Jake Smith, meglio conosciuto come The White Buffalo, non è soltanto un cantautore, è un narratore del destino, una voce cruda e sincera che percorre le strade polverose d’America e le vie invisibili dell’anima umana. Dopo vent’anni di canzoni vissute, sudate e amate, pubblica il suo primo album dal vivo, A Freight Train Through The Night un viaggio sonoro che corre sui binari della memoria e della passione.
Registrato al Belly Up di San Diego, con il pubblico che respira all’unisono con la band, questo doppio vinile in edizione limitata cattura tutta l’intensità dell’esperienza live: imperfetta, viscerale e reale. Smith ci conduce attraverso questo nuovo capitolo con la forza di un treno merci nella notte, carico di emozioni, parole e distorsioni rivisitando i brani più amati dai fan e regalando nuova vita a vecchi classici.
Abbiamo avuto l’onore di rivolgergli alcune domande, immergendoci nel passato e nel futuro, nel palco e nella verità. Ecco cosa ci ha raccontato.
1. Jake, un treno merci nella notte non si ferma. Continua ad andare, trasportando polvere, sogni e suoni. Perché questo titolo? Cosa rappresenta per te, personalmente e musicalmente, “A Freight Train Through The Night”?
Il titolo “A Freight Train Through the Night” è un verso tratto da “How The West Was Won”, ed è stato suggerito per primo da Christopher Hoffee. Per me, sia a livello personale che musicale, rappresenta la ferocia e l’energia che forse le persone non si aspettano dai nostri live. Evoca anche i grandi spazi aperti americani, il West solitario e la forza inarrestabile di un treno merci che attraversa la notte. Volevo un titolo che racchiudesse tutto questo: il senso cinematografico, grezzo e potente che pervade la nostra musica e le nostre esibizioni. Ecco perché l’ho scelto, invece di intitolare l’album a una singola canzone.
2. Hai detto che questo live album copre oltre vent’anni della tua scrittura. Come hai scelto le 16 tracce da includere? È stata più una decisione emotiva o hai seguito un filo narrativo?
La scelta delle 16 tracce è stata un mix di emozione e istinto. Alcuni brani erano scelte ovvie: i preferiti del pubblico, quelli che la gente si aspetta di sentire e di cui resterebbe delusa se mancassero. Ma volevo anche includere brani meno noti che sul palco avremmo potuto far rivivere in modo nuovo. C’era anche un lato pratico: il vinile ci imponeva un limite di durata. Alla fine non si è trattato tanto di seguire un filo narrativo preciso, quanto di scegliere le canzoni che “sentivamo giuste”, sia per me che per i fan.
3. È stato registrato al Belly Up, un locale con una lunga e personale storia per te. Che tipo di energia volevi catturare in quelle serate? Cosa rende quel posto e quel pubblico così speciali per te?
Quando abbiamo registrato al Belly Up, volevo catturare l’energia che nasce dal sentirsi completamente a casa su quel palco. Ci suoniamo da circa vent’anni e c’è qualcosa di speciale nel conoscere lo staff, la sala e l’atmosfera. La familiarità ci permette di essere noi stessi e di dare tutto nella performance. Il pubblico del Belly Up è sempre incredibile: ci conosce e c’è questo rispetto e questa eccitazione reciproca che si percepiscono nella stanza. Quell’energia autentica, cruda e profondamente legata al luogo e alle persone presenti è ciò che volevo catturare.

4. Il live è viscerale, grezzo, esposto. Hai parlato della purezza del vostro suono dal vivo: niente basi, niente filtri. Cosa scopri di te stesso sul palco, così spoglio?
Sul palco, senza basi o filtri, scopro quanto tenga all’onestà e alla vulnerabilità nella musica. Non c’è nessun posto dove nascondersi: ogni errore, ogni imperfezione è lì, e ho imparato ad accettarlo. È proprio in quei momenti crudi e senza protezione che mi sento più connesso alla musica, alla band e al pubblico. Scopro di cosa sono davvero fatto, e mi ricordo che la bellezza del live sta nella sua imprevedibilità e autenticità. È lì che per me avviene la vera magia.
5. Nell’album c’è una versione completamente reinventata di “House of the Rising Sun”. Perché proprio adesso? E come si affronta la rielaborazione di un brano così iconico senza farsi schiacciare dal suo peso? È un atto di rispetto o di ribellione?
Ho voluto reimmaginare “House of the Rising Sun” adesso perché sentivo il bisogno di avere una versione che fosse davvero mia e nostra, che rappresentasse The White Buffalo. La versione per “Sons of Anarchy”, con i suoi testi stravolti, non mi sembrava più attuale, così ho voluto creare qualcosa che fosse autentico per noi. Ho affrontato la rielaborazione cambiando la metrica, il tempo, e fondendo elementi di versioni precedenti con un nuovo arrangiamento. In tutta onestà, è un po’ sia rispetto che ribellione: rispetto per la sua eredità, ma anche la voglia di spingerla in uno spazio nuovo e farla nostra. È questo che l’ha resa entusiasmante.
6. Ogni nota, ogni parola in un live sembra avere un peso diverso. Come ti relazioni oggi alle canzoni che hai scritto a vent’anni? Ti sorprendono ancora o le guardi da lontano?
Quando riascolto le canzoni scritte a vent’anni, è ancora qualcosa di forte ed emotivo. Non ascolto spesso la mia musica, quindi quando lo faccio a volte penso: “Accidenti, l’hai scritta tu questa.” Mi colpiscono ancora e mi fanno provare qualcosa, che sia dolore, rabbia o il fascino di una storia. Non le guardo da lontano: mi sento ancora legato a loro e sono orgoglioso di ciò che ho creato. Allo stesso tempo, sento la responsabilità di essere all’altezza di quella eredità e di continuare a prendermi cura delle parole e delle storie come ho sempre fatto.
7. Hai parlato del “tiro e molla” tra palco e pubblico che avviene ogni sera. Quanto è importante per te questo scambio emotivo? È il pubblico a plasmare la performance o ti lasci cambiare da loro?
Quello scambio emotivo, quel tiro e molla tra palco e pubblico, è tutto per me. È ciò che rende unica ogni serata. Il pubblico modella assolutamente la performance: se sento energia ed entusiasmo, mi dà la spinta per dare ancora di più. È un vero dare e ricevere, e mi lascio sicuramente cambiare da loro. Il palco è un luogo magico dove le emozioni possono cambiare in un attimo, e quella connessione è ciò che rende il live così potente per me.
8. “A Freight Train Through The Night” sembra quasi una dichiarazione d’intenti, un’identità artistica in movimento. È un ponte verso qualcosa di nuovo o più una riflessione, un fare i conti col passato?
Per me è entrambe le cose: una riflessione e un ponte. È uno sguardo indietro, un fare i conti con tutto ciò che ho scritto e vissuto negli ultimi vent’anni. C’è orgoglio ed emozione nel rivisitare quei brani e vedere quanta strada ho fatto. Ma è anche un’opera dichiarativa che mi proietta in avanti, un modo per onorare il passato e preparare il terreno a qualcosa di nuovo, forse ancora più crudo e organico. È quindi sia una celebrazione di dove sono stato che un ponte verso dove sto andando.
9. Stai per arrivare in Italia per alcune date del tour. Che rapporto hai con il pubblico italiano? Cosa ti porti a casa da quei concerti, dove la lingua può dividere, ma l’anima e la musica uniscono?
Il mio rapporto con il pubblico italiano è davvero speciale. I promoter lì sono come famiglia: viaggiamo insieme, mangiamo insieme e viviamo a pieno l’esperienza italiana. Il pubblico è tra i migliori al mondo: entusiasta, energico, coinvolto fin dall’inizio. Anche se c’è una barriera linguistica, l’anima e la musica ci uniscono sempre. Quello che mi porto a casa è un profondo senso di connessione: la consapevolezza che la musica può unire le persone, ovunque siano e qualunque lingua parlino. È sempre un’esperienza incredibile e unificante che resta con me a lungo dopo la fine del tour.
10. Se potessi fermare il treno per un momento, guardarti allo specchio, ora, con questo live album in mano e un tour davanti, cosa vedresti? E quali storie senti di non aver ancora trovato il coraggio di raccontare?
Se potessi fermare il treno e guardarmi allo specchio, con questo live album in mano e un tour all’orizzonte, vedrei qualcuno che ha sempre cercato di essere onesto e umano nella propria scrittura. Sono orgoglioso delle storie che ho raccontato, ma so che ce ne sono ancora molte là fuori, storie per cui forse non ho ancora trovato il coraggio o l’ispirazione. Non ho mai avuto paura di un tema in particolare, ma col tempo il concetto di coraggio cambia. La vita porta nuove preoccupazioni, pensieri, ambizioni, e a ogni fase ci sono nuove storie che aspettano di essere raccontate. Il momento più alto per me è quando una canzone smette di essere solo mia e diventa qualcosa di significativo per qualcun altro. È quello che inseguo sempre, e so che ci sono ancora storie dentro di me a cui non ho ancora trovato le parole, o il coraggio, per dare voce.
DATE TOUR
Giovedì 4 settembre
Parco Urbano
a Capoterra,Cagliari
Sab, 6 SET
Fortezza Vecchia
Livorno,
Dom, 7 SET
Rocca Malatestiana
Cesena, Italia
Lunedì 8 settembre
Circolo Magnolia
Segrate

