Le origini
All’inizio del periodo Tokugawa, nella prima decade del 1600, a seguito della soppressione di molti feudi e del decentramento del potere imperiale, i ronin, samurai senza padrone, aumentarono considerevolmente e, molti di loro, si abbandonavano ad atteggiamenti di arroganza e prevaricazione.
Fu in questo contesto che nacquero delle bande atte a fronteggiare questo fenomeno. Le più importanti furono sicuramente quella dei Tekiya e quella dei Bakuto.
I primi derivavano dai Yashi, venditori ambulanti che si erano uniti in organizzazione per tutelare i propri interessi dalla dittatura Tokugawa. Il salto di qualità non tardò ad arrivare iniziando ad espandere la loro attività in truffe ed estorsioni.
I secondi si concentrarono invece sul controllo del gioco d’azzardo, cercando di rimanere in buoni rapporti con le autorità. Ed è proprio da un gioco che si praticava nelle bische, l’Hanafuga, che prende il nome della Yakuza. La combinazione perdente di tre carte, 8-9-3 si traduce infatti con Ya- ku- za. Ai Bakuto si deve anche la tradizione del mignolo mozzato (come gesto riparatore) e i tatuaggi su tutto il corpo, come segno di coraggio ed appartenenza alla Ikka (la famiglia).
L’affermazione e il consolidamento tra ‘800 e ‘900
L’epoca Meiji (1868-1912) segnò il debutto della modernizzazione del Giappone. E’ in questo periodo che risalgono i primi contatti tra conservatori, padronato e malavita. Le bande della Yakuza minacciavano i candidati e turbavano il regolare svolgimento dei comizi elettorali. Gli esponenti della malavita partecipavano direttamente alla vita politica facendosi eleggere come rappresentanti della destra ultra nazionalista. Ma la Yakuza era anche usata per stroncare gli scioperi di un Giappone che andava industrializzandosi, e per operazioni di spionaggio e destabilizzazione; l’omicidio della regina di Corea nel 1895 ne fu il caso più eclatante.
Durante l’occupazione americana nel dopoguerra (1945-1952), la CIA usò la Yakuza per operazioni segrete e per mantenere l’ordine specialmente in ottica di repressione anti comunista.
Stesso copione che venne usato dopo il 1955, quando la formazione del Partito Liberal Democratico (di tendenza conservatrice), incaricò le bande malavitose di soffocare ogni forma di contestazione in un Paese che stava sperimentando una grande mobilità sociale, il cui impulso era originato dai movimenti di sinistra e dai collettivi municipali. L’apogeo della mala giapponese è databile al 1963; secondo dati della polizia nipponica gli affiliati erano allora 184 mila divisi in 5.200 bande.
Il ricatto alle imprese
I sokaiya sono dei ricattatori specializzati nel taglieggiamento delle imprese. Inizialmente esercitavano la loro attività in modo indipendente, ma negli anni 80 si avvicinarono alle bande boryokudan (termine che il linguaggio giuridico utilizza per indicare i gruppi violenti), quandoquest’ultime si lanciarono nella speculazione finanziaria e avevano bisogno di informazioni riservate. La loro tecnica per ricattare consisteva nel comprare dei titoli per partecipare alle assemblee degli azionisti per prendervene parte e turbarne il regolare svolgimento o minacciare di rivelare informazioni compromettenti sull’impresa e sui suoi dirigenti. Alcune grandi aziende fanno inoltre ricorso ai loro servizi per impedire che i piccoli azionisti critichino la gestione dell’impresa durante le assemblee generali.
Gli anni ‘90 e la repressione
Nel 1990, lo scoppio della bolla speculativa ha cambiato le carte in tavola. Il Paese stava sprofondando nella crisi e iniziarono a venire alla luce gli scandali che coinvolgevano politici, uomini d’affari e malavita organizzata.
L’indignazione dell’opinione pubblica indusse il parlamento a varare nel 1991 la legge Botaiho: qualsiasi organizzazione in cui il 12% dei membri avesse la fedina penale sporca doveva essere ritenuta boryokudan vietandone l’esercizio di molte attività. In seguito questa legislazione è stata perfezionata e completata. Nuovi obblighi vennero imposti ai membri della Yakuza ai quali, dopo avere lasciato la banda, venne vietato di fondare un’azienda per cinque anni. Migliorò inoltre il sistema di protezione testimoni e altri strumenti di repressione, una su tutte l’utilizzo di intercettazioni telefoniche come prove in caso di procedimento giudiziario.
Nel diritto nipponico manca però il reato di associazione, motivo per il quale tutte queste misure sono più mirate a frenarne la penetrazione nell’economia legale piuttosto che a contrastare la criminalità mafiosa in sé.
Le bande boryokudan hanno comunque aggirato queste leggi nascondendosi dietro società fantasma come società immobiliari, imprese edili, centri culturali, riuscendo ancora oggi a conservare una presenza capillare nella società.
Bibliografia: Maccaglia, Matard-Bonucci, “ Le mafie in 100 mappe”, Gorizia, Leg, 2015
Federico Gatti

