Quando il vento tradì Kublai Khan: le due invasioni mancate del Giappone
Un impero senza confini
A metà del XIII secolo, l’Impero Mongolo era la più vasta entità politica mai vista: dalla Cina alla Persia, dalle steppe dell’Asia centrale fino alle porte dell’Europa. A guidarlo c’era Kublai Khan, nipote di Gengis, che nel 1271 aveva fondato la dinastia Yuan e consolidato il suo potere sulla Cina.
Il Giappone, invece, era governato dallo shogunato di Kamakura, un sistema militare in cui l’imperatore aveva un ruolo simbolico e i samurai garantivano l’ordine armato. Isolato geograficamente, il Paese non aveva mai affrontato un nemico di simile portata.
Nel 1266, Kublai Khan inviò un’ambasciata con una richiesta chiara: riconoscere la sua supremazia e pagare tributi. Il rifiuto giapponese fu secco, alimentato dall’orgoglio e dalla convinzione che il mare fosse una barriera sufficiente.
Prima invasione: 1274, la baia di Hakata
Nel novembre del 1274, il Khan rispose con i fatti: una flotta di circa 600 navi trasportò 40.000 uomini, tra mongoli, cinesi e coreani. Dopo aver devastato l’isola di Tsushima, l’armata approdò a Hakata, nell’isola di Kyushu.
I samurai resistettero con determinazione, ma l’efficienza militare mongola — archi più potenti, formazioni compatte e addirittura l’uso rudimentale di armi a polvere da sparo — mise in difficoltà i difensori. Le truppe giapponesi scelsero la ritirata.
Quando la vittoria sembrava a portata di mano, i comandanti mongoli ordinarono di rientrare al largo. La scelta, dettata dalla paura di rimanere intrappolati in una costa ostile, si rivelò disastrosa. Nella notte, un violento tifone investì la flotta: centinaia di navi distrutte, migliaia di uomini inghiottiti dal mare.
Seconda invasione: 1281, la più grande flotta della storia
Kublai Khan non accettò la sconfitta. Nel 1281 mise in piedi un’armata ancora più impressionante: circa 4.400 navi e 140.000 uomini, divisi in due contingenti — uno dalla Corea, l’altro dal sud della Cina. Mai prima di allora un esercito navale di simili dimensioni aveva solcato i mari.
I giapponesi, consapevoli del pericolo, avevano costruito un muro di pietra lungo oltre 20 km lungo la baia di Hakata per impedire sbarchi rapidi. Le battaglie si susseguirono per settimane, con incursioni notturne dei samurai contro le navi nemiche, incendiate o abbordate una a una.
Ma ancora una volta, la natura decise il destino. Tra luglio e agosto, un tifone di proporzioni gigantesche spazzò via la flotta. Più della metà delle truppe mongole morì in mare o fu catturata. Quella che doveva essere la più grande conquista navale della storia si trasformò in un cataclisma.
Il mito del kamikaze
Le due disfatte segnarono la fine dei sogni di conquista mongoli sul Giappone. Nel Paese, i tifoni furono interpretati come un segno divino: i monaci li chiamarono kamikaze, il “vento divino” inviato dagli dèi per proteggere l’arcipelago.
Quel mito sopravvisse nei secoli, riemergendo addirittura nel XX secolo, quando il termine kamikaze fu recuperato per definire i piloti suicidi della Seconda guerra mondiale, visti come nuovi strumenti della protezione del Giappone.
L’errore e il fato
Le due spedizioni di Kublai Khan mostrano l’intreccio tra errore umano e forza della natura. La prudenza dei comandanti nel 1274, il gigantismo logistico del 1281 e l’incapacità di prevedere i tifoni si combinarono con l’imprevedibilità del mare.
Così, la potenza che dominava gran parte del mondo si infranse su un arcipelago che sembrava destinato a cadere. Non per merito delle armi, ma per l’urlo del vento e la furia delle onde.
Giulio Valerio Santini

