Le tendenze
Nel 2023, più di 21mila laureati italiani hanno trasferito la residenza all’estero, contro meno di 6mila rientri. Secondo la Total Remuneration Survey 2025 di Mercer, la retribuzione media al primo impiego in Italia è di 32mila euro lordi: in Germania sono 53.300, in Austria 51.100, in Svizzera 86.722. Siamo terzultimi in Europa, davanti solo a Spagna e Polonia. Il divario non si riduce con gli anni: resta strutturale lungo tutta la carriera.
Cosa fa il governo
Di fronte a questa emorragia, il governo Meloni ha scelto di tagliare i bonus fiscali per chi vuole rientrare. Con la riforma del regime impatriati entrata in vigore nel 2024, lo sconto IRPEF è sceso dal 70% al 50%, i requisiti si sono fatti più stringenti e le proroghe per chi compra casa o ha figli sono state eliminate.
Contromisure
Quali contromisure? La prima è riformare il regime impatriati in senso selettivo e davvero competitivo. Non uno sconto uguale per tutti, ma incentivi forti e mirati per chi rientra in settori strategici: STEM, medicina, ricerca, digitale. Il modello esiste già altrove: il Portogallo con il programma “Regressar” tenta di costruire un approccio integrato: agevolazioni fiscali pluriennali, supporto alla ricerca di lavoro e sussidi abitativi. L’Italia ha ancora una misura isolata, indebolita e senza una visione di sistema.
La seconda è il privato. Solo il 16% delle grandi aziende italiane (non le piccole-medie imprese, la maggioranza) ha una politica strutturata per i neolaureati, e meno della metà investe in formazione professionale all’ingresso. Servirebbe uno schema di sgravi contributivi pluriennali e sostanziali per le imprese che assumono laureati under 30 a tempo indeterminato in settori ad alta intensità di conoscenza, non la super-deduzione generica attuale, insufficiente e poco usata.
J’accuse
Il problema non manca di soluzioni. Manca la volontà di considerare i neolaureati una priorità strategica, e non un capitolo da chiudere con qualche misura spot nelle leggi di bilancio.

