Creta, Catalogna, Turchia: la settimana scorsa, in pochi giorni, incendi alimentati da temperature infernali hanno devastato vaste aree boschive, costringendo alla fuga migliaia di persone e distruggendo ecosistemi preziosi. In Francia, invece, il caldo record ha causato blackout prolungati, mettendo a dura prova ospedali, trasporti e intere comunità.
Nel frattempo, in Texas, le forti piogge hanno provocato l’esondazione del fiume Guadalupe che, in meno di un’ora, si è alzato di sei metri e ha travolto tutto ciò che ha trovato lungo il suo percorso, compreso un campo scout: sono 27 le ragazzine uccise dalla piena, mentre il numero totale delle vittime potrebbe arrivare a cento. Ancora molte persone risultano disperse nella contea di Kerr. Infuriano le polemiche per il mancato allarme: i tagli decisi dall’amministrazione Trump avrebbero ridotto risorse e personale, incidendo sulle strategie di prevenzione e sulle comunicazioni. La Casa Bianca respinge le accuse, parlando di eventi climatici straordinari che accadono di rado.
Ferdinando Cotugno ha descritto sul quotidiano Domani l’alluvione in Texas come “l’ennesimo segnale della crisi che ignoriamo”. Non si parla più di fenomeni circoscritti, ma di una crisi strutturale, globale, che ormai è già in corso.
In questo anno di estrema siccità, l’Italia non è meno esposta e, tra lunedì e ieri, eventi climatici estremi — dalle bombe d’acqua ai picchi di 40 gradi — ci dicono che c’è poco da stare tranquilli. I dati ISPRA relativi al 2023 indicano che la disponibilità idrica nazionale è crollata del 18,4 % rispetto alla media storica (1951‑2023).
Le regioni meridionali e le isole — Sicilia, Sardegna, Puglia e Basilicata — affrontano deficit pluviometrici tra il 20 % e il 55 %, con la Sicilia che ha ricevuto il 25 % di pioggia in meno della media nel 2024.
Il Centro e il Sud, inoltre, registrano livelli di neve al suolo drammaticamente bassi, con un deficit del 34 % rispetto alla media recente.
In Italia assistiamo dunque a scenari estremi: siccità cronica che complica l’agricoltura, la gestione delle risorse idriche, l’approvvigionamento pubblico e la prevenzione degli incendi.
Se ci spostiamo oltreoceano, la politica americana complica ulteriormente la già fragile equazione globale. Il presidente Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi il 20 gennaio 2025, attraverso l’Executive Order 14162, e ha smantellato uffici chiave come la White House Office of Domestic Climate Policy e l’Environmental Justice Advisory Council.
In questo modo, l’ambiente è stato esplicitamente rimosso dalla centralità dell’agenda pubblica statunitense.
Su questo fronte, all’EPA circa 300 dipendenti — 139 dei quali sono poi stati posti in aspettativa — hanno contestato pubblicamente la direzione delle politiche ambientali, accusando il nuovo corso di indebolire la ricerca, la scienza e la tutela dell’ambiente.
E non va meglio in Paesi più poveri e sicuramente meno attrezzati degli USA. In Ecuador, ad esempio, sono stati sospesi la produzione e le esportazioni di petrolio perché le forti piogge, che stanno colpendo soprattutto la regione amazzonica, hanno bloccato il principale oleodotto del Paese.
Insieme al pianeta, collassa dunque anche l’economia.
Ormai il dato è chiaro: le politiche climatiche globali rischiano di rimanere senza un attore politico forte, mentre i fenomeni estremi avanzano.
Il quadro, in Europa e in Nord America come da noi, è lo stesso: incendi, alluvioni, blackout, siccità e distruzione. Non si tratta di anomalie occasionali, ma di segnali inequivocabili di una crisi che è già entrata in moto, con tutte le conseguenze che comporta.
Cosa fare, allora? Non bastano più gli allarmi generici o le dichiarazioni di principio. Serve un cambio profondo: politiche climatiche integrate, infrastrutture resilienti, scelte decisamente orientate alla mitigazione e all’adattamento.
Il rischio, altrimenti, è che la prossima crisi climatica sia simile a una pandemia senza vaccino né cura, ma con un conto salatissimo in termini di vite, ricchezza e stabilità sociale.
Fare rete. Perché nessuno è al sicuro.

