Non ne posso più, non ne posso più delle mistificazioni e delle bugie. Assisto quotidianamente, ma con orrore, alla riscrittura della storia e delle sue appendici. Apprendo di un Pinocchio improvvisamente intagliato in un legno nero, di una Cenerentola che per magia, mentre attende la zucca, indossa il velo a coprire una bella chioma che potrebbe turbare i maschi della favola. Sono solo esempi, tragici, di come abbiamo ormai perso il senso della nostra storia.
C’è forse qualcosa di peggio. Leggete.
Venticinque anni dopo, negli Stati Uniti si discute perfino delle parole con cui insegnare l’attentato. Combattere l’odio contro i musulmani è doveroso, ma trasformare la storia per renderla meno scomoda è un’altra cosa.
Ci sono voluti venticinque anni. Non per dimenticare l’11 settembre 2001, perché dimenticare quelle immagini è praticamente impossibile — io c’ero e le ho viste per giorni in TV — ma per cominciare a renderlo più innocuo, più neutro, più presentabile. Edulcorato, quasi sterilizzato.
Il processo innescato è molto più sottile della cancellazione. Nessuno sostiene che le Torri Gemelle non siano crollate, che quattro aerei non siano stati dirottati o che non siano state uccise 2.977 persone. Si interviene invece sul linguaggio, sul contesto e soprattutto sul baricentro del racconto. Anche in Italia qualcuno ha già imparato bene.
Così, in alcuni programmi e materiali educativi americani, accanto alla ricostruzione dell’attentato assumono un peso crescente l’islamofobia successiva all’11 settembre, le discriminazioni subite dai musulmani, Guantanamo, Abu Ghraib, le guerre americane e gli errori della cosiddetta War on Terror. Insomma si instilla una sorta di giustificazione, un pavimento di comprensione.
Argomenti che meritano di essere studiati, certamente, ma dopo avere raccontato senza anestesia che cosa accadde l’11 settembre e chi lo fece.
Quella mattina diciannove uomini appartenenti ad al-Qaeda non furono protagonisti di una tragica incomprensione culturale e non furono semplicemente dei “dirottatori”. Furono terroristi che sequestrarono quattro aerei civili trasformandoli deliberatamente in armi gigantesche per uccidere il maggior numero possibile di persone e colpire alcuni dei simboli più importanti degli Stati Uniti.
Chiamarli terroristi non è islamofobia. È italiano. Ed è storia.
Quando cambiare le parole significa cambiare i fatti
Le società non cominciano a dimenticare quando bruciano i libri, ma molto prima, quando scelgono accuratamente le parole con cui quei libri devono essere scritti. Ricordate le liste di proscrizione di pontificia memoria?
È questo l’aspetto inquietante della discussione americana sull’insegnamento dell’11 settembre. Nel tentativo, in sé sacrosanto, di evitare che uno studente musulmano sia identificato con al-Qaeda, si rischia di compiere l’operazione opposta e insensata: separare progressivamente al-Qaeda dal contesto religioso e ideologico all’interno del quale costruì la propria propaganda. Il suo terreno di coltura.
E qui l’Occidente, anche la parte italiana, deve smettere di avere paura delle parole.
Al-Qaeda era un’organizzazione terroristica jihadista, Osama bin Laden costruiva la propria propaganda utilizzando argomenti religiosi e gli attentatori dell’11 settembre si consideravano combattenti di una guerra religiosa. Lo Stato Islamico, anni dopo, avrebbe fatto altrettanto, arrivando persino a proclamare un califfato.
Affermarlo non significa sostenere che ogni musulmano sia terrorista, esattamente come raccontare le guerre di religione cristiane non significa considerare assassino ogni cristiano. Significa riconoscere che il terrorismo jihadista non è precipitato sulla Terra da Marte e che non sono quattro amici al bar.
Ha una storia, un’ideologia, testi ai quali i suoi teorici fanno riferimento, predicatori, interpretazioni religiose, una visione del rapporto tra credente e infedele e un progetto politico che pretende di trovare nell’Islam la propria legittimazione. E un pubblico vastissimo di affezionati.
Possiamo discutere per secoli se questa rappresenti la “vera” interpretazione dell’Islam, ma non possiamo fingere che questo rapporto non esista soltanto perché pronunciarlo potrebbe risultare sgradevole.
La favola consolatoria dell’Islam che “non c’entra nulla”
Dopo ogni attentato jihadista l’Occidente ripete quasi automaticamente una formula rassicurante: “Questo non ha nulla a che vedere con l’Islam”. Teoria abilmente propinata anche da molti media italiani. Altrimenti si ricorre alla pazzia. Ma i terroristi sono tutti pazzi?
La preoccupazione di non scaricare la responsabilità di un terrorista su milioni di persone innocenti è comprensibile. Quando però questa prudenza diventa spiegazione storica, qualcosa non torna.
Non esiste un unico Islam vissuto allo stesso modo da quasi due miliardi di persone. Esistono tradizioni, scuole giuridiche, culture e interpretazioni profondamente differenti e la maggioranza dei musulmani non appartiene ad organizzazioni terroristiche. Molti però le giustificano o si girano a guardare altrove.
Rimane allora una domanda che non possiamo censurare: perché organizzazioni jihadiste nate in Paesi, epoche e contesti differenti hanno ripetutamente utilizzato categorie e riferimenti religiosi islamici per giustificare violenza, martirio, guerra contro gli infedeli e costruzione di uno Stato governato dalla legge religiosa?
La risposta seria non può essere “pura coincidenza”. E porre la domanda non può essere considerato automaticamente una manifestazione di odio.
Anche l’espressione “Islam moderato” merita qualche domanda
L’Occidente ha costruito un’altra formula rassicurante: da una parte l’Islam radicale, dall’altra quello moderato. Il primo sarebbe il problema, mentre il secondo sarebbe automaticamente compatibile con le nostre società. Magari fosse così semplice.
La questione riguarda invece i principi sui quali una società libera non può negoziare. Un musulmano può abbandonare liberamente la propria religione? Una donna deve possedere gli stessi diritti di un uomo? Una religione può essere criticata, satireggiata o persino offesa senza che qualcuno debba temere per la propria vita? La legge dello Stato viene prima del precetto religioso? Credente e non credente possiedono la stessa dignità giuridica?
È su queste domande che si misura la compatibilità di qualsiasi concezione religiosa con una democrazia liberale. Se domani un cristiano pretendesse di imporre attraverso la legge civile un precetto della propria religione a chi non crede, il problema sarebbe esattamente lo stesso.
La libertà religiosa significa poter credere. Non significa poter imporre agli altri ciò in cui si crede.
Ma attualmente il problema è l’Islam.
Il nuovo peccato occidentale. Offendere qualcuno
Siamo arrivati al punto paradossale in cui una parte della cultura occidentale sembra temere più la possibilità di offendere una sensibilità che quella di perdere la capacità di descrivere la realtà.
Non discriminare i musulmani è un obbligo civile. Non criticare l’Islam non lo è. Un musulmano possiede diritti che devono essere difesi senza esitazioni; una religione non possiede invece il diritto di essere sottratta alla critica, alla ricerca storica o persino alla contestazione più aspra.
Abbiamo impiegato secoli per conquistare questa libertà nei confronti del cristianesimo. Sarebbe curioso rinunciarvi quando parliamo di un’altra religione per paura che qualcuno possa considerarci intolleranti.
Questa non è tolleranza. È autocensura travestita da virtù.
Le 2.977 vittime non devono diventare un dettaglio imbarazzante
L’11 settembre morirono cristiani, ebrei, musulmani, atei, americani e cittadini di molti altri Paesi. Fu un attentato terroristico compiuto da al-Qaeda contro esseri umani considerati sacrificabili in nome di un progetto ideologico e religioso.
Dopo vennero gli errori americani, Guantanamo, Abu Ghraib, le guerre, le polemiche sulle libertà civili e gli episodi vergognosi di discriminazione contro persone musulmane che non avevano alcuna responsabilità per quanto era accaduto. Raccontiamoli tutti.
Ma quella parola, “dopo”, conta, perché invertire l’ordine morale della storia significa rischiare di trasformare lentamente gli assassini nello sfondo e la reazione agli assassini nel centro della vicenda.
La storia non è un centro benessere
La storia non esiste per farci stare bene e non deve essere rassicurante o rispettosa della sensibilità contemporanea. Deve tentare di essere vera, anche quando ferisce l’orgoglio dei cristiani, degli europei, degli americani, dei comunisti, dei fascisti, dei colonialisti, degli occidentali o dei musulmani. Pazienza.
Una civiltà adulta non modifica il passato per rendere più confortevole il presente. Per questo, se nelle scuole americane si cominciasse a preferire “dirottatori” a “terroristi”, a separare l’11 settembre dal jihadismo che lo generò o a dedicare più attenzione alla paura dell’islamofobia che all’ideologia degli uomini che massacrarono quasi tremila persone, non sarebbe progresso ma una sconfitta culturale.
Ai ragazzi dovremmo insegnare qualcosa di più difficile e molto più importante. Si può rispettare un musulmano e criticare l’Islam, combattere l’islamofobia e studiare il jihadismo, difendere le minoranze senza falsificare la storia.
L’11 settembre non ha bisogno del nostro permesso per essere ciò che è stato
Fra altri venticinque anni saranno sempre meno coloro che ricorderanno dove si trovavano quando il primo aereo colpì la Torre Nord e quando il secondo impatto cancellò ogni possibile illusione che si trattasse di un incidente. Rimarranno libri, documentari, archivi e insegnanti.
Ed è allora che una parola farà tutta la differenza. Dirottatori? No. Terroristi assassini.
Diciannove terroristi di al-Qaeda sequestrarono quattro aerei civili e il loro attacco provocò la morte di 2.977 persone. Da lì deve cominciare ogni lezione sull’11 settembre. Dopo possiamo discutere di tutto, comprese le colpe dell’America e le discriminazioni subite dai musulmani.
Ma prima dobbiamo avere il coraggio di pronunciare una parola diventata sorprendentemente rivoluzionaria.
Verità!
Giulio Valerio Santini
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