La certezza della pena tra Beccaria e l’Italia di oggi. La Giustizia italiana
Mi sono laureato molti anni fa, ormai troppi. In Giurisprudenza, come dicono in molti in Legge. Mi sono abilitato alla professione forense ma non ho mai esercitato. Ho frequentato il Palazzo di Giustizia di Milano e uno studio di un famoso penalista giusto il tempo necessario per abilitarmi e poi prendere altre strade. Alcune mi hanno condotto molto vicine alla Giustizia ma da punti di osservazione diversi da quelli di un avvocato. Scelte anche estreme.
Sin da ragazzo consideravo sacra la Giustizia e degni di massimo rispetto i suoi rappresentanti terreni. Per me i magistrati, fossero inquirenti o giudicanti, erano semidei investiti di una missione divina. Il problema è che ora molti di loro lo pensano e se ne sono convinti. La sindrome del marchese del Grillo, che citando il Belli dice: “…io so io e voi ‘nu siete un c*zzo.
Poi ho incontrato la realtà e la sua triste rappresentazione. Ora non capisco più la Giustizia, eppure dovrei possedere tutti gli strumenti culturali e tecnici per comprenderla e valutarla nel contesto appropriato.
Invece assisto a una scena che purtroppo ormai si ripete con inquietante regolarità. Un reato grave è commesso. L’arresto, nei casi più fortunati, avviene. Seguono i titoli roboanti, le dichiarazioni ufficiali, le conferenze stampa. Poi, quasi senza rumore, una parola che scivola via come un rasoio marsigliese. Domiciliari. Misure alternative. Quasi sempre tempi lunghi, lunghissimi. E la sensazione che qualcosa non torni si diffonde.
Cari lettori no, non è una questione di pancia. Troppo facile liquidarla così. È una questione di credibilità dello Stato. Il mio Stato.
Arrestato non significa punito
Nel linguaggio comune “arresto” e “pena” finiscono spesso per coincidere. Ma nella realtà giuridica non è certo così, tutt’altro. La custodia cautelare non è una condanna. Le misure alternative non sono automaticamente un’assoluzione morale. Tutto corretto, tutto legittimo. Ci mancherebbe.
Il problema nasce fuori dalle aule di tribunale. Nasce nella percezione collettiva. Nella vostra mente che non comprende. Giustamente. E scusate la cacofonia.
Quando a un fatto gravissimo segue una risposta che appare debole, lenta o invisibile, il messaggio che passa non è tecnico. È di tipo culturale. E, sappiatelo, è devastante. La legge dunque esiste, ma non si sente. Questo è il messaggio.
Beccaria lo aveva capito prima di tutti
Nel 1764 Cesare Beccaria scrive Dei delitti e delle pene. Un testo che fonda il diritto penale moderno e che oggi, paradossalmente, sembra più attuale di molti dibattiti televisivi. Alcuni più animati da ideologie e ricerca del consenso più che da onestà intellettuale.
Beccaria è chiarissimo. Lo è sempre. Non è la durezza della pena a prevenire il crimine, ma la certezza che quella pena verrà applicata. Semplice, assoluto.
Pene arbitrarie, eccessive o incoerenti non rafforzano lo Stato. Lo indeboliscono. Perché un cittadino, e anche un criminale, deve poter prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Sapere che dalla teoria si passa sempre alla pratica. Sempre!
Se la risposta dello Stato è incerta, diluita, opaca, la funzione educativa della legge evapora, si dissolve. La conseguenza è sotto i vostri occhi.
La legge deve essere prevedibile
Montesquieu, parlando di Stato di diritto, insiste su un punto spesso dimenticato. La legge non deve sorprendere, deve orientare. Che sensibilità intellettuale. Ma dove è finita…
Un ordinamento è autorevole quando le regole sono chiare, le sanzioni sono proporzionate e, udite udite, l’esito non sembra casuale, fortunoso.
Quando invece ogni caso appare un’eccezione, ogni decisione un ginepraio, il cittadino smette di fidarsi. E chi delinque smette di temere, di vivere il crimine con l’ansia di dover pagare.
Filangieri, Bobbio e la credibilità dello Stato
Gaetano Filangieri, nella Scienza della legislazione, parla della legge come strumento di educazione civile. Non vendetta, non spettacolo. Educazione. Educazione? Dovrebbero invitarlo in Televisione, aprirgli subito una pagina Facebook, un profilo Instagram e metterlo su Tik-Tok.
Norberto Bobbio, molto più vicino a noi nel tempo, lega la forza di uno Stato alla coerenza del suo sistema normativo. Uno Stato non è giusto perché è indulgente e perdona, perdona. È giusto quando è affidabile. Quando sai che c’è, che non si nasconde per convenienze, che non baratta il diritto per annientare un avversario politico.
La certezza della pena non è autoritarismo. È fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni. E’ un patto che pure i criminali comprendono e forse, in cuor loro, condividono.
Il corto circuito contemporaneo
Oggi purtroppo il problema grosso non è solo cosa decide la magistratura. È come quella decisione è percepita fuori dalle aule di giustizia. Ops ormai la scrivo con la g minuscola.
Quando la vittima scompare dal racconto ed è annullata, quando ci si preoccupa solo per Caino e la presenza di Abele infastidisce e guasta il proscenio, il colpevole appare tornare rapidamente alla normalità. Quando lo Stato appare più preoccupato di giustificarsi che di spiegare, si crea un vuoto assoluto. E come sappiamo tutti il vuoto si riempie sempre, in questo caso di rabbia, sfiducia, cinismo.
Uno Stato che ormai non fa sentire il peso della legge ai colpevoli, inevitabilmente, diventa insopportabile solo per i cittadini onesti. Che non comprendono più. Non comprendono perché per loro tutto diventi così difficile, difendersi sembra ingiusto, riprovevole.
Non più durezza, ma serietà
Invocare la certezza della pena non significa chiedere pene più pesanti, feroci. Significa banalmente chiedere tempi certi, esiti comprensibili e coerenza tra reato e conseguenza. Semplice.
Beccaria non chiedeva il pugno duro, gogna e forca. Chiedeva uno Stato credibile, affidabile, severo con chi sbaglia.
Una domanda che resta
La legge italiana può anche funzionare. Forse. Ma se non si vede, se non si percepisce, se non si comprende, non educa. E se non educa, non protegge.
La vera domanda non è se puniamo abbastanza. È se lo Stato viene ancora preso sul serio.
Voi che dite?
Giulio Valerio Santini

