“I ricordi non si ricordano, si sentono.” Così potrebbe iniziare il viaggio nei solchi di I Capricci di Mnemosine, il primo LP dei Sidèreo, band romana che mescola malinconia e desiderio, introspezione e shoegaze, alternative rock e memoria emotiva. Il loro debutto non è solo un disco: è un rito, una preghiera sussurrata alla dea del ricordo per riportare alla luce ciò che il tempo ha cercato di nascondere.
Abbiamo incontrato Daniele Quattrini (Agamo), Valerio De Vito (Mozzy), Fabrizio Cimini (Puchu) ed Emanuele Marano (China) per farci guidare tra le pieghe sonore e poetiche del loro universo, dove il passato non è mai davvero passato e la nostalgia è una lente attraverso cui guardare il presente.
Un’intervista, o forse un piccolo incantesimo, per cercare di dare un nome ai volti, e un senso a ciò che ancora ci scava dentro.
Risponde alle domande Daniele.

1. “Mnemosine aiutaci tu, a rovistare tra i sogni…” Cos’è per voi il ricordo? In che modo sentite che si differenzia dalla semplice memoria, come suggerisce il filosofo danese Kierkegaard?
Kierkegaard distingueva memoria e ricordo in un modo sottile, ma potente: la memoria è un deposito di dati, fatti, eventi nudi e crudi; il ricordo, invece, è qualcosa di vissuto interiormente, è memoria impregnata di soggettività, di nostalgia, di reinterpretazione, di emozioni che lo colorano ogni volta che lo evochiamo. In un certo senso, il ricordo non è mai esattamente il passato così com’è stato, ma il passato così come ci abita ora, nel presente. Kierkegaard lo spiega con una frase chiave: “La memoria conserva, il ricordo rinnova.” L’introduzione di questo LP è una preghiera rivolta verso Mnemosine, titanide della memoria, nel tentativo di accedere al regno dei ricordi. Ma presto il soggetto si rende conto che nemmeno una divinità può arrivare a qualcosa di tanto intimo.
2. Il vostro nome, Sidèreo, richiama le stelle, ma anche il desiderio, come mancanza, come tensione verso ciò che ci sfugge. Qual è il desiderio che ha guidato la nascita di questo disco?
Il desiderio che ha guidato la nascita di questo disco è proprio una tensione: quella di dare voce a ciò che manca, a ciò che è stato perduto, o forse non è mai stato davvero posseduto. È un viaggio dentro l’intimità del ricordo, ma anche un’esplorazione del vuoto che quel ricordo lascia dietro di sé. C’è, in ciò che raccontiamo, una certa ridondanza, una specie di eco insistente. Forse è il bisogno di far emergere un racconto nel racconto — le tante volte in cui avremmo voluto che la nostra musica arrivasse a orecchie diverse, che trovasse ascolto, che finalmente si lasciasse ascoltare. Ora, tutti quegli avvenimenti sono diventati passato. Sono ricordi. E li riportiamo ciclicamente, come frattali di vita che, con il tempo, hanno assunto significati sempre più profondi.
3. Tra le trame cupe e sognanti del vostro suono, si respira un senso di nostalgia che sembra più un abbraccio che una ferita. Quanto ha contato l’elemento autobiografico nella composizione dei brani?
Questa domanda tocca un nodo centrale del disco. L’elemento autobiografico ha avuto un peso profondo, quasi spaventoso. Ma fin dall’inizio abbiamo cercato di trasformarlo: non tanto raccontare ciò che è accaduto, quanto restituire ciò che abbiamo provato. Il lavoro sui testi è stato proprio questo: sottrarre la vicenda, per avvicinare l’ascoltatore alla sensazione. Non ci interessava la cronaca degli eventi, ma quella linea sottile che separa la memoria dal ricordo, e che a volte si confonde con il sogno. Le canzoni non sono narrazioni dirette, ma frammenti emotivi che riaffiorano sotto forma di suono, atmosfera, silenzio. Non scendo mai nel dettaglio crudo del racconto, vuoi per timidezza o per altro. Ma il racconto è lì, stratificato tra le parole e i suoni: ho solo la mia chiave per leggerlo. E l’ascoltatore ne avrà un’altra, tutta sua, per tradurre quelle sensazioni in vissuti personali. È in quello spazio di traduzione che, forse, la musica trova davvero senso.
4. La vostra musica è un altare sonoro costruito con pietre di shoegaze, riverberi anni ’90 e intarsi post-rock. Quali sono stati gli ascolti che vi hanno accompagnato nella realizzazione dell’album?
Difficile rispondere con precisione, perché non abbiamo fatto ascolti mirati per prepararci a “I capricci di Mnemosine”: tutto era già lì, “seppellito nelle nostre teste”. Le influenze musicali non le abbiamo cercate, ci portavamo dietro quelle che abbiamo percepito negli anni come musica. Quello che siamo riusciti a trasmettere lo dobbiamo sicuramente ai nostri ascolti personali e al modo in cui questi si sono intrecciati, contaminati, fusi nel tempo. Ci sono molte cose che ci accomunano come gruppo, ma ciascuno di noi ha portato anche il proprio vissuto sonoro, la propria libreria emotiva, quel bagaglio musicale che ti resta dentro e riaffiora quando meno te l’aspetti. Tra le nostre influenze spaziano Umberto Maria Giardini (Moltheni), Unòrsominòre., Afterhours, Verdena, CSI, Carmen Consoli, Lecrevisse, Scisma, Low, Sonic Youth, My Bloody Valentine e The Cure. È una lista generica, certo, ma rappresenta bene il terreno da cui siamo partiti. Per il resto l’LP è frutto di un percorso di cui non sapevamo la destinazione, è un terreno di confronto costruttivo, fertile.
5. In “momento perfetto” si percepisce un’urgenza quasi brutale di introspezione, tra errori e rivincite. Quanto vi ha aiutato la musica a dare un nome ai vostri demoni interiori?
In “momento perfetto” c’è sicuramente un’urgenza viscerale, una necessità di guardarsi dentro senza sconti. La musica, in questo senso, è uno strumento di verità: ci aiuta a riconoscere e nominare quei demoni interiori che spesso si mimetizzano nel quotidiano. Scrivendo, suonando, arrangiando, diamo forma a emozioni confuse, a rimpianti, a slanci. È un processo che non salva, forse, ma chiarisce. E a volte basta questo: riuscire a chiamare le cose col loro nome per iniziare a farci pace. Personalmente avverto una sensazione di pace ogni volta che un brano arriva a compimento. Come se finalmente potessi guardarlo in faccia e dire: “Eccoti qui”.
6. Il vostro LP si intitola “I capricci di Mnemosine”: quanto c’è di irrazionale, onirico, capriccioso appunto, nel vostro processo creativo?
C’è moltissimo. Il nostro processo creativo è tutt’altro che lineare o razionale. Spesso parte da un’emozione confusa, da un’immagine che resta impressa, da un suono che ci risuona dentro senza un motivo preciso. Non pianifichiamo a tavolino: ci lasciamo trasportare, inciampiamo nelle idee, le rincorriamo. È un processo capriccioso proprio come Mnemosine nel titolo: a volte ci guida, a volte si nasconde, e siamo noi a doverla stanare. Può essere frustrante, certo, ma è anche ciò che rende tutto più vivo. Comporre per noi significa accettare l’imprevisto, lasciare spazio al sogno, alla suggestione, al frammento. Non sapere dove si andrà a finire è forse la parte più autentica di tutto questo.
7. “Tra ricordi e sirene” è una finestra sul passato, ma anche una trappola seducente. Come bilanciate il rischio dell’idealizzazione del ricordo con la necessità di affrontarlo?
È una domanda che ci siamo posti spesso anche noi, perché il ricordo ha un doppio volto: può essere rifugio o prigione. In “Tra ricordi e sirene” cerchiamo proprio di camminare su quel filo sottile: da un lato c’è la bellezza del passato, quella che rischia di ingannarci con il suo fascino, come fanno le sirene; dall’altro c’è il bisogno reale di fare i conti con ciò che è stato, senza edulcorarlo. Il testo cita appunto “sirene invecchiate male” e “ferite sotto sale” proprio per calcare ciò che fa impazzire l’ago della bilancia. Il mantra “Ciò che non ci uccide ci affascina” è un’ironica inversione: non tanto perché ci fortifica, ma perché rischiamo di restare sedotti da un dolore ormai familiare, che per assurdo chiamiamo nostalgia. Ma non vogliamo negare la nostalgia, anzi: la abitiamo. Ma cerchiamo anche di non farci trascinare a fondo. Raccontare i ricordi è un modo per tenerli vivi senza esserne dominati, per guardarli in faccia e magari, un po’ alla volta, lasciarli andare.
8. Avete parlato di “un vecchio animale raro che serba ancora rancore”. Chi è quell’animale per voi? E che significato ha il farlo riemergere?
Quell’animale raro è una parte di noi che spesso teniamo nascosta, un residuo del passato che non ha mai smesso davvero di bruciare. È fatto di rancori antichi, di ferite mai del tutto rimarginate, di parole che non abbiamo detto o che abbiamo detto troppo tardi. Non è per forza qualcosa di oscuro, ma sicuramente scomodo. È ciò che rimane quando credi di aver superato tutto e invece, sotto la cenere, qualcosa continua a muoversi. Farlo riemergere, per noi, è un atto di sincerità. Non lo celebriamo, ma nemmeno lo reprimiamo: gli diamo spazio, voce, suono. Perché anche quella rabbia sedimentata, quel rancore che sembra non servire più a nulla, ha avuto un senso.
9. La produzione dell’album è calda, intima, quasi domestica, ma mai banale. Com’è stato lavorare con Luca Alfiero al Loops Studio? Che ruolo ha avuto nel plasmare il vostro suono?
Parlando appunto di animali rari, ma in senso buono. Luca Alfiero al Loops Studio, con molta pazienza e attenzione, ma soprattutto con molto cuore, ci ha seguito nella realizzazione di questo lavoro. Grazie a lui abbiamo lavorato molto sul suono, e grazie a lui abbiamo usato lo shoegaze come accento, con la sua intensa immersione tra mura di chitarre e riverberi densi. Lavorare con lui è stato come essere in una casa in cui puoi anche perderti un po’, sapendo che qualcuno tiene la luce accesa. Abbiamo registrato fino a notte fonda, inventato soluzioni improbabili (come scuotere campanelli dentro il mio cappello!), riso tanto e sudato altrettanto. C’era sempre un equilibrio magico tra concentrazione e gioco, tra la ricerca del dettaglio perfetto e la libertà di lasciare spazio all’imprevisto. In tutto questo, oltre a un professionista con un orecchio finissimo, abbiamo trovato un amico. E non vediamo l’ora di tornarci.
10. Nel vostro mondo musicale, la malinconia non è mai sterile: è seme, è scavo, è fermento. Cosa sperate che rimanga in chi ascolta “I capricci di Mnemosine”?
La malinconia raccontata in “I capricci di Mnemosine” non è un punto d’arrivo, ma un movimento. Non qualcosa che chiude, ma che apre. La nostalgia che attraversa il disco non è un peso, ma una forma di cura. Non è una ferita aperta, ma un abbraccio a ciò che è rimasto indietro. Speriamo rimanga la sensazione di essere stati in un luogo intimo, ma condivisibile, dove anche le crepe hanno una loro bellezza. Che le canzoni diventino, magari, piccoli spazi di riconoscimento, in cui ciascuno possa ritrovare un frammento di sé, anche solo per un attimo. E se proprio dobbiamo augurarci qualcosa, è che chi ascolta si senta meno solo. Anche solo per quei quaranta minuti scarsi.
11. Siete nati da un’idea nel 2017, ma avete atteso con pazienza e determinazione. Quanto è stato importante il tempo per voi? E cosa vi ha insegnato l’attesa?
Il tempo è stato parte integrante del processo. Abbiamo scelto di prendercene tanto, senza forzature, senza rincorrere scadenze o aspettative esterne. L’attesa ci ha insegnato a riconoscere la forma giusta delle cose, a capire quando un brano era “finito” davvero, o quando invece aveva ancora bisogno di respirare. Ci ha fatto crescere, come persone prima ancora che come musicisti. Ci ha aiutato a trovare una voce che fosse davvero nostra. Guardando indietro, ci rendiamo conto che I capricci di Mnemosine non poteva nascere in un altro momento. Doveva maturare così, con lentezza e cura. Certo, speriamo che il prossimo lavoro trovi la luce in tempi un po’ più brevi! 🙂
12. Se poteste tornare indietro nel tempo, proprio come evocate nel disco, cosa ripetereste esattamente com’è stato, e cosa invece lascereste andare?
Penso al finale di questo LP, “Resoconto”: questa canzone è una ricerca della verità, di una conclusione, di un senso al nostro percorso di ricordi. Ma con una certa inquietudine, ci mostra che quel senso rischia sempre di sfuggirci, se non accettiamo il passato per quello che è. Non possiamo scegliere solo i momenti belli, né cancellare le difficoltà: sarebbe ingiusto, ma soprattutto sterile. Non ci porterebbe dove siamo. Soddisfatti o meno, quello che conta davvero è il futuro. Il passato rimane lì, come un archivio prezioso, pronto a insegnarci qualcosa se abbiamo il coraggio di ascoltarlo. La verità è che nessuno è mai completamente pronto a fare i conti col proprio passato. Ma forse è proprio questa fragilità che ci rende autentici.
Tracklist:
1. Mnemosine
2. I nostri buoni propositi
3. Tra ricordi e sirene
4. Un lavoro ben fatto
5. Ripetita iuvant 05:06
6. Formica 02:58
7. Momento perfetto
8. Resoconto

