Tra i corridoi affollati del Mercanteinfiera a Parma,che si è svolro a marzo, dove il pulviscolo danza nelle scie di luce che tagliano i padiglioni, si muove una figura che sembra scivolare tra le epoche con la naturalezza di chi abita il tempo, piuttosto che subirlo. Stefano D’Onghia — per molti “Il Dongi”, non è soltanto il volto complice di Cash or Trash. È, per sua stessa definizione, un “appassionato famoso”: un uomo che ha trasformato la venerazione per l’oggetto nel baricentro della propria esistenza. In un mondo che corre verso il digitale e l’effimero, D’Onghia ci invita a riscoprire il peso specifico delle cose, ricordandoci che la bellezza non è mai un dato oggettivo, ma un atto di salvataggio.
Il “Dono” di vedere la bellezza prima che si manifesti
C’è un’affinità elettiva tra l’occhio del mercante e quello del fotografo. Stefano parla del suo rapporto con l’obiettivo non come di una tecnica, ma come di una premonizione. Esiste un “dono” primordiale, una sensibilità che permette di isolare l’armonia nel caos dei banchi impolverati. Per D’Onghia, la fotografia — e per estensione la ricerca di un pezzo d’antiquariato — non è catturare ciò che c’è, ma creare l’immagine nella mente un istante prima che accada. È la capacità di concettualizzare il valore di un oggetto prima ancora che venga pulito, restaurato o compreso dagli altri.
“Io vedo la foto e la creo… faccio le foto perché le vedo. Chi fa la foto senza vedere la foto, secondo me non ha il dono. A volte le foto più belle sono anche le più banali, quelle naturali fatte un po’ a caso.”
Questa intuizione pura trasforma la ricerca in un atto creativo: non si sta solo cercando un oggetto, si sta rivendicando una visione.
Quando le “cose” ti premiano: Un amore democratico
Nella cosmogonia di Stefano D’Onghia, gli oggetti non sono entità inanimate, ma partner di un dialogo silenzioso. Esiste una forma di reciprocità quasi spirituale nel suo lavoro: chi ama profondamente le cose finisce per essere “premiato” da esse. Questo legame travalica la transazione commerciale per approdare a una missione di divulgazione. Stefano non si sente un semplice venditore, ma un tramite, un narratore che restituisce dignità anche ai manufatti più umili, dallo schiaccianoci più grezzo all’orologio più sofisticato.
Il suo è un amore democratico, privo di gerarchie. Quando gli si chiede quale sia il suo “oggetto del desiderio”, la risposta è spiazzante nella sua umiltà: non c’è un solo pezzo, perché il suo affetto è indistinto. Non è il prestigio del costo a muoverlo, ma l’anima del pezzo.
“Amo profondamente tutte le cose e credo anche profondamente che le cose mi premino. Le cose mi premiano perché io le amo… Sono un divulgatore di cose, anche le cose più semplici, come uno schiaccianoci.”
Strappare l’invendibile all’oblio
Se il mercante tradizionale cerca il margine, Stefano cerca la memoria. C’è una sottile eroismo nel suo desiderio di salvare ciò che il mercato definisce, con freddezza, “invendibile”. Sono frammenti di carta e nostalgia che lui ha “strappato” letteralmente all’oblio: cartoline d’epoca che portano i segni di saluti lontani, lettere antiche che racchiudono vite ormai spente, frammenti di geografia postale sotto forma di francobolli o le iconiche locandine del circo di Moira Orfei, testimoni di un’estetica che ha costruito l’immaginario italiano.
Questi oggetti non hanno un prezzo quantificabile perché la loro essenza risiede nella provenienza. La storia del pezzo, il suo viaggio attraverso il tempo, supera di gran lunga il suo valore monetario. Salvare questi scarti significa preservare le tracce del nostro passaggio umano, strappando frammenti di vissuto all’indifferenza del tempo.
Il paradosso del mercante: L’acquisto come “disastro” emotivo
Nonostante l’occhio esperto, Stefano resta vittima consapevole del suo stesso entusiasmo. È qui che emerge il lato più umano e fallibile del collezionista: l’impulso che vince sulla ragione. D’Onghia ammette candidamente che i suoi acquisti sono spesso dettati da un battito del cuore improvviso, che puntualmente si traduce in quello che lui chiama un “disastro“.
È il paradosso di chi conosce il valore, ma si lascia travolgere dal desiderio. Racconta, quasi con rassegnazione ironica, di come l’arrivo di un cliente appassionato di orologi sia per lui una tentazione irresistibile: sa già che comprerà quei pezzi, e sa già che se ne pentirà, perché la passione del “Dongi” è una forza che non accetta i calcoli della calcolatrice.
“Sempre lo faccio… io quando compro faccio disastri. Abbiamo un carissimo cliente amante di orologi… sicuramente mi porterà delle cose che io comprerò e mi pentirò. Perché quando Stefano compra, si pente sempre.”
Oltre il valore del denaro
La filosofia che emerge dalle parole di Stefano D’Onghia è un monito contro la freddezza del capitale. Il denaro è uno strumento “freddo”, privo di sentimenti, incapace di definire l’emozione che un oggetto può suscitare. Il vero valore risiede nella provenienza e nel legame affettivo, in quella capacità di un pezzo di farti “battere il cuore” ogni volta che lo guardi. Collezionare, dunque, non è un atto di accumulo, ma un esercizio di sensibilità.
Ci insegna che siamo custodi temporanei di storie che ci sopravviveranno, se solo saremo capaci di vederle. Guardando gli oggetti che popolano le vostre stanze, potreste scoprire che la loro importanza non ha nulla a che fare con il loro costo d’acquisto.

