Una bambina di sei anni, cinque bambini che la circondano e la prendono a calci. Succede in un parco pubblico di Bologna, in pieno pomeriggio. Gli aggressori avrebbero un’età compresa tra i sei e i dieci anni e, secondo la testimonianza della madre della vittima, sarebbero di origine nordafricana.
Già questo basterebbe per rendere inquietante la vicenda. Ma nelle ultime ore è intervenuta Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che non soltanto ha definito l’episodio «allarmante e inaudito», ma ha posto pubblicamente una questione molto delicata: capire se la dinamica dell’accerchiamento possa avere qualche relazione con il cosiddetto taharrush gamea, una forma di aggressione collettiva contro donne e ragazze documentata in alcuni Paesi arabi.
È un’ipotesi, non una conclusione. Ed è proprio questa distinzione che consente di affrontare seriamente la questione senza nascondere nulla e senza attribuire ai cinque bambini motivazioni che, al momento, non sono state accertate.
L’aggressione nel parco di San Donnino
L’episodio è avvenuto giovedì 4 settembre, intorno alle 17, nel parco di San Donnino, nel quartiere San Donato di Bologna. Secondo il racconto della madre, la bambina stava passeggiando con lei quando cinque bambini si sarebbero avvicinati e, approfittando di un momento di distrazione della donna, l’avrebbero circondata e colpita ripetutamente con calci, soprattutto alle gambe.
Quando la madre si è resa conto di ciò che stava accadendo, la figlia era già a terra. I cinque bambini si sono poi allontanati. La piccola è stata accompagnata al Policlinico Sant’Orsola, dove è stata visitata senza necessità di ricovero. La polizia sta cercando di identificare i bambini e di ricostruire la dinamica dell’accaduto, anche attraverso eventuali immagini delle telecamere presenti nella zona.
La ricostruzione è stata riportata dalla stampa locale, in particolare da Il Resto del Carlino. L’origine nordafricana dei bambini non è una nostra deduzione: è quanto riferito dalla madre della vittima e deve essere considerato, fino alla conclusione degli accertamenti, esattamente per quello che è: una testimonianza.
La Garante introduce una domanda: taharrush gamea?
È l’intervento dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza a spostare la vicenda oltre la semplice cronaca. Marina Terragni ha chiesto che vengano chiarite le motivazioni dell’aggressione e ha sottolineato un particolare: secondo quanto riferito dalla madre, non vi sarebbe stato alcuno scambio precedente tra la bambina e i cinque ragazzini. Da qui una domanda particolarmente delicata.
La Garante osserva che, qualora la ricostruzione fosse confermata, «si potrebbe pensare a una forma embrionale di taharrush gamea», pur aggiungendo immediatamente che potrebbe essersi trattato anche di un’aggressione spontanea.
La precisazione è decisiva. Nessuno può sostenere oggi che a Bologna si sia verificato un episodio di taharrush gamea. Ma nessuno può neppure accusare chi pone la questione di essersi inventato il collegamento: a formularlo pubblicamente è stata l’Autorità nazionale preposta alla tutela dell’infanzia.
Che cos’è il taharrush gamea
L’espressione araba taharrush gamea viene generalmente utilizzata per indicare forme di molestia o aggressione sessuale collettiva compiute da gruppi di uomini contro una donna, spesso attraverso una dinamica di accerchiamento.
Il fenomeno è stato documentato soprattutto in Egitto. Human Rights Watch, occupandosi delle aggressioni contro le donne avvenute nell’area di piazza Tahrir al Cairo, ha descritto episodi nei quali gruppi di uomini circondavano le vittime, le separavano da eventuali accompagnatori e le sottoponevano ad aggressioni e violenze sessuali.
Non stiamo quindi parlando di una parola inventata per alimentare una polemica sull’immigrazione, ma di un fenomeno studiato e documentato da organizzazioni internazionali.
Questo, naturalmente, non dimostra che i cinque bambini di Bologna stessero riproducendo quel modello. È precisamente ciò che dovrà essere verificato. La differenza tra porre una domanda e pronunciare una sentenza dovrebbe essere evidente.
Perché l’età dei bambini rende tutto ancora più inquietante
C’è poi un elemento che rischia di passare in secondo piano: l’età. Parliamo di bambini tra i sei e i dieci anni. Se la ricostruzione sarà confermata, non avremmo davanti il classico litigio fra bambini degenerato in qualche spinta o calcio. La dinamica descritta dalla madre sarebbe quella di cinque maschi che circondano una bambina sola e la colpiscono mentre si trova a terra.
La loro età li rende penalmente non imputabili, ma socialmente rende il caso persino più importante. Perché un bambino di quell’età apprende continuamente modelli di comportamento: dalla famiglia, dagli amici, dalla scuola, dai social, dalla comunità nella quale cresce. La domanda allora diventa inevitabile: da dove arriva un comportamento del genere?
L’origine nordafricana non è una colpa, ma nemmeno un’informazione da censurare
Su questo punto occorre evitare due errori opposti. Il primo sarebbe trasformare l’origine nordafricana dei cinque bambini nella prova che l’immigrazione produce violenza. Sarebbe una generalizzazione priva di qualsiasi fondamento: milioni di persone di origine straniera vivono in Europa rispettandone perfettamente leggi, valori e regole di convivenza.
Il secondo errore sarebbe però decidere che l’origine culturale dei protagonisti non possa essere neppure menzionata perché politicamente scomoda. La realtà non diventa meno reale eliminando le informazioni che disturbano le nostre convinzioni.
Se l’origine culturale dei bambini non ha avuto alcun rapporto con l’aggressione, gli accertamenti potranno dimostrarlo. Se invece dovesse emergere che dietro quel comportamento esiste una concezione del rapporto tra maschi e femmine appresa nell’ambiente familiare o sociale, ignorarlo sarebbe altrettanto irresponsabile.
Non è razzismo verificare. È esattamente il contrario del pregiudizio: significa cercare i fatti prima di formulare il giudizio.
L’integrazione non può fermarsi al permesso di soggiorno
Da decenni discutiamo di immigrazione quasi esclusivamente attraverso i numeri: quanti entrano, quanti lavorano, quanti devono essere accolti, quanti devono essere rimpatriati. Molto meno abbiamo discusso di ciò che accade dopo. Una società che accoglie persone provenienti da culture differenti non può limitarsi a fornire documenti, scuola, sanità e servizi. Deve anche essere capace di trasmettere alcuni principi sui quali non può esistere trattativa.
Uno di questi è l’uguaglianza tra uomini e donne. Una donna non vale meno di un uomo. Una ragazza non vale meno di un ragazzo. E una bambina di sei anni non può essere considerata un bersaglio sul quale un gruppo di maschi possa esercitare la propria forza.
Questo non significa chiedere a chi arriva in Italia di cancellare la propria religione, cultura o identità. Significa qualcosa di molto più semplice: chi vive in una società libera ne accetta le regole fondamentali di convivenza.
E questo lavoro deve iniziare dall’infanzia.
Bisogna identificare i bambini e parlare con le famiglie
È quindi importante che le forze dell’ordine riescano a identificare i cinque bambini, anche se non sono penalmente imputabili. Non per trasformarli in piccoli criminali, ma per comprendere ciò che è accaduto. Chi sono? Da quali famiglie provengono? Frequentano regolarmente la scuola? Hanno già manifestato comportamenti aggressivi? Perché avrebbero deciso di accerchiare una bambina sconosciuta? Esiste dietro quell’azione un modello appreso oppure si è trattato di una dinamica occasionale di gruppo?
Sono domande che riguardano prima di tutto famiglie, scuola e servizi sociali. La stessa Terragni ha auspicato che si possa risalire ai genitori e, se necessario, intervenire con percorsi educativi fondati sul rispetto delle donne.
Non chiamiamola una ragazzata
La tentazione più facile sarebbe chiudere la questione con quattro parole: sono soltanto dei bambini. È proprio perché sono bambini che dovremmo preoccuparci. Un bambino di sei anni ha davanti a sé un’intera educazione da costruire. Intervenire adesso significa avere la possibilità di correggere comportamenti e modelli prima che diventino convinzioni consolidate nell’adolescente e, successivamente, nell’adulto.
Non sappiamo ancora se dietro l’aggressione di Bologna vi sia una componente culturale. Non sappiamo se il richiamo al taharrush gamea avanzato dalla Garante troverà qualche riscontro. E non sappiamo ancora quale sia stata la motivazione dei cinque bambini.
Sappiamo però che una bambina di sei anni sarebbe stata circondata e presa a calci da cinque coetanei.
È abbastanza per pretendere risposte. Senza trasformare cinque bambini in rappresentanti di un’intera comunità. Ma anche senza trasformare la paura di affrontare un problema in un obbligo al silenzio. Perché l’integrazione funziona soltanto quando siamo capaci di guardare anche ciò che non vorremmo vedere.
E cinque contro una, qualunque sia la loro origine, non è una ragazzata.
La gente non ne può più di buonismo a basso costo personale, di giustificazionismo peloso, di cooperative che lucrano sull’immigrazione, di rinnegazione delle radici europee per conquistare voti, di reddito garantito a stranieri che vivono altrove. La gente è stanca, il primo segnale forte è arrivato da un Land della Germania, la Sassonia, dove un partito di estrema destra ha stravinto alle elezioni. Non crediate, l’avanzamento della destra estrema non si fermerà qui. Ma forse non è troppo tardi.
Giulio Valerio Santini
FONTI
Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza — 7 settembre 2026“Bambina aggredita a Bologna, Terragni: fare chiarezza sulle motivazioni”. È la fonte primaria per le dichiarazioni della Garante e per il riferimento al taharrush gamea.
Il Resto del Carlino — Cronaca di Bologna Ricostruzione dell’aggressione nel parco di San Donnino, testimonianza della madre, età e descrizione dei bambini e intervento delle forze dell’ordine.
Human Rights Watch Documentazione sulle aggressioni sessuali collettive contro donne in Egitto e, in particolare, nell’area di piazza Tahrir al Cairo.
AgenSIR — 7 settembre 2026 Resoconto dell’intervento dell’Autorità garante Marina Terragni sul caso di Bologna.
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