I gravi fatti avvenuti a Torino in seguito alla chiusura del centro sociale Askatasuna impongono una riflessione seria e responsabile. Non solo per la violenza che ha sconvolto la città, ma per il clima politico e culturale che rischia di alimentarla, ancora.
É d’uopo non lasciare spazio all’ambiguità, sia nella ricostruzione degli eventi che negli sviluppi. Tantomeno possiamo ancora sopportare il clima di speculazione che sta accompagnando la deriva degli eventi. Da giornalisti sappiamo che per formare opinioni sane bisogna comprendere i fatti. Calati nella realtà.
Il centro sociale oggetto del provvedimento era occupato abusivamente. Questo dato non è un dettaglio secondario né una forzatura narrativa, ma un elemento di realtà che uno Stato di diritto non può ignorare. Le istituzioni hanno il dovere di far rispettare la legge, sempre, anche quando le scelte risultano impopolari o toccano esperienze che per alcuni hanno avuto un valore sociale o simbolico. Ogni amministratore della res pubblica, a tutti i livelli, ha il dovere di prendersi le proprie responsabilità.
Detto questo, nulla — davvero nulla — può giustificare ciò che è accaduto dopo. La manifestazione di protesta è degenerata in guerriglia urbana, con lanci di oggetti, devastazioni e soprattutto una violenta aggressione alle forze dell’ordine, culminata nel ferimento grave di un giovane agente. Scene che non appartengono alla tradizione democratica di questo Paese e che devono essere condannate senza se e senza ma. E che inficiano quel movimento culturale che sicuramente quel giorno voleva manifestare pacificamente e con decisione. La piazza che apparteneva a quelle persone è stata usurpata e la lettura degli eventi sta scatenando, su tutti i fronti, inquietanti letture di eventi che dovrebbero essere analizzati con criteri di logica, serietà e onestà intellettuale.
Chi, come me, crede nella democrazia e confida nei valori costituzionali, sa bene che la protesta è legittima solo se resta civile, pacifica e orientata al confronto. Quando si supera quel confine, quando la rabbia prende il posto delle idee, non siamo più nel terreno del dissenso ma in quello dello scontro distruttivo. E questo non si applica solo alla piazza fisica devastarla dai teppisti di Torino, ma anche alla piazza intesa come terreno di confronto di opinioni e di incrocio di pensiero, critica e di dibattito politico.
In questo contesto pesa l’esasperazione dei toni politici che attraversa il dibattito pubblico.
Nel corto circuito sono caduti autorevoli esponenti delle istituzioni, dei partiti, della magistratura. Il clima è opprimente. Non si parla alla popolazione spiegando le ragioni delle varie posizioni e informando, come imporrebbe un momento di democrazia per antonomasia, ovvero la chiamata referendaria, ma si urla e si litiga, ciascuno arroccato sulla propria posizione. Il popolo, attore del referendum, ne esce spettatore mentre le due parti incrociano le armi in una duello senza limiti. Da qualunque parte provengano — destra o sinistra, governo o opposizione, piazza o social — commenti urlati, semplificazioni violente e parole irresponsabili contribuiscono ad avvelenare il clima. E un clima avvelenato, prima o poi, produce disordini reali.
È proprio per questo che oggi serve un atto di maturità collettiva. Da qualsiasi parte venga l’opinione o il commento, dobbiamo tornare a perseguire critiche costruttive, a discutere nel merito delle decisioni politiche, a contestarle se necessario, ma senza mai delegittimare le istituzioni o trasformare l’avversario in un nemico.
La nostra storia ci insegna dove porta l’escalation verbale e politica: a un passato cupo, fatto di tensioni permanenti, scontri nelle piazze, violenza ideologica e ferite che il Paese ha impiegato decenni a rimarginare. È un passato pieno di insidie politiche che non possiamo permetterci di rievocare, nemmeno inconsapevolmente.
Difendere la democrazia oggi significa anche questo: abbassare i toni, rifiutare ogni giustificazione della violenza, rispettare le regole e pretendere che lo facciano tutti. Solo così il confronto politico, anche duro, può restare uno strumento di progresso e non diventare un fattore di regressione.

