Il 4 luglio è una data simbolo della lotta per la libertà e per l’indipendenza. Per gli Stati Uniti d’America, ma per il mondo intero, dal momento che gli Usa hanno fatto della libertà, della democrazia, dell’indipendenza i loro tratti distintivi, tanto da ergersi a promotori di quegli stessi principi in altre zone del mondo. Nel 1776, con la Dichiarazione d’Indipendenza, le 13 Colonie si staccarono dal dominio britannico, e fondarono una Nazione basata su ideali di democrazia, autodeterminazione e autodifesa. Ma oggi, con l’amministrazione Trump e con tutte le sue contraddizioni, come possiamo parlare di indipendenza? La nostra è un’epoca stravolta dai conflitti armati che stanno diventando una “normalità”, da guerre geostrategiche, dalla minaccia nucleare, dall’indifferenza del mondo che “esporta democrazia” di fronte al genocidio in atto a Gaza.
Se nel XVIII secolo la lotta per l’indipendenza era una rivolta contro un impero coloniale, nel XXI questo concetto ha ben altre sfumature. Le guerre moderne non sono solo battaglie per il territorio o per l’accaparramento delle risorse naturali, ma scontri ideologici e geopolitici in cui le alleanze e gli interessi cambiano di continuo. Lo leggiamo nella recente escalation del conflitto tra Stati Uniti, Iran e Israele.
Negli ultimi anni, il confronto tra Washington e Teheran è passato dalla diplomazia al confronto armato, con la crescente tensione intorno al programma nucleare iraniano. E in questo scenario di incertezze, la questione nucleare non è solo una delle tante variabili politiche, ma un fattore centrale. Le relazioni tra Stati Uniti e Israele, per esempio, sono sempre più salde, alimentate da un comune obiettivo di contenere l’Iran, percepito come una minaccia esistenziale. La proliferazione nucleare è diventata uno degli elementi chiave per definire le alleanze internazionali, ma anche per decidere quale Nazione possa o meno definirsi “indipendente”. E oggi, il 4 luglio di questi Stati Uniti è simbolo di potere di una nazione di pace solo a parole, ma che in realtà è coinvolta in conflitti in tutto il mondo. La retorica dell’indipendenza si mescola così alla realtà delle guerre moderne, dove la libertà viene spesso intesa come il diritto di “imporre” la propria visione con la forza, il controllo delle risorse, e la minaccia nucleare.
Parlare del contesto internazionale che ha visto la nascita di Israele nel 1948 è fondamentale. Conoscere le circostanze per capire il presente ci dà la possibilità di capire, e accettare, che la Striscia di Gaza subisce la complessità delle alleanze di potere e interesse, e dei conflitti che vedono coinvolti gli Stati Uniti nel Medio Oriente. Dopo la II Guerra Mondiale, in un’Europa devastata e sfregiata dall’Olocausto, milioni di ebrei rifugiati trovarono asilo negli Stati Uniti, che divenne la loro nuova casa. L’imponente flusso migratorio ebraico negli Usa saldò il legame con Israele e molti sono stati gli ebrei che hanno avuto un ruolo importante nella politica e nell’economia del Paese che li aveva accolti. Fu in questo clima di ricostruzione e solidarietà, necessario per ristorare gli ebrei dalla ferita dell’Olocausto che mai guarirà, che gli Stati Uniti si fecero promotori della causa sionista, che puntava alla creazione di uno stato ebraico in Palestina. Nel 1948, la nascita di Israele segnò un momento cruciale: se da un lato il popolo ebraico otteneva la tanto agognata indipendenza, dall’altro si apriva una ferita profonda con il popolo palestinese, che vide la propria terra occupata e la propria identità violata. Il conflitto israelo-palestinese nasce nel momento stesso in cui agli ebrei viene affidato il territorio che ora è la loro Nazione. E dopo 68 anni resta una delle sfide più persistenti. E in tutto questo tempo il supporto americano a Israele si è mantenuto costante e incondizionato, nonostante le gravi contraddizioni delle scelte politiche di Tel Aviv e le critiche internazionali. Con Trump, l’approccio si è fatto ancor più filo-israeliano. La decisione di spostare l’ambasciata a Gerusalemme nel 2017 ha segnato un punto di non ritorno, suscitando forti reazioni non solo nel mondo arabo, ma anche a livello internazionale. Tuttavia, il governo Trump ha portato anche altre questioni interne legate ai temi dell’indipendenza e dei diritti civili, suscitando polemiche. Sebbene si sia presentato come un difensore della “libertà” internazionale, Trump ha adottato politiche che hanno alimentato divisioni interne. Le politiche Maga e America first fanno parte di una retorica protezionista e xenofoba, con azioni come la costruzione del muro al confine con il Messico e il divieto di ingresso per i cittadini provenienti da paesi musulmani, la retromarcia nei diritti per la comunità LGBTQ+, e il tentativo di limitare i diritti acquisiti, anche nel settore militare. La visione di indipendenza e libertà che Washington presenta al contesto internazionale che saranno amplificate dalle celebrazioni che si terranno durante questa giornata, sono molto lontane dalla realtà. E in un mondo che celebra ancora l’idea di libertà e indipendenza, come quella che trionfava nel 1776, è forse il momento di interrogarsi sul prezzo che si è disposti a pagare per mantenere un simile status quo, sia a livello internazionale che interno. L’approccio della comunità internazionale è sempre più ambiguo. Colpevolmente ambiguo.

