Seconda e ultima parte
Uno scandalo
Ero piccolo ma l’aria che tirava già la respiravo grazie alla presenza di un fratello maggiore. Immagino che molti, i più giovani soprattutto, non comprendano appieno cosa abbia significato per la società italiana di quel tempo prendere atto, in un colpo solo, tra l’altro sferrato da giovani della borghesia milanese, che le donne erano dotate di una sessualità. Non solo ma addirittura desideravano viverla senza i condizionamenti e le falsità imposte da uno schema culturale soffocante. La famiglia aveva le sue regole e per certe cose posto non c’era. Stavano attaccando l’idea stessa di famiglia…Stavano sovvertendo l’ordine morale.
E il luogo dove stava accadendo non era marginale. Il cuore della Milano colta, nel liceo simbolo della classe dirigente. È anche per questo che lo scandalo diventa nazionale. Non è “devianza”, questa sì rintuzza sempre, è un segnale di trasformazione interna alla società difficile da contrastare e gli anni successivi ne saranno una prova tangibile.
Il processo. E la morale va in tribunale
Il caso finisce in Tribunale accompagnato da accuse legate alla pubblicazione ritenuta oscena e corruttrice. La storia giudiziaria, però, finisce con l’assoluzione dei ragazzi (“il fatto non sussiste” in una delle ricostruzioni più citate) e con una coda procedurale che consolida l’esito favorevole.
I ragazzi erano: Marco De Poli, direttore del giornale studentesco, Claudia Beltramo Ceppi co-autrice dell’inchiesta e Marco Sassano altro co-autore dell’inchiesta. Tranquilli. I tre ragazzi del Parini non diventarono rivoluzionari di professione. Ma, per un momento, costrinsero l’Italia a guardarsi allo specchio.
Al di là dell’esito, il messaggio pubblico è chiarissimo. Il processo non giudica solo un articolo, giudica una generazione intera. E la reazione della società, manifestazioni, prese di posizione, scontri culturali dimostra che l’Italia stava già entrando, senza saperlo, nell’anticamera del ’68.
La “lezione” del mitico Parini. Libertà di parola, scuola, società
Il caso “La Zanzara” è spesso ricordato e citato come un laboratorio. La scuola non è solo luogo di istruzione, ma anche spazio pubblico in miniatura, dove i conflitti culturali esplodono prima che nella politica. Purtroppo questa considerazione è stata spesso utilizzata in modo strumentale e ideologico, sfiorando e superando anche il confine critico dell’antidemocraticità.
Tre punti però cari lettori, allora come oggi, restano assolutamente centrali.
La libertà di espressione non è mai astratta. Quando a parlare sono i giovani, la società tende a reagire con due atteggiamenti. Paternalismo (“non capiscono”) o allarme morale (“corrompono”). Nel 1966 la risposta fu giudiziaria. Oggi, più spesso, è mediatica o social: delegittimazione, gogna, polarizzazione. Quale sia peggio non so proprio. Allora l’avversario aveva un volto, oggi si nasconde dietro un monitor e una tastiera. Oggi i ragazzi si suicidano, allora no!
Il controllo del linguaggio è controllo del futuro La domanda “cosa è dicibile” non riguarda solo il pudore, riguarda il potere. Badate bene, chi definisce ciò che è “osceno”, “sbagliato”, “pericoloso”, definisce anche ciò che una generazione può immaginare per sé.
La scuola come frontiera culturale. Il Parini mostra che la scuola è il primo luogo dove si scontrano norme e cambiamento. E quando il cambiamento è represso, spesso ritorna più forte.
Dal 1966 a oggi. Lo stesso conflitto, strumenti diversi
A sessant’anni di distanza, il conflitto non è sparito: è cambiato scenario. nel 1966 il tabù era la sessualità detta ad alta voce. Oggi i tabù ruotano attorno a identità, consenso, pornografia digitale, ipersessualizzazione, educazione affettiva, e al confine tra libertà e tutela.
La differenza decisiva è che oggi il “tribunale” spesso non è un’aula di giustizia. È l’ecosistema mediatico, dove una frase può diventare uno stigma permanente. Per questo il caso “La Zanzara” torna utile, ricorda che una società matura non ha paura delle domande, ma delle risposte facili. La società deve avere paura di chi cerca di imporre la propria visione con l’esclusione di chi la pensa diversamente, con la violenza fisica e verbale, di chi denigra l’avversario e di chi, soprattutto trasforma l’avversario in nemico da abbattere in qualsiasi modo, magari anche a martellate.
Il punto politico-sociale
Una comunità che tratta le domande dei giovani come “fastidio” finisce per produrre adulti che non chiedono più nulla — e allora sì che arriva il declino: non per eccesso di libertà, ma per assenza di coraggio.
“La Zanzara” non fu una provocazione fine a sé stessa: fu un segnale. E i segnali, quando vengono ignorati, diventano fratture pericolose.
Purtroppo ora siamo in un momento in cui i giovani non domandano, urlano senza ascoltare. Non provocano ma trasgrediscono spesso senza una vera ragione, senza consapevolezza. E le loro colpe sono sempre le colpe di altri.
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Giulio Valerio Santini

