Con questo articolo dal titolo “La sanità che ci salva senza far rumore”, voglio riflettere con voi sul recente fatto di cronaca avvenuto a Modena, dove un’auto ha investito volontariamente diversi pedoni seminando paura e feriti, ha riportato ancora una volta davanti agli occhi di tutti qualcosa che spesso tendiamo a dare per scontato: la macchina dell’emergenza sanitaria italiana. Nelle ore successive il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, visitando gli ospedali di Baggiovara a Modena e il Maggiore di Bologna, ha voluto ringraziare medici, infermieri e personale sanitario parlando dell’“immediatezza dei soccorsi” e del grande coordinamento tra ospedali, ricordando anche quanto questo lavoro venga svolto ogni giorno, spesso lontano dai riflettori.
Ed è forse proprio questo il punto: ci accorgiamo davvero del valore della sanità pubblica soprattutto quando accade qualcosa di grave. Ambulanze che arrivano in pochi minuti, pronto soccorso immediatamente attivati, sale operatorie e rianimazioni pronte a intervenire. Tutto questo avviene quasi automaticamente, come se fosse normale. Eppure normale non è. Dietro quella risposta immediata esiste un sistema umano, professionale e organizzativo enorme, che troppo spesso ricordiamo soltanto nelle emergenze.
La salute come diritto di tutti
La Costituzione italiana, all’articolo 32, afferma che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Non è soltanto una formula giuridica. È una precisa idea di società.
Significa che davanti alla malattia, all’incidente, all’urgenza, la persona non viene lasciata sola. Significa che il valore della vita umana non dipende dal reddito, dalla possibilità economica o dalla condizione sociale. Basta una chiamata al 112 e si mette in moto una rete fatta di medici, infermieri, soccorritori, centrali operative, rianimazioni, sale chirurgiche, reparti specialistici.
Siamo talmente abituati a tutto questo da non renderci più conto di quanto sia straordinario.
La forza silenziosa dell’emergenza pubblica
Nei grandi eventi traumatici emerge con chiarezza ciò che normalmente resta invisibile. Un sistema di emergenza non si improvvisa. Richiede formazione continua, esperienza, organizzazione, strutture costose, personale altamente qualificato.
Dietro ogni ambulanza che arriva rapidamente esiste una rete enorme che lavora senza fermarsi. Dietro una rianimazione pronta ad accogliere un paziente grave ci sono anni di studio, aggiornamento, turni pesanti, responsabilità enormi.
E tutto questo, nella maggior parte dei casi, viene garantito senza chiedere alla persona se può permetterselo economicamente.
Il valore delle professioni sanitarie
Come uomo, come diacono e anche attraverso l’esperienza che da anni vivo quotidianamente come cappellano all’interno di un grande ospedale, penso che oggi sia necessario dire con chiarezza una cosa: la sanità pubblica non può essere sostenuta soltanto a parole.
Nel marzo scorso Papa Leone XIV, incontrando rappresentanti della CEI, dell’OMS Europa e operatori sanitari, ha ricordato che “la salute non può essere un lusso per pochi” e che una copertura sanitaria universale rappresenta “un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste”. Ha inoltre richiamato la necessità di custodire l’accesso alle cure soprattutto per le persone più fragili e vulnerabili.
Sono parole che colpiscono perché non riguardano soltanto l’organizzazione sanitaria, ma il modo stesso di guardare la persona umana. La salute non può diventare un privilegio riservato a chi può permetterselo economicamente, ma deve restare un bene comune.
Per questo servono politiche concrete che valorizzino realmente chi lavora nella sanità. E questo non riguarda solo i medici, ma anche il personale infermieristico, che troppo spesso viene ricordato nei momenti di emergenza e poi dimenticato nella quotidianità.
Gli infermieri oggi sono professionisti laureati, con responsabilità enormi nella gestione dei reparti, nella cura delle persone, nella continuità assistenziale. In molte grandi città come Milano o Roma lavorano lontano da casa, affrontano turni pesanti, carichi emotivi enormi e stipendi che spesso non sono proporzionati né alla preparazione richiesta né alla responsabilità che sostengono.
Non è soltanto una questione economica. È una questione di giustizia, di riconoscimento professionale e anche di tenuta futura del sistema sanitario pubblico. Se il personale continua a migrare verso il privato o ad abbandonare alcuni settori ospedalieri particolarmente gravosi, il rischio è che nel tempo si indebolisca proprio quella rete che oggi ci sembra così sicura e scontata.
Il territorio e la medicina di prossimità
Accanto agli ospedali, esiste poi un’altra realtà fondamentale che spesso viene considerata meno visibile ma che rappresenta il primo contatto concreto delle persone con il sistema sanitario: i medici di base, i servizi territoriali, le Case di Comunità che si stanno sviluppando in diverse regioni.
Molte fragilità passano proprio da lì. Un anziano solo, una famiglia in difficoltà, una malattia cronica, un disagio psicologico, spesso incontrano per primi il volto di un medico di famiglia o di un servizio territoriale.
Ed è forse anche questo uno dei punti decisivi per il futuro: rafforzare la medicina di prossimità per evitare che tutto ricada inevitabilmente sui pronto soccorso e sulle strutture ospedaliere più complesse.
Una medicina sempre più difensiva?
Non essendo parte del personale medico, dico queste cose con molta prudenza e quasi chiedendo scusa se alcune impressioni possano risultare imprecise. Ma da osservatore, e anche dall’esperienza quotidiana vissuta accanto alle persone in ospedale, ho talvolta la sensazione che la medicina stia diventando sempre più difensiva.
Forse anche per la paura di contestazioni, denunce o responsabilità legali, il primo approccio verso il paziente tende spesso a tradursi in un numero crescente di esami, approfondimenti, visite e controlli specialistici. Certamente molti di questi percorsi sono utili, necessari e rappresentano una garanzia importante per la persona malata. Sarebbe sbagliato banalizzare.
Eppure viene anche da chiedersi se, rispetto a una medicina più relazionale e meno burocratizzata che forse esisteva un tempo, qualcosa oggi si sia fatto più fragile. La relazione di fiducia tra medico e paziente sembra talvolta più debole, quasi schiacciata tra protocolli, tempi stretti, richieste continue e timore di sbagliare.
La riflessione che mi viene spontanea, e che propongo davvero con prudenza, è anche un’altra: a fronte del numero enorme di accertamenti diagnostici che oggi vengono richiesti rispetto al passato, forse le strutture che devono produrre questi esami non sempre riescono a sostenere una domanda così alta. E allora può accadere che il sistema entri lentamente in sofferenza.
Forse anche le grandi liste d’attesa nascono, almeno in parte, dentro questa complessità crescente. Non è una critica verso il personale sanitario, che anzi spesso lavora oltre ogni limite, ma una domanda posta con rispetto verso un sistema che negli anni è diventato molto più sofisticato, molto più prudente e anche molto più carico di richieste rispetto al passato.
Pubblico e privato: una riflessione senza polemiche
Questo non significa demonizzare il privato. In molti ambiti, soprattutto nella diagnostica, nelle visite specialistiche e nell’integrazione di alcuni servizi, il rapporto tra pubblico e privato può avere un ruolo utile.
Ma viene spontaneo osservare anche un altro aspetto. Molto spesso il lavoro programmato, più sostenibile economicamente e meno esposto alla gestione delle grandi urgenze, viene progressivamente assorbito dal sistema privato o convenzionato, anche attraverso il mondo assicurativo.
Le grandi emergenze, le rianimazioni, la chirurgia complessa, i pronto soccorso sovraffollati, le maxi-emergenze, restano invece quasi interamente sulle spalle della sanità pubblica.
Ed è qui che emerge una domanda che forse meriterebbe maggiore attenzione: può esistere un equilibrio vero se il peso più gravoso continua a restare quasi totalmente a carico del pubblico?
Una visione dell’uomo
Forse il punto più importante è proprio questo: il modo in cui una società organizza la sanità racconta anche l’idea di uomo che porta dentro di sé.
Se la salute diventa soltanto un servizio da acquistare, il rischio è che lentamente cambi anche lo sguardo sulla persona fragile, anziana, povera o non produttiva. La sanità pubblica, invece, almeno nelle sue fondamenta costituzionali ed etiche, custodisce un principio molto forte: ogni vita merita cura.
Ed è proprio questo principio che oggi andrebbe sostenuto non soltanto nei discorsi, ma nelle scelte concrete, negli investimenti, nella tutela del personale e nella capacità di guardare alla salute non come a un costo, ma come a un bene comune.
Una domanda aperta
Forse ci accorgiamo davvero del valore della sanità pubblica solo quando qualcosa accade improvvisamente e comprendiamo che, dall’altra parte del telefono, qualcuno risponde sempre.
Ma saremo capaci di sostenere davvero questo sistema anche quando l’emergenza non fa più notizia?
Diac. Luigi Giugno

