La tragedia che ha sconvolto Paupisi, dove un uomo ha ucciso sua moglie, uno dei figli e ridotto in fin di vita la figlia, non è solo l’ennesimo femminicidio e la cronaca di un fatto di sangue sconvolgente: è una ferita aperta su un Paese incapace di prendersi cura dei più fragili e di proteggere chi è vittima di relazioni disfunzionali. Prima di lunedì, la diagnosi di psicosi che pure esiste, non è servita a evitare una scia di orrore, sangue, dolore. Il limite tra malattia mentale e responsabilità non può diventare alibi, ma nemmeno fare da velo all’assenza sistemica di aiuti e prevenzione.
Salute mentale. Se è vero che una diagnosi gravissima come quella di Ocone – sottoposto a un tso nel 2011 e ritenuto affetto da psicosi – non per forza conduce all’assassinio, è altrettanto vero che il fallimento di una rete di cura – con i “vuoti” del TSO, l’assenza di obblighi certi, la carenza di strutture e di personale – diventa terreno fertile per tragedie impensabili. In Italia si è passati, in pochi decenni, dal manicomio come recinto dell’orrore all’abbandono psichiatrico di chi soffre nel silenzio. E nel mezzo restano persone isolate, con pensieri oscuri, senza interlocutori competenti, legate a un filo sottile.
Sullo sfondo, le violenze familiari e la piaga dei femminicidi: il dato è terribile e mutevole. Solo nei primi tre mesi del 2025, in Italia 17 donne sono state uccise — un dato che rappresenta una diminuzione del 35 % rispetto allo stesso periodo del 2024, quando erano 26.
Di queste 17 vittime, 10 hanno perso la vita per mano dell’ex o del partner; in diminuzione rispetto a 13 casi analoghi nell’anno precedente. Ma se guardiamo ai primi sette mesi dell’anno, si registra un dato allarmante: i femminicidi nei contesti partner–ex aumentano del 15 % rispetto al 2024.
Questi numeri ci dicono che non possiamo illuderci: il fenomeno non è lineare, oscilla, torna, si innalza. Dietro ogni cifra c’è una storia, spesso fatta di appelli ignorati, di violenze accumulate, di denunce rimaste senza riscontri. E talvolta, c’è l’ombra di un disturbo mentale che non ha trovato ascolto.
Tornando a Paupisi: se Salvatore Ocone fosse stato seguito ci sarebbe comunque stato questo esito? Il disturbo di quest’uomo è la causa della strage? Spessi chi soffre non si lascia aiutare. E sappiamo che nella metà dell’altra faccia del problema, quella della violenza di genere, le donne non sono protette a sufficienza. Perché non bastano leggi, protocolli, decreti: servono reti territoriali solide, investimenti in salute mentale, sensibilizzazione precoce nelle scuole, cultura del rispetto e del dialogo affettivo.
Non basta indignarsi: bisogna smontare il terreno che lo alimenta. Fare in modo che chi si sente fuori controllo possa trovare un interlocutore, un luogo, un percorso di cura. E che chi è in una relazione stretta, ma pericolosa, abbia sentieri di uscita reali, sicuri, credibili. Le priorità vanno riviste. Insieme alle strategie d’azione. Troppo teoriche, poco pratiche. A volte assolutamente inutili.

