Chiuso nel bunker con Oliver, Johannes riflette su quello che bisogna fare per salvarsi, constatando, con dispiacere, quali sono le vere ragioni dell’ombra e che cosa sia il loro nemico
L’ombra voleva gustarsi il piacere della caccia, staccarla lentamente dalle loro ossa col becco appuntito e affilato di un corvo, infilandosi in mezzo a loro lentamente e logorandoli. Se avesse preso il suo fucile e sparato a Oliver, gli avrebbe tolto il suo piacere. Quel sottile piacere era anche l’unica cosa che lo teneva in vita. Sarebbe stato uno stupido atto di vendetta, non di umanità. Deglutì e si rese conto che entrambi erano condannati e che quel bunker non era un rifugio, bensì la loro tomba, la cappella rovesciata della loro perdizione, il bastione assediato. Scosse la testa, sconsolato.
Guardandolo, Oliver disse “la creatura…lei parla, signore, lei…lei mi ha parlato”. Aveva lo sguardo vuoto, appesantito: sembrava invecchiato di un decennio in poco di un’ora e mezza (era passato così poco da quando il maggiore li aveva accompagnati lì?).
Lui scosse la testa e chiese “scusa cosa…cosa mi hai detto?”, “ho detto, tenente von der Tanner, che quella cosa…mi ha parlato…mi ha detto che…che resistere è inutile, che noi siamo già un tutt’uno con lei. Che noi siamo già nulla, ombre”. Non aveva alcun senso…perché erano già tutti…uno? Erano frasi prive di significato, o quantomeno lo sembravano ai suoi occhi. Due colpi ben assestati alla porta interruppero la conversazione. “Chi è?”, chiese, immerso nel silenzio della notte. “Ehi…ragazzi…ehi…sono io”, rispose una voce dall’esterno, era Hans, “aprite, per favore aprite sono…sono io, fatemi entrare vi prego”. Oliver fece per alzarsi, lui lo fermò “no, aspetta. Noi…noi non possiamo”.
Dall’esterno, Hans disse loro “amici…per favore, mi serve che mi facciate entrare. Quella cosa…”, esitò un momento, la voce iniziò a tremolargli brevemente “…qualunque cosa fosse, adesso se n’è andata…non…non c’è più, capite?”. In quel momento, sentì dei passi di qualcosa che si muoveva sopra il bunker e fu allora che capì: quella creatura non voleva solo ucciderli…voleva torturarli con la speranza.
La speranza di tornare a casa, la speranza di avere una vita normale dopo quel mondo di orrore e violenza, di urla, di corpi mutilati. A quel punto i suoi nervi cedettero, iniziò a piangere e tra i singhiozzi disse “Hans…io…io…mi dispiace, ma io non posso aprire”.
Il commilitone iniziò a battere le mani contro la porta, terrorizzato, urlando “apri! Apri cazzo, si sta avvicinando, tu non pu….”, venne interrotto da un rumore sordo di passi che correva, cui fece seguito un rumore di lacerazione e uno schiocco nauseabondo. Poi Hans gridò un’ultima volta. Era dolente e disperato. Il corvo gracchiò ancora.
Continua…

