I numeri ufficiali Istat, cosa li spiega davvero e quali rischi arrivano adesso
Nel 2025 l’export italiano verso gli Stati Uniti è cresciuto del 7,2%, arrivando a 69,6 miliardi di euro, nonostante l’introduzione di dazi USA del 15% su gran parte dei beni UE.
Secondo i dati Istat, l’Italia ha mantenuto con gli USA il suo maggiore avanzo commerciale bilaterale, pari a 34,2 miliardi di euro nel 2025 (in calo rispetto al 2024 perché le importazioni dagli Stati Uniti sono aumentate molto).
È un risultato che spiazza la narrativa “dazi = export azzerato”. Ma attenzione: non significa che i dazi siano innocui. Significa che l’export italiano ha retto per una combinazione di fattori strutturali e congiunturali.
I dati “inoppugnabili” (e cosa dicono)
1) Export Italia → USA: +7,2% a 69,6 miliardi (2025)
È il cuore della notizia: crescita robusta su base annua, nonostante il contesto tariffario.
2) Avanzo Italia con USA: 34,2 miliardi, ma in calo
L’avanzo resta il più alto per l’Italia con un singolo partner, ma scende perché le importazioni dagli USA sono salite di circa il 36%.
3) Quadro generale Italia: export totale +3,3% e surplus complessivo 50,7 miliardi
Nel 2025, a livello aggregato, l’Italia chiude con esportazioni in aumento e un surplus commerciale che sale a 50,7 miliardi.
Perché l’export è cresciuto “anche con i dazi”
Qui il punto non è ideologico, è microeconomia + posizionamento prodotto.
A) Mix merceologico. L’Italia vende dove la domanda “tira” e il prezzo regge
Le statistiche Istat e i resoconti sulle componenti dell’export indicano che tra i settori che sostengono la crescita ci sono farmaceutica, metalli/prodotti in metallo, macchinari, mezzi di trasporto non auto, e alimentare-bevande. Tradotto: molte esportazioni italiane verso gli USA stanno in segmenti dove la sostituibilità non è immediata (macchinari, componentistica specializzata), oppure il “premium” assorbe parte del costo (alcuni beni di consumo e food di fascia alta), oppure ancora la domanda è meno elastica (alcuni prodotti pharma).
B) “Front-loading”: quando l’importatore anticipa gli acquisti prima che la botta arrivi
Su mercati in tensione tariffaria, un comportamento frequente è anticipare ordini e scorte per ridurre l’esposizione futura a rialzi o nuove misure. Questo aiuta a spiegare perché l’anno può chiudere forte anche se alcuni mesi (come dicembre) mostrano raffreddamenti.
C) Prezzo finale. Non sempre il dazio lo paga (tutto) chi esporta
Nella pratica, il costo del dazio può essere “spalmato” lungo la filiera. Parte assorbita dal margine del distributore/importatore, parte dal produttore (sconti o condizioni), parte scaricata sul consumatore finale (specie sul premium). Risultato. L’export non crolla automaticamente, ma cambia la struttura dei margini.
Però non è una “favola”. I rischi sono reali e adesso aumentano
1) L’incertezza legale e politica USA sta diventando un rischio di mercato
Dopo la sentenza della Corte Suprema e i nuovi annunci tariffari, l’UE ha chiesto chiarezza e ha segnalato che non accetterà rialzi unilaterali rispetto agli accordi esistenti; il Parlamento UE ha perfino rinviato passaggi di ratifica dell’intesa commerciale per “mancanza di certezza legale”.
Per un esportatore, la vera tassa spesso è questa: imprevedibilità.
2) Pressione sui margini delle PMI
Le grandi aziende possono ottimizzare supply chain e pricing; le PMI spesso no. Se i dazi restano, o peggio salgono/si estendono a categorie sensibili (il classico food “simbolo”), il rischio è una selezione dura. Chi ha un prodotto distintivo regge, chi compete sul prezzo soffre. Punto.
3) Reazioni europee e spirale di contromisure
Se Bruxelles risponde, può partire la dinamica “tariffa su tariffa”. E lì non vince nessuno: vince solo la volatilità.
Cosa significa per l’Italia, in concreto
- Notizia buona: l’export italiano verso gli USA nel 2025 ha retto ed è cresciuto (dato ufficiale)
- Notizia meno buona: l’avanzo cala perché importiamo molto di più dagli USA, e la partita si fa più complessa
- Messaggio strategico: nel 2026 conta più che mai difendere le nicchie ad alto valore, negoziare filiere e distributori, e diversificare mercati senza mollare l’America.
La Redazione economica di National Daily Press
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