Parte 1/3
Informazione polarizzata
La polarizzazione nell’informazione, ovvero la tendenza a schierarsi in fazioni contrapposte, senza spazi per le sfumature, è un fenomeno sempre più evidente nell’era digitale. Nel caso italiano, ad esempio, studi recenti mostrano che il mondo dei media è intrinsecamente polarizzato, al punto che i giornalisti stessi ne diventano parte attiva: si parla di “polarizzazione mediatica”.
Il contesto italiano per una domanda
In Italia la storica divisione della stampa per orientamento politico (il cosiddetto parallelismo partitico) non è affatto scomparsa con Internet; anzi, la frammentazione digitale l’ha fatta evolvere in nuove forme. I giornalisti navigano un ambiente ibrido, tra testate tradizionali e social media, in cui le pressioni strutturali e un pubblico tifoso (quasi da stadio) li spingono spesso a operare secondo logiche polarizzate.
Questo contesto pone una domanda cruciale: quale ruolo gioca l’intelligenza artificiale in tutto ciò? L’AI può amplificare queste dinamiche divisive o, al contrario, aiutarci a mitigarle? E allo stesso tempo, può essa stessa diventare portatrice di polarizzazione attraverso bias e algoritmi?
Piattaforme
Molte delle piattaforme attraverso cui oggi ci informiamo – dai social network ai motori di ricerca – sono governate da algoritmi di intelligenza artificiale. Questi algoritmi decidono quali notizie vediamo nel feed e quali post ci vengono raccomandati, apprendendo dalle nostre interazioni. Il risultato può essere la creazione di filter bubble (bolle informative personalizzate) ed echo chamber in cui ognuno sente soltanto l’eco delle proprie idee.
Se un utente tende a cliccare su contenuti di una certa parte politica, l’IA gliene mostrerà sempre di più, rafforzando le sue convinzioni preesistenti. In questo modo la tecnologia può amplificare la polarizzazione: le persone finiscono per vivere in universi mediatici paralleli, ciascuno con la propria “verità”, e il dibattito pubblico si frammenta.
Nell’era delle piattaforme digitali è emerso un cambio di prospettiva nel giornalismo e nell’informazione, con l’ascesa di attori populisti ed estremisti che sfruttano i social media per ridefinire il discorso pubblico.
Fantasmi populisti
L’“era populista” dei media digitali, come la chiama il sociologo C.W. Anderson, ha riportato a galla vecchi fantasmi (come l’ombra delle fake news) e minato la fiducia nelle fonti tradizionali. In pratica, contenuti volutamente divisivi e sensazionalistici trovano un terreno fertile online, dove possono diffondersi viralmente grazie agli algoritmi.
Un motivo di questa deriva sta nel modello di business basato sull’attenzione: l’engagement è la moneta con cui le piattaforme prosperano. Più un contenuto genera clic, commenti, reazioni, più verrà mostrato. E poche cose catturano l’attenzione quanto l’indignazione o il tifo da stadio. Non a caso, anche dal lato dell’offerta mediatica si è capito che il conflitto “vende”.
“Navigare la polarizzazione”
Alcuni media e giornalisti, sotto pressione per conquistare pubblico online, adottano consapevolmente strategie che accentuano le contrapposizioni. Splendore e Piacentini (2024) rilevano che talvolta si alimenta la polarizzazione con scelte editoriali mirate: titoli urlati e di parte, enfasi su termini emotivamente connotati (parole come “invasione” o “tradimento”), spazio sproporzionato alle voci più estreme e provocatorie.
Lo scopo è attirare l’attenzione, perché polarizzare attira clic e ascolti, le persone reagiscono di più ai contenuti che confermano le proprie idee o le indignano contro l’avversario. In questo circolo vizioso, le piattaforme algoritmiche e i media tradizionali finiscono per rispecchiarsi a vicenda: da un lato gli algoritmi spingono i contenuti più divisivi, dall’altro alcuni giornalisti estremizzano i toni sapendo che solo così “bruceranno” nel flusso incessante dei social.
Il rischio è di trasformarsi da intermediari imparziali a megafoni del discorso tossico: quando l’informazione viene confezionata ad arte per creare polarizzazione, i reporter abdicano al ruolo di filtro critico e diventano “amplificatori di cose che non andrebbero dette”. È il trionfo della logica polarizzante sull’etica giornalistica.

