Rivelata la presenza di un nemico, l’unità deve montare di guardia, per evitare che ci siano altre perdite tra gli uomini.
Il sergente e il portuale annuirono, Oliver, nel frattempo, cacciò un lamento stridulo dal bunker, girandosi su un fianco e iniziando a oscillare avanti e indietro. In quelle condizioni non sarebbe stato utile ma, se avesse voluto sopravvivere alla guerra, avrebbe dovuto imparare molto presto come riprendersi.
Gli avrebbe parlato più tardi, forse: per ora avevano tutti cose più importanti da fare. Tolse la sicura del fucile e lo puntò in direzione della terra di nessuno, poi si preparò. I muscoli tesi, lo sguardo che perlustrava attentamente i dintorni, il silenzio della notte attorno a lui. La nebbia, spinta da un vento freddo, iniziava a sembrargli ancora più viva. Era quasi un’entità senziente, una presenza che, coi suoi miasmi mefitici, affliggeva tutto attorno a loro.
Il labile confine tra la loro realtà e l’oscura dimensione onirica, la notte delle anime dove abitavano i servi del male. Quel confine apparve, man mano che i minuti passavano, via via più sottile: prima una coltre leggera. Poi una tenda, poi una tovaglia, poi un foglio di carta. In fine un delicatissimo strato di velina a dividerli dall’ignoto, a scinderli e proteggerli dal malvagio che aspettava solo di squarciare il confine tra i mondi.
Quella che avvertiva era la sensazione di una presenza maligna, di un qualcosa che si condensava raggiungendo il loro mondo, divenendo sempre più reale.
Quei terrori parvero manifestarsi quando, dopo quella che era sembrata un’eternità di tempo, vide qualcosa muoversi a un centinaio di metri da lui, nella nebbia.
Il gracchiare di un corvo, cavaliere dell’apocalisse, ne annunciava la marcia che proseguiva cupa, lenta, senza fretta nella nebbia. Era una creatura…anzi no, era un’ombra, un vuoto. Non si trattava di un essere, ma dell’assenza di qualsiasi cosa, una coltre densa e nera che sembrava materializzarsi nella nebbia con una forma umana.
Era alto, troppo alto, con due spalle enormi, larghe e un passo incredibilmente aggraziato, quasi una marcia cadenzata più adatta però a un ballerino di teatro che a un militare. Lungo le sue gambe, robuste, pendevano delle strisce di oscurità che, man mano che andava avanti si definirono come i lembi stracciati di un cappotto aperto. In testa portava una sorta di elmo, dalle forme indistinguibili: non sembrava inglese o francese, ma non era nemmeno un elmo chiodato o a secchio di carbone.
Avanzava lentamente, senza fretta e al suo passo la nebbia pareva quasi fondersi con lui in un risucchio, dandogli forma, spessore, tridimensionalità. Il confine tra la realtà e il mondo onirico degli orrori si piegava al suo passo. Quella cosa, di qualunque cosa si trattasse, che sembrava portare il peso di millenni sulle spalle, sembrava aver imparato come valicare quel confine. No. Anzi. Come farlo suo. Terrorizzato, Johannes urlò “alto là, chi va là?”, sforzandosi di mantenere un tono fermo.
Oliver iniziò a urlare qualcosa, terrorizzato, ma lui non lo stette a sentire. “Alto là!” ripeté mentre Jonas e Hans si giravano a guardare, “Fermo o sparo!”. Mise il dito sotto il ponticello e svuotò i polmoni, come gli avevano insegnato a fare alla scuola per tiratori scelti dell’esercito reale bavarese. Avrebbe dovuto, in teoria, lanciare un colpo di avvertimento.
Ma non lo avrebbe fatto. Non stavolta. Scosse la testa. Alle sue spalle, Oliver era scoppiato in un pianto disperato, mentre gli altri due si guardavano con espressioni che andavano tra lo spaventato e il perplesso. Prese attentamente la mira e fece fuoco, cercando di centrarlo dritto nel petto: voleva spedire quell’orrore al creatore. Anzi no. Non poteva. Non poteva esserci pace per qualcosa come quella, perciò sperava di ricacciarla negli inferi da cui era venuta. Appena fece fuoco, venne accecato da un lampo e la creatura si dissolse tra le grida.
Continua…

