Li chiamiamo rider, collaboratori, autonomi. Ma in troppi casi sono i nuovi schiavi di un sistema che ha sostituito il caporale con l’algoritmo. Le inchieste che hanno coinvolto piattaforme come Deliveroo e Glovo hanno mostrato un mondo fatto di turni infiniti, compensi incerti, ricatti silenziosi. Cambiano le parole, non la sostanza: quando il lavoro è totalmente eterodiretto e chi pedala non ha alcun potere contrattuale reale, l’autonomia è solo una formula scritta in fondo a un contratto.
Sotto accusa c’è intero sistema economico che arricchisce i ricchi e impoverisce i poveri: il colosso del delivery food va in gestione commissariale, il general manager è indagato per caporalato aggravato e la Procura affida all’amministratore giudiziario il compito di “regolarizzare” i 20.000 fattorini che lavorano in Italia per Deliveroo per 3 euro l’ora e vivono con stipendi al di sotto della soglia di povertà con percentuali fino all’80 per cento.
Mi torna in mente un film del 2021, una pellicola post pandemica uscito a pochi mesi dal boom del delivery food che proprio in pandemia ha tanto proliferato, rendendolo un servizio diffusissimo. Si tratta di una commedia satirica diretta da Pif in cui Fabio De Luigi interpreta Arturo, un manager licenziato da un algoritmo che si ritrova a lavorare come rider per un’app in condizioni di povertà e isolamento tale da stringere un legame con un ologramma.
Il cinema sembra esasperare un fenomeno che è esasperatamente drammatico e diffuso nella realtà quotidiana: lavorare per 800 euro al mese anche dodici ore al giorno per sette giorni a settimana e avere a malapena i soldi per pagare fitto e bollette. La partita Iva, presentata come opportunità di libertà, si è trasformata troppo spesso in uno scudo per abbassare tutele e salari. Il caso dei rider ne è emblema tragico. Niente ferie, niente malattia, contributi fragili. Tutto il rischio scaricato su chi consegna cibo sotto la pioggia. È un modello che regge finché nessuno guarda troppo da vicino.
Il cinema lo aveva raccontato prima delle aule di tribunale. Anche in Sorry We Missed You di Ken Loach, il protagonista è un corriere intrappolato in un meccanismo spietato: formalmente indipendente, sostanzialmente prigioniero di obiettivi, penali e debiti. Non è un rider del food delivery, ma la logica è la stessa. L’illusione di “essere il capo di sé stessi” si sgretola contro la realtà di un sistema che misura ogni minuto e non perdona errori. Per questo la discussione sul salario minimo non è ideologica, ma concreta. Serve una soglia sotto cui non si può scendere, un argine che impedisca alla concorrenza di giocarsi sulla pelle dei più deboli. Non risolverà tutto, ma afferma un principio: il lavoro, anche quando passa da un’app, non può essere pagato meno della dignità. I nuovi schiavi non portano catene visibili. Hanno uno smartphone acceso e una notifica che lampeggia. Sta alla politica decidere se continuare a chiamarla flessibilità o iniziare finalmente a chiamarla sfruttamento.

















