Siamo dentro lo studio ovale e con il Presidente John Fitzgerald Kennedy ci sono le massime autorità della Cia e i vertici militari degli Stati Uniti.
Tutti sono d’accordo e il Presidente autorizza l‘invasione della Baia dei Porci a Cuba!
Era il 17 aprile del 1961. Nel giro di poco più di 24 ore era chiaro che l’operazione stava fallendo.
Cos’è il groupthink (pensiero di gruppo)
Lo psicologo sociale americano Irving Janis ha raccontato questo evento nel suo libro Victims of Groupthink (1972) per parlare dei processi decisionali che avvengono nei gruppi.
Cosa era successo? Erano tutti d’accordo sull’invasione (o almeno dichiaratamente d’accordo per quanto ne sappiamo). Il gruppo era coeso e benché Kennedy si fosse insediato da poco tempo c’era un clima di lealtà rafforzato anche dalla presenza del fratello Robert. Il leader, Kennedy, carismatico. Insomma, si marciava tutti nella stessa direzione.
Infatti è proprio questo il problema: le decisioni condivise, accettate dal gruppo non sempre sono spesso le decisioni giuste.
Kennedy ammise l’errore: comprese che il metodo decisionale non andava bene e incoraggiò esplicitamente il dissenso incoraggiando i membri a criticare: nessuna opinione doveva essere censurata. Per questo si ritirava dalle riunioni uscendo dalla stanza durante alcune discussioni delicate: aveva capito che anche solo la sua presenza influenzava il gruppo e le decisioni.
Il Groupthink – in italiano pensiero di gruppo – ci insegna che l’unanimità non è sinonimo di correttezza: quante volte abbiamo preso decisioni perché il nostro gruppo era d’accordo senza analizzare i pro e i contro?
Groupthink: perché porta a decisioni sbagliate
Sembra contro-intuitivo, ma è proprio quanto tutti sono d’accordo che dovremmo fermarci. In un team di lavoro ad esempio dove sembra di arrivare ad una conclusione logica e inevitabile e quindi giusta. Non sempre il leader influisce ma, per vari motivi, si arriva a pensarla come lui.
Non sono le persone il problema, ma il metodo. Il punto cruciale è avere il coraggio di applicarlo.
Si, proprio avere il coraggio perché a tutti, soprattutto quando si guida un team, da fastidio non avere l’approvazione unanime perché si è convinti di aver avuto una buona idea. Cambiare un processo, un approccio, una politica commerciale alla quale si è lavorato molto e poi? Arriva qualcuno nel team che non è d’accordo: ammettiamolo, ci infastidisce. Ma è proprio li che si fa il salto di qualità.
Perché serve coraggio per rompere l’unanimità
Coraggio significa anche “agire con il cuore” : agire quindi nonostante la paura, in questo caso del giudizio. Secondo me questa è una grande dimostrazione di responsabilità e maturità oltre che di “adultità”: non ho paura del giudizio, perché non lo è di fatto ma è costruzione di qualcosa di più bello importante e solido.

Come evitare il groupthink nei gruppi di lavoro
Implementando, incoraggiando questo approccio e creando una sorta di “avvocato del diavolo” che non sarà impersonato da qualcuno in particolare, ma aleggerà sul tavolo creando, alimentando qualche dubbio.
Sì perché quando si discute, il tempo spesso è poco, la voglia di affrontare opinioni discordanti lo è ancora meno. In molti casi l’attenzione non è a buoni livelli – perché le emozioni che in quel momento ci attraversano non permettono la concentrazione – o abbiamo le “urgenze”.
Allora attiviamo la via periferica, quella rapida che è meno dispendiosa cognitivamente e che ci fa dire: ok, va bene, sono d’accordo.
Invece no: incoraggiare la discussione, “costringere” i membri del gruppo ad analizzare la questione a dare il proprio parere (tutte le opinioni sono valide e devono essere accettate, senza giudizio), è una pratica che dovrebbe essere seguita da ogni gruppo. La forte coesione molto spesso non lo permette ma è proprio quando il gruppo è tanto in sintonia che urge una sua applicazione.
Cosa succede? Succede che arrivano nuove idee, creative che possono sostituire oppure migliorare o integrare l’idea di base.
Saremo quindi infallibili? No di certo.
Ma avremo fatto del nostro meglio per anticipare eventuali problemi, per arrivare ad una soluzione la più corretta possibile per raggiungere il nostro obiettivo.
Maria Clotilde Spallarossa
