È lì tra i monti della Liguria occidentale, a circa 700 metri d’altitudine. È il borgo medievale di Triora, forse un nome a voi sconosciuto. Questo insieme di case e di anime porta ancora il peso di una storia non solo antica ma anche feroce. Mi riferisco alprocesso alle streghe del 1587, uno degli episodi più bui e certo meno noti della storia italiana. In un’epoca storica segnata da superstizione, carestie ed eccitazioni sociali, in un tempo non così lontano da noi un gruppo di donne fu accusato di stregoneria, torturato e perseguitato nel nome della fede e più nascostamente del controllo sociale.
Questo piccolo paese dell’entroterra ligure oggi è diventato un’icona: un’idea dove il passato non è finito nell’oblio ma è stato trasformato in memoria culturale e ammonimento collettivo.
Il contesto: carestia, paura e superstizione
Alla fine del Cinquecento, Triora era un conosciuto centro agricolo della Repubblica di Genova. Ma il biennio 1585 e 1587 fu quanto di più duro si possa immaginare: il raccolto andò perduto, il bestiame morì, la fame si diffuse. Solo la rabbia crebbe rigogliosa. In un’epoca ancora priva di conoscenze scientifiche, ogni calamità era attribuita a forze occulte, all’ira divina. E quando la disperazione montava, serviva un capro espiatorio. Allora come oggi!
La colpa, in questo caso, fu attribuita ad alcune donne del paese. Donne magari anziane, certo sole, sicuramente povere, talvolta con la voglia di sapere, quindi erboriste o guaritrici. Donne ai margini, fuori dal rigido schema della società patriarcale. Capitò così che, nel 1587, le autorità locali decisero di chiedere l’intervento dell’Inquisizione, qualificata anche Santa.
Il processo e le torture
A Triora arrivò Girolamo Dal Pozzo, il vicario dell’inquisitore di Albenga. L’inchiesta si trasformò ben presto in una vera e propria caccia alle streghe. Le accuse si autoalimentavano: si parlava di sabba notturni, di patti col demonio, di maledizioni, di bambini scomparsi. In pochi mesi vennero arrestate oltre trenta donne.
Le confessioni, ottenute quasi tutte sotto tortura, raccontavano riti assurdi e terrificanti. Alcune donne furono rinchiuse in una casa (la casa del Megia) trasformata prigione poi chiamata “cà di baggiure”, la casa delle streghe, una cella ancora visitabile oggi. Altre morirono in detenzione, consumate dalla fame, dalla violenza o dalla disperazione. Quanto alla disperazione era presente in gran quantità. Una nobile mori per le torture e un’altra si buttò dalla finestra “…una notte tentata dal diavolo procurò la fuga con guastore una sua veste che aveva indisso et accomodarla a guisa di benda, ma non l’essendo cascò subito che fu fuori dalla finestra”.
Il processo proseguì per due anni. Le autorità genovesi ad un certo punto, nel 1589, preoccupate dagli eccessi della repressione e dalla possibile perdita di controllo sulla popolazione, si determinarono a chiudere l’inchiesta. Non ci furono roghi documentati, ma l’impatto sociale e psicologico lasciato da quelle accuse fu enorme. Alcune delle donne coinvolte svanirono dai registri, altre rilasciate ma ormai private di una vita degna di essere vissuta.
Chi erano davvero le “streghe”?
Come in tante altre parti d’Europa in quel periodo, le cosiddette streghe non erano affatto figure oscure dedite alla magia nera. Nella realtà erano donne comuni. Alcune erano erboriste ante litteram e guaritrici, forse custodi di conoscenze popolari trasferite oralmente. Molte altre erano vedove, madri sole o lasciate sole, magari semplicemente eccentriche. Poco bastava per divenire sospette: un’erba raccolta al momento sbagliato, un comportamento ritenuto strano, una parola detta fuori posto. Alle volte vittime di una vendetta, magari per un rifiuto.
Il potere inquisitorio si abbatté su queste donne con violenza inaudita, sproporzionata. Non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che rappresentavano: la paura del disordine, dell’indipendenza femminile, dell’irrazionale.
Triora oggi: memoria, identità, cultura
Nei secoli successivi, Triora ha conservato quella storia sotto la cenere. Ma negli ultimi decenni, il paese ha scelto di recuperare la narrazione, trasformando l’orrore in cultura. Magari anche in business.
Oggi, il Museo Etnografico e della Stregoneria ospita documenti originali, ricostruzioni e testimonianze del processo. La “casa delle streghe” è diventata una tappa importante per i turisti. Non si tratta di folklore gratuito, ma di un percorso che affronta con lucidità e rispetto un trauma collettivo.
Ogni anno, Triora organizza eventi culturali legati al tema dell’esoterismo, della magia e della storia delle streghe. Il più noto è “Strigora”, un festival che richiama moltissime persone da tutta Italia.
Triora è dunque diventato anche un luogo simbolico per la riflessione femminista. La figura della strega, una volta strumento di terrore, è oggi reinterpretata come icona di resistenza, indipendenza e consapevolezza femminile. Le donne perseguitate nel 1587 non sono più vittime dimenticate, sono diventate parte di una memoria attiva.
Conclusione: la lezione che ci lascia Triora
La vicenda delle streghe di Triora ci parla ancora oggi. Non solo per il fascino oscuro che emana, ma per ciò che rivela sulla natura umana. La paura cerca sempre colpevoli da eliminare, per placarsi. E sempre li trova tra i più deboli.
Triora, con la sua scelta di ricordare e raccontare, ci invita a non dimenticare. A capire come la violenza istituzionalizzata e ideologicizzata possa travestirsi da giustizia. E a riconoscere, oggi come allora, che dietro ogni strega c’era solo una donna. E dietro ogni accusa, un’ingiustizia.
Giulio Valerio Santini
https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_alle_streghe_di_Triora

