L’ultima indagine Ipsos sulle percezioni di genere tra i giovani italiani ha fatto rumore: una quota significativa di ragazzi della Generazione Z ritiene che le donne debbano “ubbidire” agli uomini. Un dato che stride con l’immaginario progressista spesso attribuito ai nativi digitali e che apre una domanda cruciale: perché, in un’epoca che offre libertà senza precedenti, alcuni giovani sembrano guardare indietro invece che avanti?
Dalla contestazione alla restaurazione: un cambio di paradigma
Negli anni Sessanta, il conflitto generazionale era quasi fisiologico. I giovani cresciuti nel dopoguerra si scontravano con un sistema familiare autoritario, una scuola rigida, un mondo del lavoro gerarchico. La ribellione era una risposta naturale a un ordine percepito come oppressivo. Da quel conflitto nacquero il Sessantotto, i movimenti studenteschi, le battaglie per i diritti civili e per l’emancipazione femminile.
Oggi lo scenario è capovolto. La famiglia è più dialogica, la scuola più inclusiva, la società più permissiva. Il giovane non si trova davanti un’autorità monolitica da abbattere, ma un mondo che gli concede molto e gli chiede poco. E quando l’autorità non è più un nemico, la ribellione cambia forma.
È qui che entra in gioco la chiave di lettura suggerita da uno dei protagonisti del movimento studentesco degli anni Sessanta: la reazione dei giovani di oggi non è la rivoluzione, ma la restaurazione.
La storia si ripete: dopo la rivoluzione, la restaurazione
Il parallelismo storico è affascinante. Dopo la Rivoluzione francese, che aveva abbattuto privilegi e gerarchie, arrivò la Restaurazione: il ritorno dei nobili, del clero, della religione, delle classi sociali. Non fu solo un fatto politico, ma un moto culturale profondo: la società, destabilizzata dall’eccesso di libertà, cercava un nuovo ordine.
Oggi, in un contesto dove “tutto è concesso”, alcuni giovani sembrano muoversi nella stessa direzione. Non trovano identità nella trasgressione, ma nella norma. Non nella liberazione, ma nel ritorno a ruoli definiti. È una contro‑ribellione che nasce dal vuoto, non dall’oppressione.
Perché accade? Alcune ipotesi
- Sovraccarico di libertà: quando ogni scelta è possibile, l’incertezza aumenta. Le gerarchie tradizionali offrono una scorciatoia rassicurante.
- Crisi dei modelli adulti: genitori e istituzioni più fragili generano il desiderio di un’autorità alternativa.
- Influenza digitale: algoritmi e comunità online amplificano narrazioni identitarie e polarizzate, spesso nostalgiche.
- Paura del futuro: precarietà economica e climatica spingono verso soluzioni semplici e strutture rigide.
Il dato Ipsos come sintomo, non come eccezione
L’idea che le donne debbano “ubbidire” agli uomini non è un ritorno al passato in senso letterale, ma un segnale di un bisogno di ordine che si esprime attraverso ruoli di genere tradizionali. È una forma di restaurazione simbolica: ristabilire un equilibrio percepito come perduto.
Non è un fenomeno universale, né maggioritario, ma è significativo perché rompe la narrazione lineare del progresso generazionale. E ci ricorda che la storia non procede sempre in avanti: a volte curva, ritorna, si ripiega.
Una lettura che apre nuove domande
L’interpretazione proposta dall’ex leader del movimento studentesco è provocatoria, ma utile: ci invita a guardare oltre il dato e a leggere il malessere culturale che lo genera. Se negli anni Sessanta la libertà era un obiettivo, oggi è un peso. E quando la libertà pesa, l’ordine seduce.
La sfida, per la società adulta, è capire come accompagnare i giovani senza lasciarli soli tra nostalgia e disorientamento.
