Dal Kosovo al presente, chi oggi accusa dimentica (o finge di dimenticare)
L’esito del recente referendum costituzionale mi ha lasciato stupito, ma non troppo. Non troppo soprattutto relativamente alla collocazione geografica del voto contrario. Ci torneremo, dati alla mano, e proveremo a collegare il voto con alcune scelte impopolari assunte da questo Governo, impopolari soprattutto laddove i NO hanno stravinto. Insieme capiremo meglio. Ma non c’è da essere allegri, per questo Paese intendo.
Ma una cosa mi lascia sempre veramente stupito, direi attonito. Il fenomeno della memoria corta.
La politica italiana ha molte qualità (dico così per dire). La coerenza, diciamo, non è tra le più praticate. E se c’è un tratto che emerge con una certa regolarità, è quello della memoria corta. Cortissima. Selettiva. Qualcuno direbbe da pesce rosso (il colore non è un caso)!
Oggi, nel pieno di un contesto internazionale teso, con scenari di guerra che incombono anche sul dibattito europeo, assistiamo a un copione già visto. L’opposizione che accusa il Governo di timidezza, di esitazione, di mancanza di coraggio. Si invocano scelte nette, posizioni chiare, decisioni rapide. No alla guerra, no a Israele, no alle basi agli americani che bombardano, Tutto legittimo. Tutto già sentito.
Quello che sorprende, ditemi voi cari lettori, è che a pronunciare queste parole siano spesso esponenti politici che, direttamente o per eredità politica, provengono da quell’area che nel 1999 prese una decisione molto più netta. E molto meno dibattuta. Ah la democrazia on demand…
1999. Il governo D’Alema e la guerra del Kosovo senza voto preventivo
Nel 1999 il Presidente del Consiglio è Massimo D’Alema. Per la prima volta nella storia repubblicana, un esponente proveniente dalla tradizione post-comunista guida il governo.
La maggioranza è quella del centrosinistra dell’epoca: Democratici di Sinistra, Partito Popolare Italiano, forze centriste e una sinistra più radicale spesso in tensione ma interna al perimetro politico.
Quando scoppia la crisi del Kosovo, l’Italia non resta a guardare. Partecipa attivamente all’operazione militare della NATO, la cosiddetta Operation Allied Force, avviata il 24 marzo 1999. Piccolo particolare la delibera ONU a cui si riferivano anche gli italiani non autorizzava l’uso della forza. La Nato non colse il piccolo particolare e agì, udite udite, per scopi umanitari. Così si poterono sventolare anche le bandiere arcobaleno.
Le basi italiane diventano quindi centrali. I caccia italiani decollano. Bombardano. Uccidono. Per scopi umanitari.
Non è supporto. È partecipazione. Buttare le bombe forse diventa improvvisamente legittimo perché il signor Slobodan Milosevic nel suo Paese guida un governo non di sinistra? O siamo all’embrione di una simpatia verso l’Islam che ora appare manifesta a sinistra?
Il Parlamento dopo, non prima. La questione costituzionale aggirata
Qui sta il punto. Chi ora reclama la presenza del Presidente del Consiglio in Parlamento a spiegare ogni evento che non garba, in allora della discussione democratica in Parlamento fece a meno. Eh la superiorità morale, l’amore per la Costituzione…
L’Italia entra in un’operazione militare senza un voto parlamentare preventivo che autorizzi esplicitamente l’uso della forza. Il Parlamento è coinvolto successivamente, quando le operazioni sono già in corso.
Formalmente, si parla di “operazione internazionale” e non di “stato di guerra”, evitando così l’applicazione piena dell’articolo 78 della Costituzione. Sì la Costituzione quella bellissima, quella che qualche giorno fa era difendere ad ogni costo dagli attacchi di manipoli di fascisti e dalla loro deriva autoritaria.
Sostanzialmente, il risultato è chiaro. Prima si decide (nella Segreteria di partito) poi si discute. In barba alla bellissima Costituzione.
E questo avviene sotto un governo di centrosinistra, con una maggioranza che oggi si presenta come custode rigorosa delle procedure democratiche. Fate pure pausa e ridete.
Da D’Alema agli eredi politici. Chi oggi accusa dove stava allora
Ed è qui che la memoria corta diventa interessante.
Oggi, tra le forze che siedono all’opposizione e che attaccano l’attuale Governo, troviamo partiti ed esponenti che si richiamano, in modo diretto o indiretto, a quella stagione politica.
Il Partito Democratico, per esempio, nasce anche dall’evoluzione dei Democratici di Sinistra, il partito di D’Alema. Figure come Elly Schlein guidano oggi una forza politica che rivendica rigore democratico e attenzione alle procedure.
Accanto, il Movimento 5 Stelle, oggi rappresentato da Giuseppe Conte, che pure ha costruito una parte della propria identità sulla critica alle decisioni prese “nelle stanze del potere”.
E ancora, esponenti di area progressista come Nicola Fratoianni o Angelo Bonelli, oggi fortemente critici verso ogni ambiguità in politica estera.
Tutti oggi pronti a chiedere chiarezza, trasparenza, passaggi parlamentari.
Ma nel 1999?
La coerenza a intermittenza della politica italiana
Non si tratta di sostenere che i contesti siano identici. Non lo sono. Il Kosovo del 1999 non è il mondo di oggi, questo è chiaro a tutti anche a Fratoianni.
Ma il tema non è il contesto. Il tema è la coerenza. E questo è già meno chiaro ai signori che ho citato sopra.
Perché è difficile non notare come la richiesta di rigore procedurale emerga con forza quando si è all’opposizione, mentre tenda a diventare più flessibile quando si è al governo.
La politica italiana, in questo, non è un’eccezione. Ma resta un caso di studio particolarmente evidente.
La memoria corta come alibi
La memoria corta, in politica, non è un incidente. È una strategia o una tattica. Serve a riscrivere i ruoli, a cambiare postura senza spiegazioni, a trasformare decisioni passate in accuse presenti.
Ma c’è un limite oltre il quale non è più tattica. È semplice rimozione.
Nel 1999 l’Italia partecipò a un’operazione militare senza un passaggio parlamentare preventivo, sotto un governo guidato da Massimo D’Alema. Non per distrazione, non per errore, ma per scelta politica. Una scelta rivendicata, difesa, sostenuta.
Oggi, da quella stessa area politica, o da chi ne eredita storia e linguaggio, arrivano lezioni di rigore, richieste di chiarezza, accuse di ambiguità.
Legittimo, certo. Ma anche un po’ comodo. Troppo. Perché il punto non è avere cambiato idea. Il punto è “far finta” di non averne mai avuta un’altra.
E allora forse il problema non è la prudenza di oggi, ma la disinvoltura con cui si dimentica ieri. Capite il silenzio decennale sulle Foibe? Capite il silenzio su decine di milioni di morti provocate dal comunismo nel mondo?
In politica si può cambiare posizione. È fisiologico. A volte persino necessario. Ma almeno una cosa dovrebbe restare, la memoria.
Perché senza memoria non c’è coerenza. E senza coerenza, ogni accusa rischia di suonare meno come un principio… e molto più come un’occasione.
A proposito di memoria, dimenticavo…Con la bellissima Costituzione raggirata nel 1999 come la mettiamo? Spiegatelo anche a quei giovani che hanno convintamente votato NO in difesa proprio della Costituzione.
Giulio Valerio Santini

