui l’Europa riesce a reagire quando sono in gioco la propria autorevolezza, la tutela dei diritti fondamentali o il rispetto dei propri interessi strategici. Le istituzioni si giudicano dalle priorità che scelgono. Se l’Europa trova la forza di alzare la voce con la FIFA ma continua a parlare sottovoce quando vengono messi in discussione il suo peso internazionale e i valori che dichiara di difendere, il problema non è il calcio. Il problema è un’Unione che, troppo spesso, riesce a fare squadra soltanto quando la partita si gioca sul terreno dello sport.
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