Lo sferzante discorso pronunciato al Meeting ciellino di Rimini da Mario Draghi ha posto sul tavolo il problema di fondo del quale soffre l’UE: potrebbe essere un gigante politico e invece non lo è, per sua esclusiva responsabilità.
Ha immaginato che la forza economica fosse sufficiente per avere forza geopolitica, ma così non è.
Gretti nazionalismi
Avviluppata in gretti nazionalismi, peraltro in crescita, che ne bloccano ogni possibile sviluppo in senso federalista, immobilizzata dalla regola dell’unanimità, priva – ma questo Draghi non lo ha esplicitato – di una leadership in grado di avere non tanto una “visione” (anzi, egli è stato piuttosto ironico su questo termine spesso evocato dai politici) quanto di saper realizzare cose, adottare decisioni, concretizzare scelte.
Fate qualcosa
Un tono che riecheggia quel “fate qualcosa” già pronunciato qualche mese fa di fronte al Parlamento Europeo in occasione della presentazione del suo Rapporto sulla Competitività commissionatogli dalla Presidente Von der Leyen e poi sostanzialmente riposto in un cassetto (eravamo stati facili profeti, qui, nel prevedere quella fine).
Debolezza UE
indicazioni ivi presenti sono peraltro ancora valide e attuali e se ci fosse una volontà politica reale potrebbero almeno in parte venire implementate. Ma quella volontà non c’è e giustamente l’ex Presidente della BCE ed ex Presidente del Consiglio italiano ha posto l’enfasi del suo discorso sulla debolezza politica dell’Unione.
Il multilateralismo
Una debolezza che trascina con sé tutto il resto: la debolezza nella trattativa sui dazi con Trump, quella sull’incremento nelle spese per il mantenimento della NATO, quelle sulla difesa dell’Ucraina. Persino la logistica degli incontri (ma questa è un’osservazione di chi scrive, non di Draghi) con l’attuale Presidente americano, un nemico dichiarato del multilateralismo e con esso dell’Unione Europea, fotografa simbolicamente questa insopportabile debolezza: dall’incontro nel campo da golf in Scozia a quello alla Casa Bianca con i “volonterosi” e con il povero Zelenskyj seduti a un tavolo non certo protocollare, quasi fossero degli scolaretti.
Gigante economico
Ora, al di là di Draghi (o anche di Prodi, l’ex Presidente della Commissione sostiene la medesima tesi circa l’indispensabilità di una unione politica europea), che un gigante economico come l’Europa sia un nano politico a causa delle sue divisioni lo capisce chiunque non sia pregiudizialmente ostile a qualsiasi integrazione fra i popoli del continente.
Il problema, però, è esattamente questo: sono sempre di più i cittadini che premiano elettoralmente partiti e personaggi politici apertamente antieuropeisti o, se va bene, fondamentalmente euroscettici. A oggi sono 15 su 27 i governi guidati da forze sovraniste, alcune delle quali radicalmente ostili all’Unione.
Unione e Padri fondatori
Allora, forse, per evitare che l’appello – giustissimo e apprezzatissimo – di Draghi rimanga solo tale ma al contrario si tramuti in una forte iniziativa politica capace di convincere gli europei che soltanto uniti potranno navigare meglio nel mare in tempesta che ci attende e che già abbiamo cominciato a sperimentare occorre anche (non solo, anche) quella su cui Draghi ha ironizzato: una “visione”. Non mistica, semplicemente politica. Motivata.
Come fu quella dei Padri fondatori. Allora fu immaginata per non farci più la guerra fra di noi europei. Oggi può essere per reggere meglio ai nazionalismi, anche economici, di ritorno. E Dio non voglia che sia, ancora, per evitare nuove guerre.

