Quattro mesi.
Tanto è durato il mandato di Angelo Fanizza come Segretario Generale del Garante per la Protezione dei Dati Personali. Un tempo così breve che nella storia recente dell’Autorità non ha praticamente precedenti.
La nota diffusa oggi è essenziale al punto da sembrare criptica:
“Il Segretario Generale […] ha rassegnato le proprie dimissioni. Il Collegio […] nel prenderne atto, ringrazia per il lavoro svolto”.
Un comunicato di otto righe, nessuna motivazione, nessun accenno al contesto, nessun riferimento agli scenari aperti. Ed è proprio qui che inizia la parte interessante.
Un incarico nato all’unanimità e finito nel silenzio
La nomina di Fanizza, magistrato amministrativo con lunga esperienza al TAR Lazio e solida formazione accademica, era arrivata all’unanimità del Collegio guidato da Pasquale Stanzione.
Un profilo tecnico, stimato, scelto proprio per gestire una fase delicatissima.
Il mandato sarebbe durato fino al 2027. Si è concluso il 20 novembre 2024. Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato.
Il momento peggiore per un terremoto interno
La macchina del Garante sta attraversando la fase più complessa degli ultimi dieci anni:
- procedimenti aperti contro le Big Tech su AI, biometria e trattamento dei minori;
- contenziosi con Meta e TikTok ancora in corso;
- la trasposizione nazionale dell’AI Act che richiede una regia forte e coordinata;
- un aumento consistente dei reclami dei cittadini;
- pressioni politiche e parlamentari crescenti.
In questo quadro, il Segretario Generale è — di fatto — il regista operativo dell’Autorità.
Un cambio così improvviso non può essere un dettaglio.
Cosa si muove dietro le quinte. Tre piste plausibili
1. Divergenze strategiche interne
È la pista più sussurrata negli ambienti istituzionali. Sebbene non ci siano conferme ufficiali, negli ultimi giorni sarebbero emerse, infatti, sensibilità diverse all’interno del Collegio riguardo modalità e priorità dell’azione amministrativa. Di conseguenza, dalle questioni legate alle risorse interne fino alla gestione dei procedimenti tecnici, passando per le interlocuzioni con Bruxelles, il quadro operativo sarebbe diventato via via più complesso.
Niente di “conflittuale” in senso formale. Ma abbastanza da rendere complicata la continuità.
2. Pressioni esterne sul fronte AI e Big Tech
L’AI Act ridisegna gli equilibri tra autorità nazionali e soggetti privati. E il Garante italiano è uno di quelli che, negli ultimi anni, ha tenuto la linea più dura su:
- scraping massivo per addestrare le IA generative,
- uso dei dati biometrici,
- profilazione dei minori,
- geolocalizzazione continua,
- advertising comportamentale.
La sensazione, tra gli addetti ai lavori, è che il 2025 sarebbe stato l’anno degli scontri più duri.
E in un contesto dove ogni parere pesa, la figura del Segretario Generale diventa centrale.
3. Questione organizzativa interna
Il Garante è un’autorità piccola e sovraccaricata. Personale ridotto, competenze altissime richieste, carico crescente. Il Segretario Generale si ritrova a gestire:
- bilanci,
- risorse umane,
- contenziosi,
- dossier tecnici di livello europeo,
- interlocuzioni politiche non banali.
In molti ritengono che la struttura attuale non sia dimensionata per l’ondata regolatoria in corso.
E che chi prende ora il timone erediterà un nodo difficile da sciogliere.
Chi arriva ora all’Autorità?
La scelta del nuovo Segretario Generale sarà un atto politico-istituzionale di peso. Non solo per i rapporti con Bruxelles, ma anche per la posizione italiana nei confronti dei giganti digitali.
Il Collegio è ora chiamato a trovare una figura che garantisca:
- continuità operativa;
- autorevolezza giuridica;
- gestione interna equilibrata;
- capacità di reggere l’urto delle prossime battaglie sulla privacy e sull’intelligenza artificiale.
La ricerca potrebbe non essere semplice.
Una dimissione che apre più domande che risposte
Fanizza aveva curriculum, riconoscimento unanime e mandato lungo. Era entrato nell’Autorità nel momento in cui il tema dei dati personali sta diventando la vera arena geopolitica.
Uscire così e senza spiegazioni pubbliche è un segnale forte.
Non è una questione burocratica e questo non è un fatto secondario.
Le prossime settimane ci diranno se queste dimissioni sono solo una parentesi amministrativa. Potrebbe invece essere il sintomo di una tensione più profonda dentro l’istituzione che, più di tutte, decide come i nostri dati, e la nostra libertà digitale, vengono protetti.
Redazione National Daily Press

