Alla vigilia della finale mondiale, si era tutti consapevoli che, in un modo o nell’altro, il mondo del calcio nei prossimi cinque anni, avrebbe parlato spagnolo. Bisognava solo capire se con la cadenza perentoria della madrepatria o se con quella più rilassata della colonia sudamericana che ha dato i natali all’uomo che è stato e sarà per sempre l’essenza stessa di questo sport. Tango o Flamenco? Mate o Sangria? Asado o Paella?
Spagna campione del mondo. Messi precipitato dal sogno della definitiva consacrazione con ascesa nell’Olimpo pallonaro e annessa damnatio memoria del Dio del calcio, che sarebbe stato cancellato dal cuore di milioni di tifosi argentini. Che, invece, insieme ai napoletani e a quelli che ne hanno conosciuto le gesta direttamente o perché tramandate di padre in figlio continuano a canticchiare l’adagio “Maradona è meglio e Pelè… ma pure e Messì”.
E proprio la vittoria della Spagna, formazione di prima fascia non certo accreditata della vittoria alla vigilia, ha rappresentato per quelli che come me continuano ad amare il calcio pane e salame di mondonichiana memoria l’unica good news della rassegna.
Una vittoria sportiva dentro un evento che dello sport sembrava poterne fare tranquillamente a meno.
Questo mondiale sarà ricordato come il primo a 48 squadre e 104 partite, ma soprattutto come il torneo che ha reso definitiva una trasformazione in corso da anni: il calcio non è più lo sport popolare per eccellenza. È ancora il gioco più seguito del pianeta, certo, ma “popolare” non significa semplicemente capace di raccogliere miliardi di spettatori. Significa accessibile, riconoscibile, appartenente a tutti. Significa uno stadio nel quale possano incontrarsi classi sociali diverse, un rito collettivo che non chieda un reddito da privilegiati per essere vissuto dal vivo.
In Nord America quel patto è stato spezzato senza neppure fingere il contrario. La FIFA ha introdotto per la prima volta il prezzo dinamico: i biglietti della fase a gruppi partivano da cifre già elevatissime, mentre alla vigilia della finale la rivendita media aveva superato gli 11 mila dollari e alcuni posti sulla piattaforma ufficiale erano arrivati a circa 32 mila. Gli stadi, nondimeno, sono rimasti pieni. Ma proprio questo è il punto: il successo commerciale non smentisce l’esclusione, la certifica. Dimostra che il mercato può sostituire il popolo con una platea più ricca senza lasciare seggiolini vuoti. Uno stadio esaurito può essere socialmente deserto. Quello annunciato come il Mondiale più inclusivo della storia è diventato, secondo la definizione di Football Supporters Europe, un torneo per “pochi fortunati”.
La mutazione non riguarda soltanto il prezzo d’ingresso. Riguarda la natura stessa dell’evento. La finale ha avuto il suo primo halftime show, con una parata di star globali, mentre le pause e i tempi del gioco sono stati progressivamente adattati alle esigenze della televisione e degli inserzionisti. È la grammatica del Super Bowl applicata al calcio: dilatare, interrompere, confezionare, moltiplicare le occasioni commerciali. Non basta più che accada una partita; intorno alla partita deve esistere un contenitore capace di produrre immagini, sponsor, contenuti e ricavi in ogni minuto disponibile.
È qui che lo sport diventa spettacolo e lo spettacolo finisce per divorare lo sport. Il calcio possedeva una forza quasi sovversiva proprio perché era semplice: un pallone, due porte, un tempo che scorreva senza obbedire completamente alla pubblicità. La partita conservava una propria autonomia e perfino una propria lentezza. Nel Mondiale americano, invece, il gioco è sembrato talvolta l’intervallo tra due segmenti di intrattenimento. Il calciatore è un performer, il tifoso un cliente, lo stadio uno studio televisivo, il torneo un inventario di spazi da vendere.
Il paradosso storico è formidabile. Il football moderno fu codificato dagli inglesi e si diffuse nel mondo seguendo porti, ferrovie, fabbriche e rotte dell’Impero. A trasformarlo fino quasi a renderlo irriconoscibile è ora la più potente delle nazioni nate dalla matrice britannica. Gli inglesi gli diedero le regole; gli americani gli hanno imposto la scaletta. Naturalmente non è un atto d’accusa contro un popolo, ma contro un modello economico e culturale che la FIFA ha accolto con entusiasmo: l’idea che ogni rito collettivo debba diventare una piattaforma commerciale, ogni passione un mercato, ogni minuto di attenzione una merce. La distruzione non consiste nell’abolire il calcio, ma nel conservarne il nome dopo averne cambiato la funzione.
Poi c’è la politica, mai così sfacciata. Donald Trump non si è limitato al ruolo istituzionale del presidente del principale Paese ospitante. Dopo l’espulsione dello statunitense Folarin Balogun contro la Bosnia-Erzegovina, ha telefonato a Gianni Infantino chiedendo alla FIFA di riesaminare il cartellino rosso; la squalifica automatica è stata poi revocata, suscitando la protesta del Belgio e dell’UEFA. Non occorre dimostrare un ordine diretto per cogliere la gravità dell’episodio: il solo fatto che un capo di Stato possa vantarsi di avere sollecitato la revisione di una decisione disciplinare incrina l’autonomia della competizione. Nella cerimonia conclusiva Trump è rimasto accanto ai giocatori anche durante il sollevamento della Coppa, quasi che la vittoria spagnola dovesse includere obbligatoriamente la sua immagine.
Di questa tendenza ne parla da qualche anno anche il giornalista Alessio Postiglione autore del libro“Calcio & geopolitica. Come e perché i Paesi e le potenze usano il calcio per i loro interessi geopolitici, scritto insieme a Valerio Mancini e Narcís Pallarès-Domènech.
Il libro mostra come il pallone sia da tempo uno strumento di soft power, utile agli Stati per costruire reputazione, proiettare influenza e perseguire interessi strategici. Dal fascismo italiano alla giunta argentina, dal Qatar alle grandi proprietà statali dei club europei, il calcio non è mai stato davvero separato dalla politica. La novità di questo Mondiale non sta dunque nell’ingerenza in sé, ma nella sua ostentazione. È caduta la finzione della neutralità: la FIFA si comporta come un’istituzione para-diplomatica e il suo presidente come un interlocutore — quando non un cortigiano — dei potenti.
Eppure, proprio dentro questo gigantesco dispositivo commerciale e geopolitico, la vittoria della Spagna assume il valore di una catarsi. Non perché la Roja sia estranea all’industria del calcio, naturalmente, né perché il suo successo possa cancellare tutto il resto. Ma perché sul campo ha prevalso l’idea opposta a quella celebrata fuori dal campo. Mentre il Mondiale costruiva il culto della personalità — politica, musicale, sportiva — la Spagna ha vinto come squadra.
Ha avuto stelle come Rodri e Lamine Yamal, ma non è dipesa da un uomo solo. Ha dominato la finale nel possesso e nella produzione di occasioni, ha accettato la fatica di ricominciare l’azione, ha pressato e difeso attraverso distanze condivise. Il gol decisivo di Ferran Torres non è stato il miracolo isolato dell’eroe che salva gli altri: è stato l’esito di una superiorità costruita insieme. Anche il talento più luminoso, nel calcio spagnolo, acquista senso dentro una rete di relazioni. La palla non si possiede: si affida a un compagno.
Questa è la forza simbolica del trionfo. Nel Mondiale dell’individualismo, ha vinto l’interdipendenza. Nel torneo dei leader che occupano il palco, ha vinto una squadra in cui nessuno poteva occupare da solo il campo. Nell’evento che ha trasformato il tifoso in consumatore, il risultato è stato deciso dall’atto più antico e meno monetizzabile del calcio: un giocatore che si muove per liberare spazio a un altro.
La Spagna non ha salvato il calcio. Sarebbe una conclusione consolatoria e falsa. Ha però dimostrato che il calcio sopravvive ancora all’interno dello spettacolo che pretende di sostituirlo. Fuori dal rettangolo verde ha vinto il prodotto: costoso, dilatato, presidenziale, perfettamente vendibile. Dentro il rettangolo verde ha vinto il gioco: corale, paziente, irriducibile alla somma delle sue star.
È questa l’immagine da trattenere del Mondiale più americano della storia. La FIFA può vendere quasi tutto: i biglietti, le pause, il palco, l’attenzione e perfino la prossimità al potere. Non può ancora predeterminare il gesto decisivo. E alla fine, sotto gli occhi di Trump e di Infantino, la Coppa è andata alla squadra che meglio di tutte ha ricordato una verità elementare: il calcio comincia quando qualcuno passa il pallone a qualcun altro.

