L’11 settembre è una data che ancora oggi rimbomba cupamente nel calendario delle ricorrenze. Chiunque abbia vissuto quel giorno ricorda dov’era, cosa stava facendo, lo choc nel vedere le Torri Gemelle, simbolo di un’America che pareva intoccabile, crollare insieme a tutte le nostre certezze. Furono quasi 3.000 le vittime dell’attacco: persone comuni, lavoratori, vigili del fuoco, passeggeri degli aerei dirottati. In gran parte civili, colpiti all’improvviso da una violenza incomprensibile.
A distanza di 24 anni, gli Stati Uniti – e il mondo intero – continuano a ricordare quelle vittime. Cerimonie silenziose, nomi letti uno a uno, fiori. Non solo memoria, ma anche impegno: mai più. Il National Memorial di Ground Zero non è solo un monumento, è un monito. E tutto ciò che ha seguito l’11 settembre 2001 ha avuto quel sapore. Dalle guerre per esportare la democrazia ai controlli negli aeroporti. C’è un prima e un dopo quella data.
Eppure, mentre ricordiamo quelle vite innocenti, stroncate dalla violenza del terrorismo, non possiamo ignorare ciò che accade oggi a Gaza. Eppure ci sono governi che lo ignorano. Deliberatamente.
Dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas, Israele ha lanciato una campagna militare devastante. Il bilancio – secondo fonti internazionali – supera i 60.000 morti, di cui oltre l’80% sono civili. Migliaia di bambini, donne, anziani. Anche qui, persone comuni. Anche qui, vite spezzate all’improvviso o consumate dalla fame, dalla mancanza di medicinali e beni essenziali che l’embargo del goverso israeliano sta causando.
Israele giustifica le sue azioni come “lotta al terrorismo”. Un’espressione che abbiamo imparato a conoscere anche dopo l’11 settembre. Ma quella formula, condivisibile in linea di principio, è diventata uno scudo dietro cui si nascondono bombardamenti indiscriminati, punizioni collettive, distruzione sistematica. Inaccettabile.
Si colpiscono obiettivi che raramente sono davvero “militari” e muoiono nell’indifferenza generale migliaia di innocenti. Ogni giorno, a Gaza, è un 11 settembre.
Ricordare le vittime degli attacchi alle Twin Tower è doveroso. Ma lo è altrettanto riconoscere il dolore degli innocenti che oggi cadono in nome della stessa “guerra al terrore”. Se la memoria ha un senso, è quello di insegnarci a non ripetere gli stessi errori. A non accettare più che la vita di un bambino sotto le macerie valga meno di un’altra, solo perché è nata nel posto sbagliato.
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