WhatsApp, notifiche e social network ci tengono connessi ogni minuto. Eppure parlare davvero con qualcuno sembra diventato sempre più difficile
Una volta, e chi come me ha superato i quarant’anni da un pezzo lo ricorda benissimo, per non essere reperibili bastava uscire di casa.
Il telefono restava abbandonato sul mobile dell’ingresso, o se in versione portatile, dimenticato chissà dove. Le segreterie telefoniche gracchiavano messaggi improbabili. Ricordate? Se qualcuno non rispondeva, semplicemente “non era in casa”. Nessuno si offendeva. Nessuno immaginava tragedie (qualcuno si) o complotti relazionali. La vita proseguiva normalmente.
Oggi, ahinoi, accade l’esatto contrario.
Siamo, siete, raggiungibili praticamente sempre. Smartphone in tasca, smartwatch al polso, computer accesi, notifiche continue, chat di lavoro, gruppi WhatsApp (terribili quelli delle mamme), social network, piattaforme digitali, applicazioni che vibrano anche quando nessuno le ha realmente cercate.
Eppure, proprio nell’epoca della connessione permanente, parlare davvero con qualcuno sembra diventato più difficile che negli anni Novanta. Roba da non credere.
La grande illusione della connessione continua
Viviamo immersi, forse sommersi, nella tecnologia e abbiamo sviluppato l’illusione che essere connessi significhi automaticamente comunicare meglio. Ma le due cose non coincidono affatto…Anzi, in molti casi sembrano ormai opposte, confliggenti.
Le persone leggono i messaggi e spariscono per ore. Visualizzano senza rispondere. Rimandano telefonate per giorni. Entrano nelle sociali decine di volte al giorno, ma evitano accuratamente conversazioni autentiche. Intere relazioni personali sopravvivono dentro scambi di emoji, frasi automatiche e risposte frettolose. Qualcuno poi, per paura di essere stanato, nasconde le spunte, gli orari di ingresso. Mah.
“Ci sentiamo presto” è diventata una delle espressioni più usate del nostro tempo. E spesso significa esattamente il contrario. Forse mai più.
La tecnologia ci aveva promesso di avvicinarci. In parte lo ha fatto, sarebbe assurdo negarlo. Oggi possiamo lavorare a distanza, condividere informazioni in tempo reale, parlare con qualcuno dall’altra parte del pianeta in pochi secondi. Ma nel frattempo qualcosa si è progressivamente incrinato nei rapporti umani. Credo in modo irrimediabile.
La disponibilità continua ha generato una forma di saturazione mentale permanente. Tutti possono scriverci in qualsiasi momento. Colleghi, clienti, parenti, pubblicità, banche, applicazioni, gruppi improbabili creati anni fa e mai silenziati davvero (chissà perché?). Il risultato è che il cervello entra lentamente in una sorta di autodifesa emotiva, si chiude abbassa la serranda per dirla come una volta.
Il nuovo lusso è diventato sparire
Esiste ormai un comportamento sociale che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato quasi maleducazione conclamata. Ignorare deliberatamente, consapevolmente, scientemente, con dolo.
Persone online per ore che “non hanno visto il messaggio”, che non rispondono ma ci sono. Professionisti che rispondono dopo quattro giorni (magari…) a comunicazioni urgenti. Amici che spariscono dentro silenzi digitali inspiegabili. Persino le telefonate sono diventate sospette.
Oggi, quando il telefono squilla senza preavviso, molti reagiscono quasi con fastidio. Ma chi è ora? Una volta era un piacere lo squillo, anticipava relazione, anche gioia. Come se una chiamata fosse un’invasione della propria sfera personale. Come se parlare in diretta fosse improvvisamente diventato troppo impegnativo, faticoso, emotivamente gravoso.
Ed è qui che emerge uno dei paradossi più curiosi della modernità. Abbiamo strumenti potentissimi per comunicare, ma sempre meno energia emotiva per farlo davvero.
Relazioni leggere, solitudini pesanti
La società contemporanea sembra aver sviluppato una vera ossessione per la leggerezza. Tutto deve essere rapido, fluido, poco impegnativo, facilmente reversibile. Anche i rapporti umani sembrano seguire questa logica.
Le amicizie diventano intermittenti. I rapporti professionali più freddi. Le relazioni personali spesso si consumano dentro chat infinite che non portano mai a incontri reali, confronti autentici o presenza concreta.
Nel frattempo cresce una sensazione silenziosa ma diffusissima. Quella di essere circondati da persone e allo stesso tempo profondamente soli. E infatti li vedi soprattutto i più giovani soli, dannatamente soli. Sempre alla ricerca di appartenenza, di un gruppo per vincere questa maledetta solitudine.
Non è un caso se aumentano il senso di isolamento, la fatica mentale e il bisogno continuo di distrazione. Una comunicazione costante ma superficiale rischia infatti di creare soltanto una simulazione di vicinanza.
La dittatura delle notifiche
C’è poi un aspetto che raramente viene affrontato con sufficiente onestà. Il bombardamento continuo di notifiche sta modificando il nostro modo di pensare.
Ogni suono interrompe qualcosa. Un ragionamento. Una lettura. Una conversazione. Talvolta persino il silenzio.
Molte persone non riescono più a restare dieci minuti senza controllare lo smartphone. Non per necessità reale, ma per automatismo. Un riflesso quasi involontario.
Ed è curioso osservare come la tecnologia nata per farci risparmiare tempo abbia finito spesso per divorare attenzione, concentrazione e serenità mentale.
La sera, dopo cena, milioni di persone scorrono contenuti per ore senza ricordare quasi nulla di ciò che hanno appena visto. Assurdo! Video, polemiche, notizie drammatiche, indignazioni quotidiane, pubblicità, gossip, discussioni inutili. Un flusso continuo che occupa la mente ma raramente arricchisce davvero. La prova provata è che incontrate sempre più spesso ignoranti dotati di smartphone.
Siamo informati su tutto e presenti sempre meno, anche a noi stessi.
Forse abbiamo bisogno di tornare presenti
La vera domanda, probabilmente, è molto semplice. Siamo davvero più vicini rispetto a trenta, vent’anni fa?
Oppure abbiamo sostituito la presenza reale con una simulazione, o una enorme finzione, continua di contatto?
Forse dovremmo recuperare qualcosa che oggi appare quasi rivoluzionario. Una telefonata fatta senza fretta, una cena senza smartphone sul tavolo, una conversazione senza notifiche che interrompono ogni due minuti, il diritto di essere offline senza sentirsi in colpa.
Perché il rischio è evidente.
In un mondo dove tutti possono contattarci in qualsiasi momento, stiamo lentamente diventando emotivamente irraggiungibili.
Beep.
Giulio Valerio Santini

