Tra metà Ottocento e primi decenni del Novecento le colonie erano diventate cruciali perché garantivano materie prime, nuovi mercati, prestigio internazionale, potere militare e controllo strategico delle rotte commerciali. L’imperialismo era la misura della forza di una nazione.
Avere colonie significava essere una “grande potenza”.
Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Belgio e poi USA e Giappone gareggiavano per spartirsi Africa e Asia e possedere una colonia, fu una vera competizione geopolitica.
Una storia quasi sconosciuta
Quando si parla di colonialismo italiano, la mente corre subito alla Libia, all’Eritrea, alla Somalia. Eppure, per quasi mezzo secolo, l’Italia ebbe anche un minuscolo avamposto in Cina: la concessione italiana di Tientsin. Un frammento di tricolore piantato sulle rive del fiume Hai He, nato da un intreccio di ambizioni e crisi internazionali.

Un impero in crisi e un’Italia in cerca di prestigio
Alla fine dell’Ottocento la Cina Qing era un impero prossimo alla fine. Le sconfitte nelle Guerre dell’Oppio e le pressioni delle potenze europee avevano aperto porti, concesso privilegi e creato zone di influenza straniere. L’Italia era una giovane Nazione desiderosa di essere riconosciuta come potenza e guardava con crescente frustrazione il fatto di non avere una “fetta” della Cina, mentre Francia, Regno Unito, Germania, Russia e Giappone si spartivano concessioni e diritti.
Il governo italiano vedeva in un avamposto cinese non tanto un’opportunità economica, quanto un simbolo di prestigio internazionale. L’occasione arrivò con un evento drammatico: La Rivolta dei Boxer.
Tra il 1899 e il 1901 esplose nel nord della Cina la Rivolta dei Boxer, un movimento xenofobo che attaccava missionari, diplomatici e commercianti occidentali. Otto potenze, tra cui l’Italia, intervennero militarmente per proteggere le legazioni a Pechino e reprimere la rivolta.
La partecipazione italiana, in realtà fu modesta, ma sufficiente per sedersi al tavolo delle compensazioni.
Nel 1902, come ricompensa, l’Italia ottenne una piccola area a Tientsin: circa un chilometro quadrato, lungo il fiume, in una posizione strategica per il commercio e i collegamenti con Pechino. Una “piccola Italia” in Estremo Oriente
La concessione italiana aveva un’amministrazione autonoma, con un podestà, una consulta municipale e persino una valuta locale. Le strade vennero ribattezzate con nomi italiani, sorsero edifici in stile europeo, caserme, scuole, un ospedale e anche un consolato.

Perché proprio Tientsin?
Tre furono i motivi principali che spiegano la scelta: Tientsin era il porto di Pechino, un nodo commerciale fondamentale, inoltre tutte le grandi potenze avevano una concessione lì e l’Italia non voleva essere da meno, infine, la spedizione anti-Boxer offrì l’occasione perfetta per ottenere un territorio senza conflitti diretti.
In realtà, la concessione non fu mai economicamente rilevante. Ma per la diplomazia italiana rappresentava un biglietto da visita nel club delle potenze imperiali.
La fine: tra guerra e trattati
La Concessione però, iniziò a declinare con l’avanzare delle tensioni internazionali.
Il 1943 rappresentò la fine di fatto: dopo l’armistizio dell’8 settembre, il Giappone occupò la concessione italiana e l’amministrazione coloniale cessò e nel 1947 la fine divenne formale.
Con il Trattato di Parigi: l’Italia rinunciò a tutti i possedimenti coloniali, compresa Tientsin e la zona tornò definitivamente alla Cina.
Cosa resta oggi
Passeggiando per l’odierna Tianjin, alcune strade conservano ancora edifici in stile europeo, tra cui quelli della vecchia concessione italiana. Ristoranti, caffè e palazzi restaurati mantengono un’eco di quell’epoca. È un frammento di memoria, spesso ignorato in Italia, ma ancora vivo nella geografia urbana cinese.

piazza Regina Elena
Un aneddoto curioso
Nel 1924, durante una piena del fiume Hai He, l’acqua invase parte della concessione. I soldati italiani, per evitare che la popolazione cinese pensasse a un segno di debolezza, issarono una barca con il tricolore davanti alla caserma e dichiararono scherzosamente che “la Marina italiana aveva aperto una nuova base fluviale”. L’episodio divenne una piccola leggenda locale.
Cosa ci racconta “Tientsin colonia italiana”
La vicenda di Tientsin come concessione italiana non è soltanto un episodio marginale del nostro passato coloniale: è uno specchio nitido di come l’Italia abbia cercato con ambizione di ritagliarsi un ruolo nel grande gioco delle potenze imperiali.
In quel piccolo lembo di Cina si intrecciarono aspirazioni di prestigio, fragilità strutturali, improvvisazione amministrativa e un desiderio quasi ansioso di “essere riconosciuti” sul piano internazionale.
Ciò che colpisce, rileggendo la storia, è la sproporzione tra la dimensione minuscola della concessione e il peso simbolico che le élite italiane le attribuivano. Tientsin diventava così una sorta di laboratorio identitario: un luogo dove l’Italia provava a immaginarsi potenza moderna, pur senza possedere realmente gli strumenti economici, militari o politici delle grandi nazioni imperiali.
Ennore Fancellu

