La povertà del Vangelo per entrambi come scelta di vita. Francesco diventerà santo, Valdo eretico. Una storia medievale che porta però molte riflessioni attuali.
La Parola sacra però già divide. Atti 5,29 “ Bisogna obbedire a Dio più che agli uomini” : questa la base sulla quale Valdo costruisce la propria vita. Francesco invece sceglie la kenosis, lo svuotamento, la sottomissione, in particolare alla Chiesa. Opposizione e disobbedienza da un lato; umiltà e obbedienza dall’altro.
Uno dei problemi principali per delineare i due personaggi è la differenza enorme fra le fonti che ci sono giunte. Su San Francesco abbiamo tantissimi scritti, di autori diversi; su Valdo abbiamo pochissimo e quasi tutto di autori a lui ostili. E’ difficile dunque avere una visione completa.
Sembra certo che sia Francesco che Valdo, prima della spogliazione, fossero ben integrati nella loro città e molto agiati. L’autrice delinea con attenzione il contesto storico e geografico di Assisi e Lione.
Decisamente importanti sono però le proposte spirituali. Valdo esclude ogni forma di lavoro: tutte le energie devono essere convogliate nella predicazione itinerante; Francesco sostiene invece l’obbligo del lavoro manuale, senza retribuzione ma per tener lontano l’ozio.

Punto fondamentale. La Bibbia era in latino. La Bibbia era lo spartiacque fra il clero e il popolo. Solo il clero aveva accesso al testo sacro, il popolo doveva invece “ accontentarsi “ del tramite dei preti. Sia Francesco che Valdo erano acculturati e sapevano leggere e scrivere in volgare ma conoscevano poco latino.
La predicazione del laico Valdo per le strade: invitava a seguire l’esempio di Gesù vivendo in povertà ma venne ritenuto però “ usurpatore del compito apostolico “ e questo portò a una frattura insanabile.
Il saggio ci racconta di un San Francesco che, se pur con reverenza e timore, fa uso della bibliomanzia. Pratica oggi, non certo in linea coi dettami della pratica cattolica. Scopriamo il suo rapporto “ magico-sacrale-divinatorio “ col testo sacro. d’altro canto però San Francesco provava anche una sorta di avversione per i libri, considerati come un bene di lusso, tanto che arriverà a scambiarli in cambio di cibo per i bisognosi.
Non da ultimo, una notevole differenza è data dalla considerazione della donna. Fra i Valdesi, già dalle origini, le donne avevano un ruolo attivo nella predicazione; Francesco, al contrario, riteneva le donne ben lontane da sé.
L’autrice, molto preparata, vi regala un saggio ben documentato e ricco di riferimenti a fonti storiche. Il testo affronta in modo semplice ma completo le differenze fra Valdo e Francesco affrontando vari aspetti: il rapporto con la Chiesa, quello con la Bibbia, la predicazione, le donne.

Francesca Tasca ha conseguito il Dottorato in Storia e insegna Lettere al liceo. E’ esperta di gruppi cristiani minoritari e dissidenti. Per Claudiana ha pubblicato diversi libri. Coordina la rivista “ Riforma e movimenti religiosi”.
Come è venuta a conoscenza della figura di Valdo di Lione e cosa l’ha fatta appassionare a lui?
“Vengo da una famiglia molto cattolica. Negli anni Settanta, i miei genitori erano giovani credenti, entusiasti del Vaticano II e innamorati di Francesco d’Assisi: scelsero per me il nome Francesca. Se Francesco d’Assisi e la sua storia mi accompagnano quindi, per così dire, da sempre, ho invece cominciato a conoscere le vicende valdesi solo con gli studi universitari.
Al momento di chiedere la tesi di laurea, ormai davvero parecchi anni fa, mi sono rivolta al professor Grado Giovanni Merlo, docente di Storia del Cristianesimo presso l’Università Statale di Milano, di cui apprezzavo molto le lezioni, il taglio interpretativo, i temi di ricerca, il rigore scientifico. Mi impose – senza alcun margine di trattativa – la tesi su Valdo di Lione, condizione insindacabile per potermi laureare con lui. Ammetto di non essere stata troppo contenta quel giorno uscendo dall’ufficio del ricevimento.
Speravo, infatti, in una tesi in storia delle donne. Adesso però riconosco quella severità come dono prezioso. Studiando Valdo di Lione ne ho compreso la grande, per alcuni versi straordinaria modernità. Valdo era davvero in largo anticipo sui tempi: voleva la Bibbia nella lingua del popolo, accessibile a chiunque; sosteneva il diritto alla Parola, proclamata a voce alta da ciascuno: anche se laico, anche se (addirittura!) donna; viveva una povertà fatta di perenne itineranza e pragmatica, ispirata alla vita degli apostoli; sosteneva un’organizzazione del movimento non gerarchizzata, in cui non si era un capo e non si aveva un capo; professava un’obbedienza non aprioristica bensì limitata, in cui qualunque autorità, anche la più alta, non è mai assoluta ma può essere messa in discussione.
Insomma: un modo di vivere e annunciare il cristianesimo fuori dalle strutture ufficiali ecclesiastiche, più libero e meno legato a rigide gerarchie e distinzioni sociali. E tutto ciò alla fine del XII secolo! Dopo la laurea su Valdo di Lione ho proseguito il percorso di ricerca approfondendo ulteriormente il tema: ho svolto un dottorato incentrato sulle prime generazioni valdesi.
Questo lavoro mi ha portato, da un lato, ad entrare in contatto con l’attuale mondo valdese, stringendo nel tempo anche significativi rapporti personali e di amicizia; e, dall’altro lato, a conoscere meglio le plurisecolari e complesse vicende storiche valdesi, intrise di sangue, repressioni, violenze. Una storia, quella valdese, segnata però anche da una irriducibile, tenace resistenza.
La resistenza davvero eroica di questa minoranza perseguitata, a lungo arroccata sulle Alpi Cozie, sopravvissuta nei secoli nella clandestinità e nella lotta armata, mi ha portata direi in modo inevitabile ad appassionarmi sempre più a Valdo di Lione, che ne è il punto di origine e che, in un certo senso, ha marcato la fisionomia profonda e i tratti fondamentali dell’identità valdese, pur attraversata lungo la storia da molte riforme, trasformazioni e mutamenti.”

Secondo Lei, quello di Valdo e di San Francesco sono messaggi ed esempi ancora
attuali?
“Indubbiamente! Ma messaggi assai diversi fra loro. Comincerei da Valdo. Papa e imperatore spesso nel Medioevo furono in duro conflitto. Eppure, si trovarono in piena sintonia e accordo nel condannare nel 1184 Valdo di Lione e il suo movimento che, in effetti, minacciavano lo status quo, improntato a una gerarchizzazione molto rigida della società.
Ecco, sul modello apostolico, Valdo insegna, quando si è convinti della giustezza della propria strada e delle proprie azioni, a non avere paura di confliggere con le autorità e con i poteri, persino i più grandi e temibili e anche al costo di persecuzioni, espulsioni e condanne. Non a caso il versetto biblico che più ricorre nella storia valdese è Atti 5, 29: “Bisogna obbedire a Dio più che agli uomini”.
Per quanto riguarda invece Francesco, nel mio volume sottolineo soprattutto la dimensione della kenosis. Paradigma dell’incarnazione, kenosis è vocabolo greco che indica l’umile, obbediente sottomissione alla condizione umana attuata da Gesù Cristo: è lo spogliarsi del sé divino che trova il proprio apice e compimento nella crocifissione. La kenosis cristica non è, quindi, soltanto semplice solidarietà con l’umano ma è l’impastarsi stesso nell’umano, in tutta la sua fisicità e miseria.
Volendo conformarsi a Cristo, Francesco d’Assisi scelse un amoroso abbraccio fusionale con l’esistente sofferente (icasticamente raffigurato dai lebbrosi in alcuni celebri episodi agiografici). Ecco, in Francesco la kenosis è la condivisione della miserabile condizione di ogni singolo uomo e dell’umanità tutta: la piena accettazione dell’esistenza umana e della sua ineliminabile sofferenza e miseria. Trovo questa “immersione” profonda nelle piaghe purulente dell’esistente – che è il vero, perenne lebbrosario – il grande messaggio di Francesco”.

La Bibbia ha subito molte interpretazioni nei secoli. Chi, secondo Lei, oggi ne dà una lettura più coerente e, nello stesso tempo, più attuale?
“Più che sul “chi” mi concentrerei sul “come”. Personalmente ritengo che il metodo storico-critico sia l’approccio interpretativo migliore e più coerente per accostarsi alla Bibbia. Si applicano al testo biblico gli strumenti impiegati anche per altri testi: si indagano autori, destinatari, contesto, comunità di riferimento, genere letterario e sue regole, fonti, stratificazioni, trasmissione nella tradizione manoscritta, traduzioni, varianti.
Avendo una formazione storica e aderendo a una prospettiva storica, ritengo imprescindibile collocare tutto entro coordinate di tempo, di spazio, di comunità umane, di dinamiche di potere, di cultura materiale. Ciò vale anche per i libri biblici. Anzi, soprattutto per i libri biblici. Una lettura della Bibbia che prescinda da questa “messa a terra” ne dissolverebbe (e ne dissolve) la dimensione più autenticamente umana, fatta di contesti, tempo, spazio, corpi, individui, generazioni, comunità, conflitti. Ed è quella che maggiormente mi interessa”.
Cosa ne pensa dell’influenza della Chiesa sulla storia?
“Domanda breve che prevederebbe una risposta assai lunga e complessa e qui non possibile. Mi limito a due punti. Innanzi tutto, ipotizzo che la “Chiesa” di questa sua domanda sia da intendersi e identificarsi automaticamente con la Chiesa Cattolica Romana. Mi permetta di sottolineare preliminarmente questa tendenza erronea e tutta italiana che restringe al singolare la Chiesa, quando invece esistono numerosissime Chiese, ben oltre quella Cattolica Romana.
Ecco: sarebbe bene pensare e parlare sempre al plurale di Chiese, smettendo di dare per scontato l’esclusività cattolico- romana. Detto ciò, ritengo che l’istituzione ecclesiastica cattolica in Italia sia una più che millenaria struttura di potere. Come ogni struttura di potere, soprattutto quelle più radicate e di lungo corso, essa è volta innanzi tutto alla propria autoconservazione. Preservare l’ordine esistente, l’assetto vigente,
significa preservare la propria posizione di privilegio. Tale “omeostasi del sistema” passa anche attraverso l’eliminazione o la delegittimazione di ipotesi e soggetti che immaginano alternative all’ordine esistente, che si fanno portavoce di un altro ordine, che incarnano un cambiamento, che aprono strade nuove o divergenti. Quindi, in sintesi e semplificando molto: l’istituzione ecclesiastica in quanto struttura di potere plurisecolare e altamente gerarchizzata ha costituito e costituisce un pesante fattore di immobilismo sociale e culturale, un freno importante (anzi: una zavorra) ai mutamenti”.
Leggerlo perchè
per aprire gli occhi su alcune dinamiche che hanno influenzato la storia.
neo
breve

