“Sii te stessa.”
Quante volte ce lo siamo sentito dire?
“L’importante è non tradire chi siamo.”
Sì, ma chi siamo davvero?
C’è uno psicologo, E. Tory Higgins , spesso citato nei manuali di psicologia, che distingue tra sé reale e sé ideale. Il primo rappresenta chi siamo nella realtà, con le nostre caratteristiche, capacità, limiti e fragilità. Il secondo è invece la persona che vorremmo essere, l’immagine verso cui tendiamo e che orienta molti dei nostri pensieri, delle nostre scelte e dei nostri comportamenti.
Quando il sé ideale diventa una fonte di ansia.
Questo ideale, di per sé, non è un problema. Anzi, può essere una forza positiva. Ci spinge a crescere, a imparare, a migliorarci. Ma cosa accade quando la distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere diventa troppo grande?
Secondo Higgins, più aumenta questa discrepanza, più possono emergere sentimenti di disagio: ansia, stress, senso di inadeguatezza e, nei casi più profondi, persino depressione.
A complicare ulteriormente il quadro entra in scena un terzo protagonista: il sé del dovere. È quella parte di noi che ci suggerisce quali siano le decisioni “giuste”, spesso non tanto per il nostro benessere quanto per rispondere al bisogno, profondamente umano, di essere accettati, stimati e amati. È il sé che si costruisce attraverso le aspettative della famiglia, della scuola, della cultura in cui siamo cresciuti e della società che ci circonda.
Così, a volte, non inseguiamo ciò che desideriamo davvero, ma ciò che pensiamo di dover diventare.
In realtà, quando parliamo del nostro sé nel mondo, parliamo inevitabilmente anche della nostra identità sociale. Lo psicologo Henri Tajfel ci ricorda che una parte di ciò che siamo nasce proprio dall’appartenenza ai gruppi con cui ci identifichiamo: la famiglia, il lavoro, le amicizie, la comunità in cui viviamo.
Non siamo mai un’isola.
È anche attraverso le relazioni che comprendiamo chi siamo, quali valori ci rappresentano e quale posto occupiamo nel mondo.
Abbiamo bisogno dello sguardo degli altri. Tutti, nessuno escluso. Noi siamo perché esistono gli altri (articolo: Alterità e relazione: pensare a sé stessi o accorgersi dell’altro?)
È attraverso le relazioni che comprendiamo molte cose di noi stessi. I feedback che riceviamo, le reazioni che suscitiamo, il modo in cui veniamo accolti o respinti contribuiscono a costruire la nostra identità.
E allora, chi siamo?
Se qualcuno ci ponesse questa domanda, probabilmente risponderemmo: sono una donna, una mamma, un’amica, una figlia. Ho un certo carattere, alcuni valori, passioni e paure. Mi piace la compagnia oppure la solitudine. Ma è davvero sufficiente?
Forse una parte di ciò che siamo la scopriamo proprio nell’incontro con gli altri. Non perché siano loro a definire completamente la nostra identità, ma perché è anche attraverso il loro sguardo che impariamo a conoscerci.

Identità sociale e bisogno di approvazione
In questo scenario i social network rappresentano una sorta di gigantesca cassa di risonanza. Non inventano il problema, ma lo amplificano.
Ogni giorno siamo esposti a immagini di successo, bellezza, competenza e felicità. Assistiamo a una continua rappresentazione di vite apparentemente perfette. E così molti finiscono per inseguire una versione ideale di sé stessi che diventa sempre più difficile da raggiungere.
L’uso eccessivo dei filtri, la necessità di mostrare soltanto la parte migliore della propria vita, la ricerca costante di approvazione attraverso like e commenti sono solo alcune delle manifestazioni di questo fenomeno.
Forse, però, il problema non è avere un ideale. Senza ideali non cresceremmo mai.
Il problema nasce quando smettiamo di considerarlo una direzione e lo trasformiamo in un obbligo. Quando il sé ideale diventa un giudice severo che ci ricorda continuamente ciò che non siamo.
Con il tempo scopriamo che non tutte le versioni di noi stessi che avevamo immaginato si realizzeranno. Alcuni sogni cambiano, altri sfumano, altri ancora lasciano spazio a possibilità che non avevamo previsto.
E forse una parte della maturità consiste proprio in questo: imparare ad accettarlo.
Ci perdoniamo troppo poco per ciò che non siamo diventati. Continuiamo a misurarci con aspettative costruite anni prima, senza accorgerci che nel frattempo siamo cambiati.
«Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare.»(Carl Rogers)
Lo psicologo Carl Rogers sosteneva che la crescita personale non nasce dal giudizio continuo, ma dall’accettazione. Non dall’idea di essere perfetti, ma dalla capacità di riconoscere sé stessi con sincerità, limiti compresi.
È un concetto controintuitivo in una società che ci spinge costantemente a migliorarci. Eppure Rogers ci ricorda che il cambiamento autentico inizia proprio quando smettiamo di combattere contro ciò che siamo.
Forse la serenità non nasce quando il sé reale coincide perfettamente con il sé ideale.
Nasce quando smettiamo di considerare quella distanza una colpa.
Essere sé stessi non significa rinunciare a migliorare. Significa imparare a guardarsi con onestà, ma anche con benevolenza. Significa riconoscere ciò che siamo diventati senza passare la vita a rimpiangere ciò che non siamo stati. Perché non tutto ciò che non abbiamo realizzato è un fallimento. A volte è semplicemente la storia della nostra vita che ha preso una strada diversa da quella che avevamo immaginato.
Maria Clotilde Spallarossa
per approfondire:
Higgins, E. T. (1987). Self-discrepancy: A theory relating self and affect. Psychological Review.
Rogers, C. R. (1961). On becoming a person: A therapist’s view of psychotherapy. Houghton Mifflin.
Tajfel, H. (1981). Human groups and social categories: Studies in social psychology. Cambridge University Press.
