Una vecchia conoscenza torna ad affacciarsi nei programmi della politica italiana. C’è chi la considera una necessaria protezione contro la povertà e chi teme il ritorno di un assistenzialismo poco selettivo. Nel frattempo, tra bonus, superbonus e promesse, una domanda resta sospesa: chi paga il conto?
Il grande ritorno di una vecchia conoscenza
C’è un personaggio della politica italiana che possiede una qualità straordinaria. Quando sembra aver esaurito gli argomenti, riesce sempre a ritrovare nel cilindro qualcosa che conosciamo già. Non importa se l’esperimento precedente abbia suscitato polemiche, prodotto risultati controversi o richiesto correzioni. Basta una mano di vernice, un numero aggiunto al nome e tutto può tornare sorprendentemente nuovo.
L’ultima creatura potrebbe chiamarsi Reddito di cittadinanza 2.0. Farebbe sfracelli di consensi questo è certo.
Il nome è ancora da definire, i dettagli sono oggetto di confronto, ma l’idea è tornata al centro del dibattito politico. E con essa una questione che meriterebbe più attenzione degli slogan: come distinguere un intervento necessario contro la povertà da una promessa elettorale che deve ancora dimostrare la propria sostenibilità?
Naturalmente, nessuno si sognerebbe di mettere in discussione il dovere di una società civile di assistere chi non è in grado di provvedere a sé stesso. Sarebbe una caricatura del problema. Ma sappiamo tutti che non si tratta di questo.
La questione è un’altra: quali strumenti adottare, con quali controlli, per quanto tempo e con quali risultati?
Reddito di cittadinanza e Assegno di inclusione non sono la stessa cosa
Conviene chiarire subito un equivoco.
Il Reddito di cittadinanza, introdotto nel 2019, combinava il contrasto alla povertà con obiettivi di attivazione lavorativa e inserimento sociale. L’Assegno di inclusione, operativo dal gennaio 2024, concentra invece la propria tutela sui nuclei familiari in particolari condizioni di fragilità, mentre il Supporto per la formazione e il lavoro costituisce uno strumento distinto per determinate persone attivabili.
Ancora una battuta. Vi ricordate? Naturalmente, se torna il Reddito di cittadinanza, che ne sarà dei Navigator? Ne hanno assunti quasi 3000, lavoratori temporanei che dovevano aiutare quelli senza lavoro a trovare lavoro. Dei veri esperti! Perché una nave senza navigatore rischia di non arrivare in porto. E se poi il porto è quello del lavoro, sarebbe interessante sapere quanti passeggeri vi siano effettivamente sbarcati
Le differenze non sono soltanto nominali. Riguardano la platea dei beneficiari, i requisiti di accesso e il disegno delle politiche sociali.
Si possono certamente discutere i limiti di entrambi i modelli. Ma presentare il ritorno del vecchio reddito come un semplice cambio di denominazione rischia di nascondere una scelta politica e finanziaria molto più sostanziale.
Il mistero dell’arma segreta
Eppure, osservando la discussione, viene spontaneo immaginare una scena. Una stanza riservata, una lavagna piena di numeri, alcuni esperti di comunicazione e un personaggio che, dopo aver ascoltato per ore analisi economiche, scenari internazionali e programmi di governo, finalmente si alza.
«Signori, ho trovato.» Silenzio. «Dobbiamo recuperare una vecchia idea.»
Qualcuno domanda se si tratti di una riforma fiscale, di un grande piano industriale o di un progetto per aumentare la produttività.
«No. Qualcosa che possa essere compreso immediatamente.»
Naturalmente questa riunione è immaginaria. Ma il problema che rappresenta è reale: quanto spazio occupano, nella competizione politica, le misure facilmente comunicabili rispetto agli interventi strutturali, più complessi e spesso meno gratificanti nell’immediato?
Il sostegno economico a chi vive in povertà può rispondere a bisogni autentici e urgenti. Ma la sua efficacia non dovrebbe essere misurata soltanto dal numero di assegni distribuiti.
Dovremmo chiederci quante persone riescano a uscire stabilmente dalla condizione di bisogno e quali opportunità vengano costruite per chi può lavorare.
Il voto, la protesta e quella tentazione di spiegare tutto con un assegno
In questi giorni è tornata anche una lettura politica secondo la quale alcuni risultati elettorali e referendari sarebbero stati influenzati dal malcontento provocato dal superamento del Reddito di cittadinanza.
È un’interpretazione che può essere discussa, ma che richiede prudenza. Un risultato elettorale nasce dall’intreccio di molte motivazioni, e attribuirlo a una sola misura economica senza dati specifici sarebbe una semplificazione.
La questione territoriale, tuttavia, esiste. La povertà e le opportunità di lavoro non sono distribuite uniformemente nel Paese. Una misura di sostegno al reddito può quindi avere un significato sociale particolarmente rilevante nelle aree economicamente più fragili.
Questo non dimostra che i beneficiari votino in un certo modo, né autorizza a considerare il sostegno pubblico uno scambio elettorale.
Semmai pone un interrogativo. Come evitare che bisogni sociali profondi diventino terreno di promesse periodiche, anziché oggetto di politiche capaci di affrontarne le cause?
E i banchi a rotelle? Magari elettrici, così sono anche green
A questo punto, consentitemi una piccola divagazione. Se proprio dobbiamo rispolverare le grandi idee del passato, perché limitarci al reddito?
Ci sarebbero sempre i celebri banchi scolastici con le rotelle, diventati uno dei simboli più discussi della stagione pandemica.
Potremmo immaginarne una versione aggiornata: motore elettrico, batteria ricaricabile, sensori anticollisione e magari un’applicazione per prenotare il parcheggio accanto alla cattedra.
Naturalmente ecologici. Perché oggi, se una promessa non è anche green, rischia di sembrare già vecchia al momento della presentazione.
Ma la battuta serve a ricordare quanto sia facile trasformare una soluzione contingente in un simbolo politico, positivo o negativo, senza valutarne serenamente costi, benefici e risultati.
Il Superbonus e il Superenalotto della spesa pubblica
E poi, naturalmente, ci sarebbe spazio per un altro Superbonus. Possibilmente ancora più super del precedente.
Il Superbonus edilizio, il mostruoso 110%; ha sostenuto interventi di riqualificazione energetica e lavori nel settore delle costruzioni, ma ha anche aperto un confronto acceso sui costi per la finanza pubblica, sui controlli, sulla distribuzione dei benefici e sulla sostenibilità dell’incentivo. Miliardi solo di truffe. Evidentemente congegnato come un orologio svizzero. Ho amici che si sono rifatti la villa, già notevole, incrementandone notevolmente il valore. A spese di tutti noi.
Non tutti i beneficiari hanno ricevuto vantaggi uguali, così come non tutti i lavori hanno prodotto risultati identici. Ed è proprio questo il punto. Ogni volta che lo Stato promette un beneficio molto generoso, occorre domandarsi chi possa realmente accedervi, quali effetti produca e chi ne sostenga il costo.
Altrimenti il rischio è quello di trasformare un intervento pubblico in una specie di Superenalotto amministrativo: premi considerevoli per chi riesce a utilizzare la misura e un conto complessivo distribuito sulla collettività.
Una metafora, naturalmente. Ma la contabilità dello Stato, a differenza della lotteria, non può affidarsi alla fortuna.
La domanda che nessuno dovrebbe evitare
Torniamo dunque al nostro misterioso protagonista e alla sua possibile arma segreta. Un Reddito di cittadinanza rinnovato potrebbe essere diverso dal passato. Potrebbe prevedere controlli migliori, percorsi di formazione più efficaci, criteri di accesso più equilibrati e un rapporto più chiaro con il lavoro.
Oppure potrebbe riproporre alcuni problemi già conosciuti. Per saperlo servono testi, numeri e valutazioni, non soltanto dichiarazioni.
Quanto costerebbe? Chi ne avrebbe diritto? Come si eviterebbero abusi e sovrapposizioni? Quali strumenti accompagnerebbero le persone verso un’occupazione dignitosa? E soprattutto, quali indicatori consentirebbero di capire, dopo alcuni anni, se la misura abbia realmente ridotto la povertà?
Sono domande che dovrebbero valere per qualunque governo e per qualunque coalizione. Senza avere individuato controlli, indicatori e strumenti di governo nulla si deve fare. Altrimenti è solo intercettare voti.
Transeat, diceva mio nonno. In politica è legittimo proporre, promettere e cercare consenso. È altrettanto legittimo chiedere conto delle promesse.
La realtà è un’altra cosa.
Un Paese non diventa più giusto semplicemente perché distribuisce più sussidi, né diventa più efficiente semplicemente perché li riduce. Diventa migliore quando riesce a proteggere chi ne ha bisogno veramente, offrire opportunità a chi può e deve lavorare e utilizzare responsabilmente le risorse di tutti.
Quanto alla misteriosa arma segreta, il lettore avrà probabilmente intuito di che cosa stiamo parlando.
Non resta che attendere la presentazione del programma. E magari, per prudenza, controllare se nel catalogo delle novità siano già comparsi i banchi a rotelle elettrici.
Con rottamazione incentivata, naturalmente.
Giulio Valerio Santini
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