Il 25 Aprile, la Costituzione e il dovere quotidiano di difenderle
Ci sono date che non appartengono a chi le rivendica più forte, ma a chi le ha rese possibili. Il 25 Aprile è una di queste. Non è la festa di un partito, di un’area politica, di una bandiera contro un’altra: è la festa di un popolo che, dopo vent’anni di dittatura e quasi due di guerra civile, si è ripreso il diritto di scegliere. È la festa della Repubblica prima ancora che la Repubblica esistesse formalmente, perché senza il 25 Aprile non avremmo avuto né il referendum del 2 giugno 1946, né l’Assemblea Costituente, né — soprattutto — quella che il Presidente Carlo Azeglio Ciampi chiamò la nostra «Bibbia laica»: la Costituzione.
Eppure, ogni anno, attorno a questa data si ripete un rito stanco e logorante. C’è chi tenta di confiscarla, chi prova a sminuirla, chi la riduce a folklore o, peggio, a campo di battaglia ideologico. C’è chi vorrebbe trasformarla in una commemorazione tiepida, neutra, addomesticata, come se ricordare la Liberazione fosse una scelta di parte e non un dovere civile. È bene dirlo con chiarezza, una volta per tutte: chi non riconosce il 25 Aprile non sta tenendo una posizione equilibrata, sta semplicemente disconoscendo l’atto fondativo della democrazia italiana.
Vale la pena, allora, ricordare i fatti. Perché la storia, come scrive Mariapia Garavaglia, non consente negazionismi.
Il 22 aprile 1946, con un decreto luogotenenziale firmato dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita in via provvisoria la festività nazionale «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». Tre anni dopo, con la legge n. 260 del 27 maggio 1949, la ricorrenza divenne definitiva. Non si trattava di celebrare una vittoria di parte: si trattava di consacrare la fine del fascismo, dell’occupazione e della guerra, e l’inizio di un’Italia unita, libera, e — parole che oggi suonano scontate ma allora erano una conquista — sottoposta a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti dalla Costituzione repubblicana.
Quest’anno cade l’ottantesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale il 2 giugno 1946 — il primo voto della storia italiana al quale parteciparono anche le donne. Cinquecentocinquantasei rappresentanti del popolo, ventuno delle quali Madri costituenti, si trovarono nella stessa aula a scrivere la Carta che ancora oggi ci tiene in piedi come comunità nazionale.
E qui sta il punto che troppo spesso si dimentica. Quei cinquecentocinquantasei costituenti non erano un’assemblea omogenea. Erano profondamente, radicalmente divisi: democristiani e comunisti, liberali e socialisti, repubblicani e monarchici, azionisti e qualunquisti. Erano usciti dalla guerra con visioni del mondo opposte, talvolta inconciliabili. Eppure — ed è questo il miracolo politico che dobbiamo ai padri e alle madri della Repubblica — quei contrasti ideologici, anziché paralizzarli, li costrinsero a cercare un terreno comune. Non un compromesso al ribasso, ma un’architettura alta, capace di ospitare convinzioni diverse senza dissolverle.
Il risultato è la Costituzione che abbiamo: una Carta condivisa, scritta da chi non si voleva, ma che riconosceva nell’altro un interlocutore legittimo. È una lezione che oggi suona quasi rivoluzionaria, in un tempo in cui il dissenso viene scambiato per nemicizia e il confronto per resa.
Va detto, perché troppo a lungo è stato rimosso, che a quella Carta — e prima ancora alla Resistenza — contribuì in modo decisivo anche il mondo cattolico. Non solo i cattolici democratici, da Dossetti a La Pira a Moro, ma anche centinaia di sacerdoti, di religiosi e religiose, e migliaia di laici che, senza distinzioni ideologiche, scelsero di stare dalla parte giusta. Gli studi storici degli ultimi decenni — ormai pacifici e documentati — hanno restituito dignità a una memoria che per troppo tempo era stata sottovalutata, oscurata da letture troppo schematiche.
Riconoscerlo non significa togliere nulla a nessuno. Significa restituire alla Resistenza la sua reale fisionomia: un movimento plurale, popolare, trasversale, che non apparteneva a una sola tradizione politica e che proprio per questo poté generare una Costituzione di tutti. La Resistenza fu fatta da operai e da contadini, da intellettuali e da preti di campagna, da ebrei e da cristiani, da donne che portavano i messaggi sotto il fascio del pane e da giovani che salirono in montagna senza sapere se sarebbero tornati. Ridurla a patrimonio di una sola parte è un’operazione storicamente falsa e politicamente meschina.
E qui veniamo al cuore della questione. Perché il 25 Aprile continua, ottant’anni dopo, a dare fastidio? Perché c’è ancora chi prova a depotenziarlo, a relativizzarlo, a derubricarlo a memoria privata di alcuni?
La risposta, temo, è semplice: perché il 25 Aprile, e con esso la Costituzione, ci ricorda che la libertà non è uno stato di natura ma una conquista, e come tutte le conquiste può essere persa. Ci ricorda che ci fu un tempo, in questo Paese, in cui non si poteva pensare liberamente, scrivere liberamente, riunirsi liberamente, votare liberamente. Ci ricorda che il fascismo non arrivò con i carri armati stranieri ma con le elezioni, con il consenso, con la stanchezza della democrazia liberale. Ci ricorda che la libertà è un esercizio, non una rendita.
Per questo ogni tentativo di banalizzare il 25 Aprile è, oggettivamente, un tentativo di banalizzare anche ciò che lo precede e ciò che lo segue: la dittatura, la guerra, le leggi razziali, le deportazioni, la Costituzione che da quell’orrore è nata come una promessa scritta col sangue. Non si può separare la festa dalla sua causa. Non si può dire «sì alla Liberazione, ma senza esagerare»: o si riconosce che cosa è stato liberato — un Paese, e con esso una possibilità di democrazia — o non si è capito niente.
Eppure il 25 Aprile non è una data da contemplare. È una data che chiede qualcosa. Chiede a ciascuno di noi — non solo a chi fa politica, non solo a chi insegna, non solo a chi scrive — di assumersi una responsabilità quotidiana. Perché la Costituzione non si difende una volta all’anno, deponendo una corona. Si difende ogni giorno, nei gesti più piccoli.









Si difende quando si rispetta la dignità di chi lavora, perché l’articolo 1 non è uno slogan. Si difende quando si pretende che la scuola sia davvero «aperta a tutti», come dice l’articolo 34, e non un percorso a ostacoli per chi parte da indietro. Si difende quando si tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, secondo l’articolo 32. Si difende quando si riconosce che la Repubblica «è una e indivisibile», ma promuove le autonomie locali. Si difende quando si dice no alla guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, perché lo dice l’articolo 11.
Si difende, soprattutto, nelle piccole disobbedienze quotidiane all’indifferenza: leggendo, informandosi, votando, partecipando, contestando dove serve, sostenendo chi è più debole, insegnando ai più giovani che la libertà non è un dato ma un compito. Si difende rifiutando il linguaggio dell’odio, anche quando è comodo, anche quando è di moda, anche quando paga in voti o in like. Si difende ricordando che ogni democrazia muore per consunzione, non per assalto: muore quando i cittadini smettono di occuparsene.
Il 25 Aprile, dunque, non è una festa del passato. È una festa del presente, perché ogni generazione ha il suo 25 Aprile da vivere: la sua liberazione da fare, la sua Costituzione da onorare, la sua libertà da custodire. Non c’è nulla di automatico. Non c’è nulla di acquisito per sempre.
Le forze che ottant’anni fa scrissero la nostra Carta erano divise su quasi tutto, ma erano d’accordo su una cosa: che mai più, in Italia, un uomo solo avrebbe deciso per tutti; che mai più la legge sarebbe stata sostituita dall’arbitrio; che mai più la dignità di una persona sarebbe stata calpestata in nome di una superiorità di razza, di classe, di fede, di partito. Quel «mai più» è la nostra eredità. È anche il nostro debito.
Onorarlo non costa molto: basta non dimenticare. Basta dire, a sé stessi e ai propri figli, che la libertà non è di nessuno perché è di tutti, e che chi cerca di farla diventare patrimonio di una parte sola — qualunque parte — sta tradendo, non difendendo, lo spirito del 25 Aprile. Buona festa della Liberazione. A tutti gli italiani, senza distinzioni.

