Gli scontri di ieri a Torino non sono stati un incidente. Non sono stati un’improvvisa degenerazione.
E soprattutto non sono stati opera di “pochi facinorosi” capitati lì per caso.
Chi prova a raccontarla così sta usando una tecnica ormai rodata: assolvere il contesto, isolare la violenza, salvare la rispettabilità politica. Ma a Torino questa narrazione non regge.
Un poliziotto isolato e l’aggressione di gruppo
Le immagini e le testimonianze raccontano, tra tanti episodi violenti, un fatto preciso. Un agente delle forze dell’ordine viene abilmente isolato dai suoi commilitoni, circondato e aggredito da una decina di individui. Calci, pugni, bastonate. E anche un martello.
Un dettaglio che non è affatto marginale. Il martello — staccatosi dalla falce — è da tempo diventato strumento abituale di una certa iconografia e di una certa pratica violenta. Non un oggetto casuale, non un gesto improvvisato. Ora l’abbiamo mandato pure al Parlamento europeo.
Questa non è rabbia cieca. È violenza ben organizzata e orchestrata, diretta, simbolica.
La manifestazione non era “neutra”
Altro punto che va chiarito senza ipocrisie. La manifestazione non era un contenitore innocente.
Il corteo era indetto a sostegno di un centro sociale, Askatasuna, recentemente sgomberato dopo anni di illegalità, già conosciuto da anni come luogo di aggregazione di soggetti violenti e facinorosi. Non una novità, non una sorpresa, non un’etichetta appiccicata dopo dagli avversari politici per mera convenienza.
Inoltre, da giorni era noto — negli ambienti politici, nei media, negli stessi ambienti antagonisti — che gruppi provenienti da altri centri sociali, anche stranieri, stavano confluendo in città. Non per passeggiare. Per preparare lo scontro. Senza nascondere nulla a nessuno anzi. Pare siano anche circolate sul web istruzioni per difendersi da eventuali reazioni della Polizia.
Tutti lo sapevano.
Chi era nel corteo, magari in testa, non può fingere innocenza
E qui il punto politico diventa inevitabile.
Esponenti di AVS si sono messi nel corteo. Non a margine, non per caso. In un contesto di cui erano perfettamente consapevoli, salvo pensare a una impreparazione che rasenta la stupidità e la totale imprudenza politica.
Poiché certo non sono né stupidi né impreparati oggi non possono recitare la parte delle mammole indignate. La dichiarazione “noi eravamo per la manifestazione pacifica” non è ingenuità: è una tecnica. I loro leader ci hanno provato indignati, subito colpevolizzando l’avversario politico come causa della violenza che la svolta autoritaria ha generato nel Paese.
La favola della “maggioranza pacifica”
C’è poi l’argomento più usurato di tutti “. La maggior parte dei manifestanti era pacifica”. Anche questo va smontato.
Perdonatemi. A pensar male si commette peccato ma spesso ci si azzecca diceva un famoso uomo politico. Questa la tesi, fastidiosa certo, provocatoria certo ma che forse qualche fondamento ha. Leggete, pensateci e giudicate. Forse una parte del corteo non ha partecipato agli scontri non perché condannasse la violenza, ma perché non voleva rischiare. È una differenza enorme.
Se davvero si condanna la violenza non si manifesta a sostegno di strutture notoriamente violente, non si accetta di far parte di un contesto che legittima lo scontro e non si resta nel corteo mentre altri a poco distanza si preparano palesemente alla guerriglia. Non si partecipa a questi contesti, si sceglie di protestare – diritto sacrosanto – o affidare il proprio sostegno con altri mezzi. Ieri il corteo non era per la pace nel mondo, per la pace in Ucraina (figuratevi), contro il ponte sullo stretto…Mi ripeto, era a supporto di un centro sociale notoriamente frequentato da persone che avevano già dato ampia prova della loro violenza. Un centro sociale (ma poi perché sociale?) sgomberato dopo anni di illegalità.
La presenza è complicità politica, anche quando non è partecipazione fisica.
Violenza come metodo, non come deviazione
A Torino non abbiamo visto una deviazione. Abbiamo nuovamente visto un metodo.
La violenza non è stata un incidente di percorso, ma uno strumento previsto, tollerato, coperto da una narrazione che assolve sempre il contesto e condanna solo l’eccesso finale, quando ormai è impossibile negarlo.
È una dinamica che si ripete, prima la legittimazione ideologica, poi la piazza “calda”, poi lo scontro,
infine la presa di distanza rituale.
Una domanda che non si vuole fare
La domanda vera è semplice e viene sempre evitata. Perché una parte della sinistra continua a fornire copertura politica e morale ad ambienti che considerano la violenza uno strumento legittimo?
Ieri sera in TV, mentre sullo sfondo passavano le immagini del poliziotto aggredito da un gruppo di criminali, un noto giornalista di Repubblica tentava di colpevolizzare il Governo. La tesi di questo signore è che a Torino il Comune aveva iniziato un percorso di dialogo per convincere i frequentatori del centro Askatasuna ad andare altrove, forse in un immobile regalato dalla comunità. Ossia noi tutti contribuenti. Ma il Governo, con mossa autoritaria e squadrista, è intervenuto procedendo allo sgombero e generando tutta questa violenza di cui ovviamente è il solo responsabile.
Finché questa domanda resterà senza una vera risposta, ogni condanna successiva sarà solo teatro.
E ogni agente lasciato solo, come ieri a Torino, sarà il prezzo pagato a questa ipocrisia.
Vi saluto con uno sdegno non ancora superato. Vi saluto manifestando grande solidarietà a tutti i poliziotti che ieri, per poco più di mille euro al mese, si sono presi botte, sassate, bombe carta riempite di chiodi, petardi sparati ad altezza uomo, sediate e, quando fortunati, sputi.
Giulio Valerio Santini

