Quando si parla di antiriciclaggio, si pensa quasi sempre ai proventi di attività criminali che vengono immessi nell’economia legale. Ma esiste un fenomeno speculare, meno discusso e spesso più difficile da intercettare: il finanziamento del terrorismo.
Un ambito in cui i flussi possono essere piccoli, frazionati e apparentemente innocui, ma con effetti potenzialmente devastanti.
Ne parliamo con l’avvocato Matteo Remonato, esperto in compliance e diritto penale dell’economia.
Avvocato Remonato, qual è la differenza fondamentale tra riciclaggio e finanziamento del terrorismo?
“Il riciclaggio mira a far sembrare lecito un denaro che proviene da un reato.
Il finanziamento del terrorismo fa l’opposto: utilizza denaro lecito o illecito per uno scopo illecito, cioè supportare attività terroristiche.
In sintesi:
• nel riciclaggio → denaro sporco che diventa pulito
• nel finanziamento del terrorismo → denaro pulito che diventa sporco
E questo rende il fenomeno particolarmente insidioso, perché non sempre c’è un reato presupposto evidente”.
Avvocato Remonato, come viene definito giuridicamente?
“Il D.Lgs. 231/2007 e la normativa europea si allineano agli standard FATF-GAFI:
per finanziamento del terrorismo si intende qualsiasi attività volta a raccogliere, trasferire o mettere a disposizione fondi con la consapevolezza che saranno utilizzati, direttamente o indirettamente, per finalità terroristiche.
Non serve che l’atto terroristico sia effettivamente commesso.
Conta l’intento e la destinazione”.
Perché è così difficile da intercettare?
“Perché raramente si parla di grandi flussi. Il terrorismo si finanzia spesso con, micro-transazioni (anche 50-200 € ciascuna), donazioni o raccolte “solidali”, uso di money transfer informali, sfruttamento di associazioni, fondazioni o enti no-profit e anche trasferimenti fra conti di persone insospettabili
La forza sta nella normalità apparente.”
Avvocato, gli enti no profit sono davvero a rischio?
“Non come settore in sé, ma perché sono strumenti perfetti per mascherare la destinazione dei fondi. Le donazioni sono diffuse, spesso internazionali, e difficili da tracciare se non c’è una buona governance interna. Il punto non è sospettare delle associazioni: il punto è garantire trasparenza, tracciabilità e coerenza tra attività dichiarata e uscite finanziarie.”
Ci sono indicatori di anomalia tipici?
“Sì, e sono più comportamentali che numerici:
1. Fondi trasferiti verso Paesi a rischio senza chiara giustificazione economica.
2. Frazionamento artificioso di importi piccoli e ripetuti.
3. Donazioni che non corrispondono alla capacità economica del soggetto.
4. Cambio improvviso delle finalità o aree geografiche di cooperazione.
La domanda guida resta sempre. Questo comportamento è coerente con quello che il cliente dice di essere e fare?”
Avvocato Remonato, come si devono comportare i professionisti quando emergono elementi sospetti?
“Esattamente come per il riciclaggio: valutazione del rischio, astensione se il cliente non collabora e, nei casi fondati, segnalazione di operazione sospetta alla UIF.
La segnalazione non è una denuncia, ma un meccanismo di prevenzione. Il professionista non accusa, tutela.”
Avvocato, siamo al messaggio finale…
“Il finanziamento del terrorismo non si combatte solo con norme e controlli, ma con consapevolezza culturale. Non bisogna immaginare scenari cinematografici: spesso tutto inizia da un conto ordinario, un’associazione comune, un trasferimento anonimo. Vigilare non significa sospettare di tutti. Significa conoscere i propri clienti, i propri flussi e la logica economica delle operazioni.”
Grazie avvocato, sempre molto interessante.
Giulio Valerio Santini.
Prossimo episodio: Antiriciclaggio e privacy: come bilanciare obblighi legali e tutela dei dati.
https://uif.bancaditalia.it/adempimenti-operatori/portale-contrasto/index.html

