La pre-adolescenza
Benvenuti in quella che possiamo definire una terra di confine, la pre-adolescenza: il corpo cambia, si comincia a cercare l’identità, il bisogno di appartenenza si fa urgente. In questa fase delicata – tra 10 e 14 anni – l’attività sportiva può diventare un laboratorio di crescita straordinario. Si manifestano le prime attitudini personali che si intrecciano con i desideri dei genitori generando talvolta tensioni e scontri in famiglia.
Ogni ragazzo porta con sé una costellazione di inclinazioni: chi ha coordinazione fine e visione di gioco, chi resistenza e pazienza, chi velocità e istinto. La pre-adolescenza è il momento in cui queste qualità iniziano a delinearsi con maggiore chiarezza. Il nostro compito come genitori e allenatori non è anticipare il talento ma osservarlo mentre si forma e creare l’ambiente giusto per farlo esprimere.
Il patto educativo
Spesso, però, lo sport diventa proiezione dei sogni interrotti di un genitore e di aspettativa di successo sociale. In questi casi quando l’aspettativa supera l’ascolto, aumenta il rischio di alimentare ansia da prestazione precoce, oppure la motivazione intrinseca, che genera soddisfazione e piacere indipendentemente da ricompense o premi, si può spegnere come anche la passione.
Soprattutto la famiglia deve saper costruire un vero patto educativo; deve saper incoraggiare e non pretendere, saper guidare e non dirigere, saper offrire sostegno e non pressione.
L’approccio multisportivo
Nella pre-adolescenza la specializzazione precoce è un tema sensibile. Molti studi pedagogici suggeriscono che un’esposizione multisportiva favorisca di più la coordinazione, prevenzione degli infortuni e anche una relazione più sana con la competizione. “Prova, esplora, scopri la tua passione”. In questa fase della crescita la cosa importante non è quale sport scegliere bensì viverlo come spazio di scoperta e non di compensazione, come percorso e non come palcoscenico.
Il rugby
In questo scenario, il rugby offre una metafora potente. E’ un vero ecosistema in cui ogni corporatura e ogni carattere trovano spazio. Chi è robusto e chi è forte, chi è veloce e chi è rapido, chi è creativo e interpretativo, tutti hanno la possibilità di contribuire con le proprie caratteristiche anche chi è timido o chi è più impulsivo.
William Webb Ellis, colui al quale si attribuisce la nascita del rugby, raccontava: «Ha preso il pallone e ha corso con esso in mano». Un gesto semplice, che racchiude in sé coraggio, iniziativa personale e senso di responsabilità verso gli altri: valori centrali anche nello sport giovanile e nella crescita dei pre-adolescenti.
La meta
Nel rugby la meta è il risultato di una catena di decisioni e gesti correlati. Questa struttura di gioco evidenzia una verità educativa: il talento individuale cresce dentro una responsabilità collettiva.
Il rugby è uno sport di contatto e nella pre-adolescenza imparare a gestire il contatto significa anche confrontarsi con le proprie paure, con l’idea del limite, con la resilienza dopo una caduta. In un periodo storico che tende a iper-proteggere o, al contrario, a iper-performare, questo equilibrio è prezioso.
Il lascito dello sport
Nella pre-adolescenza lo sport dovrebbe essere governato da un’armonia tra figli, genitori ed educatori; il lascito più importante dello sport non dovrebbe essere una coppa in bacheca ma la memoria di uno spogliatoio condiviso, di una stretta di mano dopo una sconfitta, di un abbraccio collettivo dopo una meta; educare attraverso lo sport significa aiutare i pre-adolescenti a scoprire chi sono mentre imparano a giocare insieme.

